domenica 9 ottobre 2016

Tozzi: la vita, l'opera, la poetica


Tozzi

La vita e l’opera

Federico nasce a Siena nel 1883 (dunque è di una ventina d’anni più giovane di Svevo e Pirandello) da un padre autoritario e violento (Federico, detto Ghigo: l’infanzia del figlio ne risulterà traumatizzata e la sua figura sarà riprodotta con evidenza nel romanzo Con gli occhi chiusi, ma se ne avvertirà la presenza anche in altre opere, ad esempio nel romanzo Il podere), che si è arricchito gestendo una trattoria a Siena e acquistando dei poderi in campagna; la madre, mite e sofferente di epilessia, morirà precocemente nel 1895 (anche la sua figura sembra riprodotta in Con gli occhi chiusi). Federico, di temperamento ribelle, frequenta prima l’istituto di Belle Arti (da cui sarà espulso), poi le scuole tecniche, ma senza alcun risultato. Nel 1900 si iscrive al partito socialista (se ne staccherà nel 1904, in coincidenza con la guarigione dalla cecità, dovuta ad una malattia venerea). Ha una relazione con la contadina Isola (la Ghisola di Con gli occhi chiusi), conosciuta da bambino nel podere paterno di Castagneto (Poggio a’ Meli del suddetto romanzo); la ritroverà a Firenze, incinta di un altro uomo. Nel 1907 si impiega alla stazione di Pontedera (Pisa), e da questa esperienza nascerà il romanzo-diario Ricordi di un impiegato. Nel 1908 sposa Emma Palagi (con cui ha avviato una corrispondenza epistolare, dopo avere risposto ad un suo annuncio su un giornale): è infatti morto il padre, che si opponeva alla relazione. Vende la trattoria e si stabilisce a Castagneto (le vicende ereditarie e la sua gestione del podere sono riprodotte ne Il podere): si dedica all’attività letteraria (fino al 1914, è il cosiddetto “sessennio” di Castagneto: scrive poesie e altre cose di influenza dannunziana; da tale influenza si dichiarerà libero come dal “mal francioso”, nel 1913, anno di stesura di Con gli occhi chiusi). Si distacca dal socialismo e con l’amico Domenico Giuliotti fonda la rivista “La Torre”, di ispirazione cattolico-razionaria. Nel 1914 si reca a Roma, dove risiede fino al 1920 (è il cosiddetto “sessennio” romano). Frequenta Borgese (che lo spinge a dedicarsi al romanzo di tipo tradizionale) e Pirandello. Nel 1917 presso Treves pubblica Bestie (enigmatica raccolta di prose narrative lirico-simboliche), quindi Con gli occhi chiusi, poi nel 1920 (anno della morte per polmonite) Tre croci. Il podere e Ricordi di un impiegato saranno pubblicati postumi a cura di Borgese.

La fortuna critica

Borgese fu il primo a valorizzarlo, ritenendolo però un romanziere di tipo “oggettivo”, un continuatore della stagione naturalista e verista; pertanto indicava come capolavoro Tre croci, che più corrispondeva alla sua interpretazione. Ma la scoperta di Tozzi come romanziere originale, tutt’altro che naturalista, si deve ad uno studio del 1963 di De Benedetti, che, con una lettura psicanalitica, particolarmente di Con gli occhi chiusi (Tre croci lo riteneva un passo indietro), ne scopriva l’attenzione per le manifestazioni dell’inconscio, la predilezione per personaggi disadattati, inetti destinati al fallimento, e lo associava niente meno che a Kafka (anche lui traumatizzato dal conflitto con un padre autoritario, come appare evidente dalla Lettera al padre). Successivamente si riconobbe anche che Tozzi non era culturalmente sprovveduto, anzi si era proprio interessato agli aspetti psicologici del comportamento, leggendo il filosofo americano William James e autori francesi fra cui Charcot (presso il quale aveva studiato lo stesso Freud), e si scoprì il carattere fortemente innovativo della sua scrittura, fondata sulla rappresentazione delle pulsioni oscure (e misteriose) dell’inconscio e quindi caratterizzata da forme espressive visionarie, discontinue, alogiche, senza cura dei nessi oggettivi.

La poetica

Si parla di una poetica del “qualunque misterioso atto nostro”, enunciata in un articolo del 1919, Come leggo io, in cui Tozzi dichiara di avere interesse, in un romanzo, non per le azioni eclatanti (un omicidio, un suicidio), ma per azioni apparentemente insignificanti (il “misterioso atto nostro”: ad esempio, un uomo che si ferma per strada a raccogliere un sasso), e di ignorare le trame, prediligendo “qualche pezzo dove lo scrittore sia riuscito ad indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà”. Ecco dunque che l’impalcatura tradizionale del romanzo, fondata su personaggi oggettivi e ambienti descritti con precisione realistica, è svuotata: la narrazione, apparentemente esterna, risente del punto di vista allucinato e deformante dei personaggi, dei quali la scrittura frammentaria, paratattica, segue disordinatamente il flusso dei pensieri e delle sensazioni.

I romanzi

Bestie è un’opera costituita da una serie (69) aforismi o frammenti, in cui compare sempre un animale. Ma è una comparsa quasi sempre casuale, priva di significato, comunque difficile da interpretare. Manca una vicenda unitaria, prevalgono le tematiche del disadattamento e dell’esclusione. L’unico riferimento per delineare un senso è la comparsa dell’allodola, sia nel primo che nell’ultimo frammento: l’allodola sembra indicare un bisogno di innalzamento, di fuoriuscita dalla falsità del mondo degli uomini per ritrovare un senso nell’armonia con la natura (e dunque gli aforismi intermedi denunciano la mancanza di un senso o comunque l’impossibilità di trovarlo).

Il podere (romanzo evidentemente autobiografico) ha per protagonista Remigio Selmi che, alla notizia della morte del padre, lascia l’impiego presso una stazione ferroviaria e si stabilisce nel podere che ha ereditato. Ma qui dimostra tutta la sua inettitudine, non sa fare il padrone, si fa ingannare dai sottoposti e dalla vecchia amante del padre, che rivendica diritti sull’eredità. Finisce per perdere tutto (questo non sembra che sia successo a Tozzi nella realtà) e addirittura viene ucciso, senza una comprensibile ragione, da Berto, un contadino sottoposto che gli è inspiegabilmente ostile (è dunque un altro “atto misterioso”, e Berto è un personaggio in cui agiscono le pulsioni del profondo). La scrittura è caratterizzata da un uso insistito e anomalo del punto e virgola, al posto della virgola; un uso che separa le proposizioni, creando irregolarità sintattiche, segnalando una tensione emotiva che si manifesta nella volontà di disgregazione.

Con gli occhi chiusi (scritto nel 1913 e pubblicato nel 1919) è senz’altro il romanzo più innovativo, sia per le tematiche (conflitto col padre, inettitudine), sia per le strutture formali (è diviso in paragrafi di lunghezza disuguale, ci sono digressioni, sottolineatura di eventi marginali, intrusione di materiali onirici, passaggi privi di logica che riflettono le nevrosi del protagonista, il suo squilibrato rapporto con il reale). Pietro Rosi, l’adolescente protagonista della storia – fortemente autobiografica -  vive un rapporto difficile con il padre (Domenico), autoritario e violento (un padre che inibisce la piena virilità del figlio, come si arguisce dall’episodio della castrazione degli animali[1] e da quello della prova del cavallo[2]); la madre (Anna) vorrebbe proteggere il figlio, ma è troppo debole e subisce rassegnata la violenza del marito[3]. Pietro si invaghisce, in modo “confuso e torbido[4], di Ghisola (nipote di salariati che lavorano nel podere del padre), una fanciulla scaltra che alla fine, incinta di un altro uomo, cerca di farsi sposare da Pietro attribuendogli il figlio; a questo fine Ghisola dovrebbe avere un rapporto sessuale con lui, ma Pietro rifiuta (vuole rispettare la supposta purezza di lei) e quindi, quando la vede con il ventre gravido in una casa di appuntamenti, capisce la verità; “quando si riebbe dalla vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghisola, egli non l’amava più”, così si conclude il romanzo. Il senso del titolo allude forse alla condizione di Pietro, cieco di fronte alla realtà, incapace di vederla e comprenderla (e di fatto, nei momenti di inerzia e sconforto, sta sdraiato sul letto “con gli occhi chiusi”).

Tre croci (scritto nel 1918, edito nel 1920, con dedica a Pirandello) è un “romanzo cittadino”, in quanto ambientato a Siena. E’ una storia di inettitudine, giacchè tali sono i tre fratelli Gambi (Giulio, Niccolò, Enrico), che hanno ereditato dal padre una libreria antiquaria, ma non la sanno gestire: si indebitano e falsificano delle cambiali; una volta scoperti, Giulio si impicca, Niccolò muore di un colpo apoplettico ed Enrico, ridotto all’accattonaggio, muore di stenti in un ospizio. Due nipoti (Lola e Chiarina), insieme alla moglie di Niccolò (Modesta), depongono tre croci sulle loro tombe.

 



[1] II padre-padrone umilia il figlio in vari modi, rinfacciandogli l’inettitudine: per essersi fatto mandare via dalla scuola, per non saper comandare i sottoposti, per non essere capace di scegliere la donna giusta da sposare (tant’è che, dice, bisognerà che la prenda lui una nuova moglie). L’episodio si conclude con la scena fortemente emblematica della castrazione di un gatto (ma il padre faceva castrare tutte le bestie del podere): l’autore non pone alcuna relazione esplicita fra questa operazione e la condizione di Pietro, ma è evidente come a quegli animali si senta oscuramente assimilato il figlio, vittima anche lui di una castrazione da parte del padre.
[2] Pietro vede Ghisola e si sente “esaltare”; nel suo modo contorto, vorrebbe parlarle, corteggiarla, ma lei lo respinge perché, dice, “c’è suo (di lui) padre”; infatti Domenico arriva e bruscamente dice a Pietro di sciogliere il cavallo e farlo girare; ma Pietro, sotto gli occhi di tutti e soprattutto di Ghisola, non ci riesce; Domenico punta la frusta al naso del figlio e, dopo avergli dato dell’incapace, provvede lui a far girare il cavallo; quindi, sempre bruscamente, dice al figlio di pulirsi “il labbro di sotto” e di salire con lui sul calesse; Pietro vorrebbe fare un cenno di saluto a Ghisola, ma lei “era così attenta al padrone che aggrottò le sopracciglia”; il calesse parte con Domenico che guida e saluta i sottoposti con un cenno del capo; alle ragazze invece sorride e le tocca “con la punta della frusta  nel mezzo del grembiule”. “E Pietro, con gli occhi socchiusi, si voltava dalla parte opposta, arrossendo”. La figura del padre castratore, inibente la virilità del figlio, ritorna anche qui: alla presenza del padre, Pietro non riesce più a rapportarsi con Ghisola, quindi il fallimento della prova del cavallo, rinfacciatogli dal padre che con sicurezza compie l’operazione, è un’umiliazione della virilità del figlio, un’accusa di impotenza; il tutto si conclude con la scena finale, il cui simbolismo è trasparente: il potere del padre è anche un potere sessuale, e a Pietro non resta che abbassare la testa.
[3] Quando osa difendere il figlio, viene aspramente rimproverata dal padre-padrone. Ma anche gli avventori della trattoria subiscono in qualche modo l’autoritarismo di Domenico, si associano a lui nell’umiliare Pietro (così fa l’impiegato-scrivano, che prima lo deride per la sua idea di andare a scuola di disegno, poi gli lancia una moneta e gli dice di andargli a comprare un sigaro).
[4] Tale è la condizione in cui Pietro si sente alla presenza di Ghisola: alterna momenti di bontà (tiene un pulcino tra le braccia, aiuta le formiche a superare un ostacolo) a momenti di sadismo (nei confronti della ragazza) e di masochismo (calpesta con furia una sua bambola nel fango, la colpisce con un temperino nella coscia e qualche tempo dopo le chiede di fare a lui la stessa ferita).

sabato 28 maggio 2016

Marcuse e la scuola di Francoforte (IV parte)

L’immaginazione secondo la psicanalisi

Ma al significato liberatorio dell’arte si arriva anche attraverso la psicanalisi: in sintesi, la fantasia-immaginazione che produce l’opera artistica è, già per Freud, quella attività psichica che, nel mondo governato dal principio di realtà, si lascia liberamente determinare dal principio del piacere. Così Freud in Precisazioni sui due principi del funzionamento psichico (1911):

Con l’introduzione del principio di realtà un certo tipo di attività del pensiero fu scisso e separato dal resto: esso fu tenuto libero dall’esame della realtà e rimase subordinato al principio del piacere stesso. Questo è l’atto del fantasticare, che comincia già con i giochi infantili e che più tardi, come sogno ad occhi aperti, si stacca dalla sua dipendenza da oggetti reali. (FZP, p. 463)

E dunque la fantasia-immaginazione, con il suo carattere “illogico” e “di sogno”, resta ad indicare, in mezzo al mondo della realtà dolorosa e repressiva, un mondo di soddisfazione e di felicità: quel mondo dove gli istinti di vita troverebbero pace in una realizzazione senza repressione. Con l’opera d’arte, la fantasia-immaginazione prende forma, la forma della bellezza, la forma estetica; e dunque

Dietro la forma estetica sta l’armonia repressa tra sensualità e ragione – l’eterna protesta contro l’organizzazione della vita da parte della logica del dominio, la critica al principio di prestazione (EC, p. 171).

Una parentesi: l’immaginazione secondo Leopardi

Anche qui mi pare che torni, sotto vesti nuove, un’idea ottocentesca, un’idea a cui aveva dato voce Leopardi, quando rivendicava i diritti dell’immaginazione (della favola, del sogno, della poesia) contro l’invadenza della ragione (della conoscenza scientifica e filosofica). Analogamente Leopardi parla del “diletto”, cioè del piacere, che è proprio dell’immaginazione, e quindi della poesia, a fronte del dolore, provocato dalla conoscenza razionale della realtà, provocato (diremmo con Freud) dall’impatto con il principio di realtà. Ma dunque anche per Leopardi l’immaginazione che produce poesia è quella facoltà che, pur nella necessità, per l’individuo adulto, di sottomettersi al principio di realtà, resta vincolata a quel principio del piacere, che aveva il predominio nell’età infantile. Sembra di sentire la voce di Leopardi in queste parole di Marcuse:

La ragione vince: essa diventa spiacevole, ma utile e corretta; la fantasia rimane piacevole, ma diventa inutile, falsa – un puro gioco, un sogno ad occhi aperti. Come tale, essa continua a parlare il linguaggio del principio del piacere, della libertà (dalla repressione), del desiderio e della soddisfazione senza inibizioni, - ma la realtà procede conformemente alle leggi della ragione, non più in dipendenza dal linguaggio del sogno. (EC, p. 170)

L’immaginazione secondo Kant

Del resto, che l’immaginazione artistica abbia a che fare con Eros, con la sensualità, è evidente se si indaga l’origine filosofica dell’ambiguo termine “estetica”. L’origine è in Kant, nel cui pensiero l’immaginazione appare come intermediaria fra sensi ed intelletto, come luogo della conciliazione fra le cosiddette facoltà inferiori e facoltà superiori dell’uomo. Ma i sensi di cui si parla sono intesi nel loro doppio significato, cognitivo (sensorietà) e appetitivo (sensualità); un unico termine in tedesco, Sinnlichkeit, significa contemporaneamente sensorietà e sensualità. L’estetica è dunque originariamente la scienza della sensorietà-sensualità, ed indica un ordine diverso da quello della logica, che è la scienza della comprensione concettuale. Lo stesso sentimento di piacere e dispiacere, che sta alla base del giudizio estetico, tradisce le sue origini nella sensualità, anche se poi si determina come piacere per la forma pura:

La verità dell’arte è la liberazione della sensualità mediante la sua riconciliazione con la ragione: questa è la nozione centrale dell’estetica idealistica classica (EC, p. 203)… L’arte rappresenta una sfida al principio della realtà corrente: rappresentando l’ordine della sensualità, essa invoca una logica non repressa – la logica della soddisfazione contro quella della repressione. Dietro alla forma estetica sublimata si annuncia il contenuto non sublimato: la dipendenza dell’arte dal principio del piacere… Se la perfezione della cognizione sensoriale è definita come bellezza, questa definizione continua a conservare la connessione intima con la soddisfazione istintuale, e il piacere estetico è sempre ancora piacere. Ma l’origine sensuale è repressa, e la soddisfazione sta nella forma pura dell’oggetto. (EC, pp. 204-5)

Ma la “forma pura” non è altro che la forma delle cose nel loro puro essere se stesse, nel loro libero esistere; la forma secondo “finalità senza fine” e “legalità senza legge” (sono espressioni kantiane: Zweckmässigkeit ohne Zweck; Gesetzmässigkeit ohne Gesetz). L’immaginazione artistica dunque costituisce un mondo secondo “finalità formale”, il che vuol dire un mondo al di fuori sia di qualsiasi finalità tecnico-pratica che di qualsiasi legalità scientifica:

L’esperienza nella quale l’oggetto è “dato” in questo modo, differisce completamente tanto dall’esperienza quotidiana che da quella scientifica; tutti i legami tra l’oggetto e il mondo della ragione teorica e pratica sono tagliati, o piuttosto sospesi. Questa esperienza, che rende all’oggetto la sua libera esistenza, è opera dell’immaginazione. (EC, p. 199) 

La contraddizione dell’arte

Per tali ragioni, perché evoca una realtà diversa da quella esistente (secondo un’idea, abbiamo visto, che era anche di Mallarmé e Valéry), la libertà invece della repressione, il piacere invece del dolore, il gioco invece del lavoro faticoso, l’arte sta sullo stesso piano del pensiero negativo: nega la negazione della libertà, denuncia la realtà esistente, esprime il Grande Rifiuto nei confronti di una vita fatta di angoscia, paura, fatica. Questa è la sua natura ed è la sua funzione, ben riconoscibile, secondo Marcuse, nell’arte delle avanguardie novecentesche.
Ma certo, il suo destino è quello di essere una funzione separata, un momento di evasione consentito (anzi, auspicato), un abbellimento di quella stessa realtà che vorrebbe negare:

La libertà dal principio della realtà è concessa al libero gioco dell’immaginazione creativa. Qui viene riconosciuta una realtà con norme molto differenti. Comunque, poiché quest’altra realtà “libera” è attribuita all’arte, e la sua esperienza all’atteggiamento estetico, essa non è impegnativa, non impegna l’esistenza umana sul livello ordinario di vita; essa è “irreale” (EC, p. 205)

Pertanto il destino dell’arte è quello di verificare continuamente il proprio limite contraddittorio, per cui, se da una parte indica un’esistenza libera e piacevole, dall’altra permette, tramite la sua bella forma, la riconciliazione con l’esistenza non libera e spiacevole del mondo reale. Aveva ragione Aristotele quando indicava nell’effetto catartico dell’arte

La duplice funzione dell’arte – di opporre e riconciliare; di accusare e di assolvere; di richiamare il represso e di reprimerlo nuovamente – “purificato”. L’uomo può elevare se stesso con i classici: legge e vede e sente ribellarsi, trionfare, rinunciare o perire i propri archetipi. E poiché tutto ciò ha forma estetica, egli può goderne – e dimenticarlo. (EC, p. 172)

Schiller: l’arte come principio di organizzazione sociale

Ma già Schiller nelle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo (1793-95) pensava alla dimensione estetica non come all’ornamento di un mondo sotto tutti gli altri aspetti repressivo, ma come al luogo per un’esistenza libera e felice, a un principio che governi interamente l’esistenza umana. Era dunque consapevole di risolvere in un problema politico quella che era una funzione separata all’interno della cultura filosofica:

Per risolvere il problema politico nella pratica bisogna prendere la via attraverso il problema estetico, perché alla libertà si giunge solo attraverso la bellezza (ÄEM, II, 207)

Schiller parlava della lotta, nella storia della civiltà, fra due impulsi, quello “sensuale” (o “materiale”, Materietrieb) e quello “razionale” (o “formale”. Formtrieb), una lotta segnata dalla sopraffazione del secondo sul primo. Per opera di un terzo impulso (quello “ludico”, del gioco, Spieltrieb), si può dare una civiltà in cui finalmente il razionale sia sensuale e il sensuale razionale. Dalla vittoria di questo impulso deriva una trasformazione della civiltà, per cui la natura non risulta né dominatrice, né dominata: è “inutilmente”, contemplata nella sua bellezza.

La bellezza… non può essere esclusivamente vita… né può essere esclusivamente forma…: essa è l’oggetto comune di entrambi gli istinti, cioè dell’istinto del gioco… Siccome l’animo nell’intuizione del bello si trova in un felice punto di mezzo fra la legge e il bisogno, appunto perché si divide fra l’una e l’altro, è sottratto alla costrizione di entrambi. (ÄEM, XV, 259-60)
Entrambi gli istinti costringono l’animo, quello con le leggi della natura, questo con le leggi della ragione. L’istinto del gioco… abolirà anche ogni costrizione e porrà l’uomo in libertà tanto fisica che morale. (ÄEM, XIV, 256)
L’istinto del gioco sarebbe diretto ad abolire il tempo nel tempo, ad unire il divenire con l’essere assoluto, il mutamento con l’identità. (ÄEM, XIV, 255)
Con la bellezza l’uomo deve solo giocare, e deve giocare solo con la bellezza. L’uomo gioca solo quando è uomo nel pieno significato della parola, ed è completamente uomo solo quando gioca. (ÄEM, XV, 262)

La natura è, come per Kant, secondo “finalità formale”; è come ce la indicano le immagini orfiche e narcisistiche, come la liberazione degli istinti ci lascia intravedere; è come lo sviluppo tecnologico della società industriale avanzata può consentire; come ci promette il canto delle Sirene, se non avessimo le orecchie tappate con la cera o ci liberassimo dalle corde che ci legano all’albero maestro.

L’utopia come “dimensione estetica”

L’utopia verifica la sua fine come tale: rifiuta di essere relegata nella terra di nessuno e l’arte può essere il principio di organizzazione reale (ed attuale) della civiltà. Nell’articolo Art in One-dimensional Society (1967)[12] Marcuse riprende e chiarisce questo discorso, insieme con la denuncia del suo fraintendimento: non l’arte come abbellimento, come superficie del brutto, come cultura per un mondo di terrore, ma l’arte come architettura di una società veramente libera:

L’arte, la forma dell’immaginazione, potrebbe guidare la costruzione della nuova società. E, in quanto i valori estetici sono i valori non aggressivi per eccellenza, l’arte come tecnologia e tecnica implicherebbe l’apparizione di una razionalità nuova nella costruzione di una società libera, vale a dire, la comparsa di modi e fini nuovi dello stesso progresso tecnico (CSR, p. 142)

Questa società libera sarebbe costruita dalla tecnica, ma da una tecnica

Che è l’opposto della tecnologia e della tecnica che dominano le società repressive odierne, vale a dire, una tecnica liberata dal potere distruttivo che sperimenta uomini e cose, spirito e materia come oggetti bruti della scissione, della combinazione, della trasformazione e del consumo. Invece, l’arte – tecnica – libererebbe le potenzialità della materia, che proteggono e rafforzano la vita. (CSR, p. 144)

L’immaginazione diventerebbe “fattore della tecnica produttiva” (gesellschaftliche Produktivkraft) e questo significherebbe la “negazione-inveramento” (Aufhebung) dell’arte: essa non sarebbe più separata dal reale, ma, come “gaia scienza”, ricostruirebbe radicalmente il mondo dell’esperienza: La dimensione estetica sarebbe il “mondo della vita” (Lebenswelt) in cui potrebbero svilupparsi i nuovi bisogni e le nuove facoltà, i bisogni e le facoltà della libertà. In questo mondo potrà crescere un uomo biologicamente nuovo, un uomo, cioè, che si sia liberato dai falsi bisogni (quelli imposti dalla società dei consumi e, ormai, quasi biologicamente introiettati) e la cui nuova struttura istintuale sappia riconoscere (anzi, non possa più fare a meno di soddisfare) i bisogni di libertà, bellezza, gioco:

Un uomo che dovrebbe parlare una lingua diversa, fare gesti diversi, seguire impulsi diversi; un uomo che avrebbe sviluppato in se stesso una barriera contro la crudeltà, la brutalità, la bruttezza. (EL, p. 34)

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[12] E’ basato su una conferenza tenuta nel marzo del 1967, quindi raccolto nel volume Critica della società repressiva.

Marcuse e la scuola di Francoforte (III parte)

Il dominio sulla natura e sull’uomo, ovvero “ragione strumentale” e “dialettica dell’illuminismo”

Ma  qui c’è anche il nodo che lega il pensiero di Marcuse a quello di Adorno e Horkheimer. La “ragione strumentale” di cui parla Horkheimer non è altro che la ragione usata come strumento per dominare gli uomini e la natura. La “dialettica dell’illuminismo”[11] non è altro che il percorso che parte dall’opposizione fra uomo e natura, dal non riconoscimento che l’uomo stesso è natura, e conduce al dominio sulla natura, e quindi sull’uomo stesso:

La malattia della ragione sta nel fatto che essa è nata dal bisogno umano di dominare la natura… Dal momento in cui la ragione divenne lo strumento del dominio esercitato dall’uomo sulla natura umana ed extra-umana – il che equivale a dire dal momento in cui nacque – essa fu frustrata nell’intenzione di scoprire la verità… Si potrebbe dire che la follia collettiva imperversante oggi, dai campi di concentramento alle manifestazioni apparentemente più innocue della cultura di massa, era già presente in germe nell’oggettivizzazione primitiva, nello sguardo con cui il primo uomo vide il mondo come una preda (ER, p. 151).

Nella storia della civiltà occidentale, mentre l’“illuminismo” e la “ragione strumentale” fondavano il mondo esistente e lo convalidavano come l’unico possibile, l’arte e la filosofia mantenevano in vita il pensiero (l’idea, l’immagine, il sogno) di un mondo diverso (un mondo contemporaneamente bello, buono e giusto).

Il pensiero negativo contro il pensiero positivo, ovvero Platone contro Aristotele

La filosofia di cui si parla è quella che, fondandosi sulla dialettica, trascende la realtà data rivelandone il carattere irrazionale; è il “pensiero negativo” che, a differenza del “pensiero positivo” che convalida la realtà esistente, nega questa realtà in nome di una realtà che non c’è, ma che può essere. Marcuse rintraccia l’origine di questa dicotomia già nel pensiero greco, ovvero nell’opposizione fra la logica dialettica di Platone e la logica formale di Aristotele. La filosofia platonica è il primo esempio di pensiero negativo, perché nega la realtà empirica immediata in nome della realtà delle vere forme, delle Idee: dunque è anche sovversiva – come dimostra il destino di Socrate - perché sottopone a critica tutto ciò che esiste:

Il discorso socratico è in tal senso un discorso politico, in quanto contraddice le istituzioni politiche stabilite. La ricerca della definizione corretta, del “concetto” di virtù, giustizia, pietà e conoscenza diventa un’impresa sovversiva, poiché il concetto propone una nuova polis (OM, p. 149).

La stessa idea esprime Horkheimer:

Socrate morì per aver sottoposto le idee più sacre e più comunemente accettate della sua comunità e del suo paese alla critica del “demone”, o pensiero dialettico, come lo chiamò Platone. Nel far questo, egli si batté contro il conservatorismo ideologico e contro il relativismo mascherato da progressismo… in altre parole si batté contro la ragione soggettiva e formalistica di cui si facevano campioni gli altri sofisti (ER, p. 16-17).

Con Aristotele invece, sotto il segno dell’astrazione formale, della calcolabilità, scompare la tensione dialettica fra essere e dover essere. E quest’ultimo è il modo di pensare che ha trionfato, nella civiltà occidentale, secondo le forme della razionalità scientifica e tecnologica. L’altro modo (quello platonico) è stato emarginato come metafisico, confuso, emotivo, illogico.

La critica della falsa neutralità della scienza e il recupero di Husserl

Ma questa ragione formale, scientifica, neutrale rispetto ai suoi contenuti, si rivela sin dall’inizio come la ragione del potere dominante, la metafisica del dominio. La scienza

Si sviluppa sotto la spinta di un a-priori tecnologico che scorge nella natura null’altro che un strumento potenziale, materiale da controllare e da organizzare. E la percezione della natura come strumento (ipotetico) precede lo sviluppo di ogni particolare organizzazione tecnica. (OM, p. 167).

Dunque, il vero logos della scienza è tecno-logia, per essa la natura è “strumento”, “materia in funzione” senza fine, oggetto per una soggettività. In altre parole, per Marcuse

 la direzione in cui essa (la scienza) è stata generalmente applicata era inerente alla scienza pura, anche là dove non ci si poneva fini pratici (OM, p. 160)

dato che i “fini pratici” erano immanenti alla stessa struttura storico-sociale che si serviva della scienza pura. Ed ecco il punto: la materia è neutrale, ma è un soggetto storico concreto che la manipola:

La materia è neutrale quanto la scienza; l’oggettività non reca un telos in sé e neppure è proiettata verso un telos. Ma è precisamente il suo carattere neutrale che rapporta la oggettività ad uno specifico soggetto storico, cioè alla coscienza che prevale nella società dalla quale e per la quale la neutralità è stabilita (OM, p. 170)

Marcuse trova nello Husserl de La crisi delle scienze europeee e la fenomenologia trascendentale (1936) la conferma di tale carattere “ideologico” del metodo scientifico: il suo non avere base concettuale al di fuori del sistema, e cioè la sua incapacità di trascendere la Lebenswelt (mondo della vita, della realtà empirica), che, quindi, lo determina aprioristicamente.

Ciò che accade nello sviluppo della relazione fra la scienza e la realtà empirica è l’abolizione della trascendenza della ragione. La ragione perde la sua forza filosofica e il suo diritto di definire e progettare idee e modi dell’essere al di là e contro di quelli stabiliti dalla realtà sussistente. (CSR, p. 61)


In tale condizione, il lebensweltliches (appartenente al mondo della vita) che determina apriori il metodo scientifico, è la trasformazione della Lebenswelt empirica (cioè, l’apriori tecnico). Cosicché, il soggetto occulto della scienza galileiana, lungi dall’essere neutrale, è invece il soggetto di una specifica esperienza concreta della Lebenswelt, è inserito all’interno di uno specifico progetto storico e sociale: un progetto di dominio e di controllo sulla natura e sull’uomo.

Adorno-Horkheimer: la veglia della ragione genera mostri

Opere come Eclisse della ragione di Horkheimer e Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer sviluppano in modi simili questa problematica. Così si esprime Horkheimer:

Nell’aspetto formalistico della ragione, sottolineato dal positivismo, è messa in rilievo la sua indipendenza dal contenuto oggettivo; nell’aspetto strumentale, sottolineato dal pragmatismo, è messo in rilievo il suo piegarsi a contenuti eteronomi. La ragione è ormai completamente aggiogata al processo sociale; unico criterio è diventato il valore strumentale, la sua funzione di mezzo per dominare gli uomini e la natura (ER, p. 25)

Analogamente, l’analisi spietata della dialettica dell’Aufklärung, condotta da Adorno e Horkheimer nel loro famoso libro, intende svelare come, nella sua intenzione di fuoriuscire dal mito, l’illuminismo torni a rovesciarsi in mitologia, il progresso si capovolga in regresso, la ragione, separata dai fini, generi la barbarie.
C’è un’acquaforte di Goya, della serie “I capricci”, del 1799, intitolata “El sueño de la razon produce monstruos”, il sogno della ragione genera mostri. Raffigura un personaggio seduto che si è addormentato, appoggiando le braccia e la testa ad una scrivania; attorno a lui volteggiano ombre di pipistrelli dal volto vampiresco. Sono gli incubi del dormiente, e il senso dell’immagine, chiarita dal titolo, è che se la ragione si addormenta, se non vigila, se non rischiara la realtà con la sua luce, i mostri dell’ignoranza e della superstizione prendono il sopravvento. E’ un messaggio coerente con l’ideologia dell’illuminismo, convinto delle capacità liberatorie della ragione. Ma, ci chiediamo noi, cosiccome si chiedono Adorno e Horkheimer, dopo avere assistito alla barbarie del Novecento, dopo Auschwitz, dopo i lager e dopo i gulag, dopo lo sterminio etnico programmato e realizzato scientificamente, dopo le “bombe intelligenti”, è solo il sonno della ragione a generare mostri o non anche una ragione ben sveglia? Una ragione usata in maniera distorta, ma sveglia, non dormiente, ben padrona degli strumenti tecnici e scientifici, e capace però di generare mostri. Ecco spiegata la dialettica dell’illuminismo: il titolo dell’acquaforte di Goya è rovesciato: “la veglia della ragione genera mostri”. E questa parabola, per i pensatori francofortesi, è intrinseca alla ragione scientifica sin dalle sue origini, è propria del pensiero positivo.
 
Il pensiero negativo come ragione totale

Ma il pensiero negativo, cosiccome l’arte, ha mantenuto in vita, opponendosi alla “cattiva immediatezza” del metodo scientifico, l’esigenza di un metodo “mediato” dal progetto di realizzazione delle idee di Bene, Bellezza, Giustizia, Pace. E’ una ragione teoretica che è contemporaneamente etica, estetica e politica. E’ una ragione totale, come lo era nelle sue origini platoniche

La profonda caratteristica del bene si è rifugiata nella natura costitutiva del bello; infatti la misura e la proporzione sembrano essere bellezza e virtù… Se non ci riesce di cogliere il bene assoluto per mezzo di un’unica Idea, cerchiamo di coglierlo con tre idee, ossia bellezza, proporzione e verità..” (Filebo, 64)

una ragione ormai bandita nella società ad una dimensione, liquidata come metafisica e mitologia. Ma quella metafisica e quella mitologia hanno continuato a negare la illibertà, la bruttezza e l’ingiustizia del mondo reale, hanno continuato ad indicare la sfasatura fra reale e razionale, fra essere e dover essere; hanno espresso (e continuano ad esprimere) quello che Marcuse chiama il Grande Rifiuto nei confronti del dominio e dell’oppressione e in vista della possibilità della realizzazione di un mondo libero.

Il pensiero negativo come dialettica

Il pensiero negativo è il pensiero dialettico, ovvero quello che, facendo luce (e leva) sulla contraddizione, guarda il mondo dal punto di vista delle sue potenzialità (o meglio, dal punto di vista della libertà: il pensiero dialettico nega la negazione della libertà), a differenza del pensiero positivo che, guardando il mondo nella sua realtà di fatto, per quel che appare all’esperienza, sul piano politico-sociale finisce per convalidare l’esistente. Nei suoi studi su Hegel (Ragione e rivoluzione, 1941), così come nella Nota sulla dialettica (1960), Marcuse ha chiarito questo aspetto, ovvero il significato intrinsecamente rivoluzionario del pensiero dialettico-negativo, cui si contrappone il significato intrinsecamente conservatore del pensiero positivo:

Il potere del pensiero negativo è l’impulso del pensiero dialettico usato come strumento per analizzare il mondo dei fatti dal punto di vista della loro intrinseca inadeguatezza… Il pensiero dialettico ha inizio con la constatazione che il mondo non è libero; cioè che l’uomo e la natura esistono in condizioni di alienazione, “diversi da ciò che sono”… Mentre il metodo scientifico conduce dall’immediata esperienza delle cose alla loro struttura logico-matematica, il pensiero filosofico conduce dall’immediata esperienza dell’esistenza alla sua struttura storica: il principio della libertà” (RR, p. 7)
Hegel aveva considerato la società e lo Stato come opere storiche dell’uomo e ne aveva dato una interpretazione dal punto di vista della libertà; la filosofia positiva invece studiava la realtà sociale dal punto di vista naturalistico della necessità oggettiva…Comte affermò esplicitamente che il termine ‘positivo’ con il quale egli definiva il suo sistema filosofico, implicava che gli uomini fossero educati ad assumere un atteggiamento positivo verso lo stato di cose prevalente. La filosofia difendeva l’ordine esistente contro coloro che asserivano la necessità di negarlo. (RR, p. 361-63)

Il pensiero negativo come "nostalgia del totalmente altro"

Secondo alcuni, c’è un anelito religioso in questo aspetto del pensiero di Marcuse, un anelito che meglio si riconosce se si guarda il percorso compiuto dal suo amico e direttore della scuola, Horkheimer. C’è un’opera di costui, del 1970, La nostalgia del totalmente altro, che è una sorta di teologia della liberazione. Il “totalmente altro” è quel dio che è necessario ipotizzare per mostrare pienamente la inadeguatezza dell’esistente. A prescindere dall’esistenza di dio, c’è bisogno di una teologia, intesa non come scienza del divino, ma come

la speranza che, nonostante questa ingiustizia che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia abbia l’ultima parola

come

espressione di una nostalgia, secondo la quale l’assassino non possa trionfare sulla sua vittima innocente… nostalgia di perfetta e consumata giustizia.

Nell’opera di Marcuse non ci sono riferimenti espliciti alla religione, ma come negare una qualche vicinanza fra la suddetta “nostalgia del totalmente altro” e il “grande rifiuto” della realtà esistente, la realtà dell’oppressione e dell’ingiustizia, contro cui “il pensiero (negativo) continua a protestare in nome della verità”? (RR, p. 16)

Il pensiero negativo come linguaggio dell’arte

Tornando al nostro discorso, la dialettica e il linguaggio poetico si trovano sullo stesso piano: entrambi negano ciò che è in nome di ciò che non è; evocano l’assente; guardano il mondo da un punto di vista esterno ad esso, ma da cui si vedono le possibilità intrinseche al mondo esistente; entrambi adottano

Il linguaggio della negazione come il Grande Rifiuto di accettare le regole del gioco in cui i dati sono falsati. L’assente deve essere presente in quanto la maggior parte della verità risiede nell’assente (RR., p. 11)

Marcuse cita Mallarmé, che dice

Io dico: un fiore! E dall’oblio nel quale la mia voce esilia ogni forma, in quanto diversa dalle corolle note, sorge musicalmente, idea pura e soave, il fiore che manca ad ogni mazzo. (RR, p. 11)

E Valéry

Il pensiero è il travaglio che fa vivere in noi ciò che non esiste… Che cosa siamo noi senza l’aiuto di ciò che non esiste? (RR, pp. 11-12)

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[11] Meglio sarebbe dire “del rischiaramento”, perché nel termine usato da Adorno e Horkheimer (Aufklärung) non c’è il riferimento al movimento culturale che caratterizza il secondo Settecento

Marcuse e la scuola di Francoforte (II parte)

La rilettura di Freud

La rilettura di Freud è forse uno degli aspetti più interessanti e originali del pensiero di Marcuse, e vale dunque la pena di soffermarcisi. Precisamente, è Eros and Civilization (1955) l’opera con cui Marcuse intende dimostrare le conseguenze radicalmente rivoluzionarie desumibili dalla teoria degli istinti (o metapsicologia) freudiana. E’ appunto questo il Freud che interessa Marcuse: non il medico che si serve della psicanalisi a fini terapeutici, ma il filosofo che formula ipotesi sulla natura degli istinti, sulle origini della civiltà, sul rapporto fra individuo e organizzazione sociale.
Ora, se si leggono testi come Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921), L’avvenire di un’illusione (1927) o Il disagio della civiltà (1930), si vede come Freud ritenesse irreversibile il processo repressivo della civiltà, come, per lui, repressione e conseguente infelicità fossero connaturate all’esistenza umana. Ogni qualvolta considera le prospettive future dell’umanità, Freud è decisamente scettico:

Sembra piuttosto che ogni civiltà debba edificarsi sulla coercizione e sulla rinuncia pulsionale… Si deve, a mio parere, tener conto del fatto che in tutti gli uomini sono presenti tendenze distruttive, e perciò antisociali e ostili alla civiltà. (ZI, p. 147)
Mi manca il coraggio di erigermi a profeta di fronte ai miei simili e accetto il rimprovero di non saper portare loro nessuna consolazione (UK, p. 280).

La necessità della civiltà repressiva è il fulcro di tutta la costruzione teorica freudiana: la civiltà nasce e si fonda sulla stessa necessità di reprimere la tendenza degli istinti alla propria soddisfazione incontrollata; su questa repressione vengono garantiti l’ordine e il progresso, ma gli individui pagano col prezzo della infelicità: dietro l’ordine si cela, in antagonismo ineliminabile, “das Unbehagen in der Kultur” (il disagio della civiltà).
E qui, per capire la questione, bisogna addentrarsi un po’ nella teoria freudiana, secondo cui esistono due istinti (o pulsioni, Trieb) fondamentali, che vengono indicati con il nome di Eros (l’istinto di vita) e di Thanatos (l’istinto di morte): sono questi gli istinti che vengono necessariamente repressi, perché altrimenti scaricherebbero la loro energia in maniera distruttiva per la società; la repressione di Eros si realizza in modo che la sua energia venga impiegata per la costruzione della Kultur[5]; la repressione di Thanatos fa sì che la sua energia venga scaricata contro se stessi, nella forma del Super-io e del connesso senso di colpa[6].

Freud contro Freud

Ma Marcuse mette Freud contro Freud, sostiene cioè che, dalle stesse premesse che Freud ha posto, si può e si deve arrivare a conclusioni diverse. Tenendo conto del fatto che le opere metapsicologiche di Freud testimoniano di una ricerca continua, che procede per precisazioni successive, in definitiva non conclusa, per Marcuse si tratta di far luce (e leva) su alcune contraddizioni, irrisolte nel pensiero freudiano: l’affermazione sul carattere asociale ed antisociale degli istinti con l’affermazione che la natura degli istinti è “storicamente acquisita”; l’affermazione sull’eterna conflittualità fra “principio del piacere” e “principio della realtà” [7] con l’affermazione che il conflitto è causato da Anànke (bisogno, necessità della lotta per l’esistenza). In altre parole

Il conflitto tra principio del piacere e principio della realtà è inconciliabile al punto da rendere necessaria la trasformazione in senso repressivo della struttura istintuale dell’uomo? O consente invece il concetto di una civiltà non repressiva, basata su un’esperienza dell’essere fondamentalmente diversa, su un rapporto fondamentalmente diverso fra uomo e natura e su relazioni esistenziali fondamentalmente diverse? (EC, p. 52)

In Al di là del principio del piacere (1920) Freud, considerando la formazione degli istinti, aveva individuato tre fasi distinte: aveva parlato, riferendosi ad un ordine di storia geologico-biologico, di un originario impulso alla regressione (relativamente allo stesso presentarsi della vita organica), di una successiva differenziazione dell’impulso in Eros e Thanatos (determinata da “fattori esterni”, eventi geologici), e infine, riferendosi ad un ordine sociologico di storia, di un’altra decisiva modificazione degli istinti alle soglie della civiltà, imposta dalla presenza dell’Anànke, per cui Eros viene sia sublimato che organizzato produttivamente, mentre Thanatos viene trasformato in aggressività socialmente utile e in morale.
Qui si ferma Freud e di qui parte Marcuse, cominciando col rilevare che fra le origini della civiltà e la sua fase attuale c’è una differenza tale (l’Anànke stata notevolmente ridotta) da legittimare l’ipotesi di un’altra grande svolta possibile: nel senso di una liberazione degli istinti che non comporti distruzione e regressione alla barbarie. In altre parole, se è vero, come Freud dice ripetutamente, che è l’Anànke a imporre la repressione degli istinti (o meglio: la loro organizzazione secondo il principio di realtà), ne consegue che, nello sviluppo storico, man mano che si riduce l’Anànke, si riduce anche la conflittualità fra principio del piacere e principio della realtà, fino a consentire la liberazione degli istinti (o meglio: la loro organizzazione secondo un principio della realtà non in contraddizione col principio del piacere).

La liberazione di Eros e la “neutralizzazione” di Thanatos

Per quanto riguarda Eros, ciò vorrebbe dire non solo un recupero del carattere “polimorfo e perverso” della sessualità pregenitale, ma anche un suo espandersi in “relazioni libidiche di lavoro”, tale, cioè, da rendere lo stesso processo lavorativo terreno di soddisfazione della libido. Si tratta di una possibilità intravista dallo stesso Freud, sia nel Disagio della civiltà che in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921):

Nei rapporti sociali tra gli uomini accade la stessa cosa che l’indagine psicanalitica ha scoperto nell’evoluzione della libido individuale: la libido s’appoggia al soddisfacimento dei grandi bisogni vitali e, quali propri primi oggetti, sceglie le persone che vi concorrono. E, come nel singolo, anche nell’evoluzione dell’intera umanità solo l’amore ha operato da fattore di incivilimento trasformando l’egoismo in altruismo… ciò costituisce una prova persuasiva del fatto che l’essenza della formazione collettiva consta di legami libidici di tipo nuovo fra i membri della massa. (MIA, p. 99)

In questa prospettiva, lo stesso spauracchio dell’impulso alla distruzione (lo scatenamento della destrudo) sembra non essere più tale, se lo consideriamo, come è, una espressione dell’istinto di morte (Thanatos), il quale a sua volta opera in fusione (in maniera complementare) con l’istinto di vita (Eros). Questo vuol dire che uno sviluppo non repressivo della libido (l’energia di Eros) deve necessariamente alterare le manifestazioni della destrudo (l’energia di Thanatos). E questo sembra essere il senso della speranza con cui si concludeva Il disagio della civiltà:

E ora c’è da aspettarsi che l’altra delle due potenze celesti, l’Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi nella lotta con il suo avversario altrettanto immortale (UK, p. 280)

Eros e Thanatos nell’“inno a Venere” di Lucrezio

A questo proposito, mi viene in mente un poeta latino, molto lontano nel tempo, dunque, da Freud e da Marcuse, e tuttavia capace, mi è sempre sembrato, di dare della problematica appena esposta una rappresentazione poetica di immediata comprensione. Mi riferisco a Lucrezio, e precisamente a quell’inno a Venere con cui dà inizio al suo poema, De rerum natura. Ricordate? C’è la guerra, dice Lucrezio, e bisogna che le armi tacciano perché il poeta possa scrivere i suoi versi e il lettore ascoltarli. Dunque implora Venere, la divinità dell’amore, perché con il suo fascino, con la sua capacità di seduzione, trattenga Marte, la divinità della guerra, e gli impedisca di scatenarsi sui campi di battaglia. E’ un’immagine memorabile: il dio ha posato il suo capo sul grembo di Venere e, vinto dall’eterna ferita d’amore (aeterno devictus vulnere amoris), a bocca aperta (inhians), respirando il respiro della dea (eque tuo pendet resupini spiritus ore), fissa su di lei il suo sguardo bramoso (pascit amore avidos visus). L’idea di Lucrezio è che solo la forza dell’amore possa annullare, o almeno indebolire, la forza della guerra, della distruzione, della morte. Non mi pare difficile riconoscere in Venere e Marte le due potenze celesti di cui parla Freud, e, analogamente, come, per Lucrezio, solo Venere può frenare Marte, così Freud è convinto che solo Eros può bloccare la potenza distruttiva di Thanatos.

La liberazione di Thanatos

Ma Marcuse dice qualcosa di più sulla liberazione di Thanatos, sulla possibilità che tale istinto si soddisfi in maniera né aggressiva né auto-punitiva. Bisogna partire dall’idea espressa da Freud in Al di là del principio del piacere, secondo cui la meta di Thanatos è la regressione al Nirvana, ovvero a quello stato di quiete e non dolore che esisteva prima della nascita[8]. In altre parole, la tendenza propria dell’istinto di morte sarebbe quella di ripristinare le condizioni inorganiche che hanno preceduto il sorgere della vita.  Così in Al di là del principio del piacere:

L’essere vivente elementare sarebbe rimasto volentieri immobile sin dall’inizio della sua esistenza, non avrebbe chiesto di meglio che di condurre un genere di vita uniforme, in condizioni invariabili… A un certo momento l’intervento di una forza, sulla cui natura non possiamo farci alcuna idea, ha risvegliato nella materia inanimata le caratteristiche della vita… La tensione che allora si produsse in una sostanza, fino a quel momento inanimata, cercò di autoeliminarsi: così nacque la prima pulsione: quella di tornare allo stato inanimato (JL, pp. 92-93)
 La tendenza predominante della vita psichica, e forse del sistema nervoso in genere, consiste nello sforzo di ridurre, di mantenere costante o di sopprimere la tensione interna prodotta dagli stimoli (principio del nirvana, per usare l’espressione di Barbara Low)… e il riconoscere questo fenomeno è per noi una delle più valide ragioni per credere nell’esistenza delle pulsioni di morte (JL, p. 121)

Ciò vuol dire che Thanatos aspira alla fine della vita fin tanto che la vita è sinonimo di tensione, insoddisfazione, dolore. Ma proprio per questo è possibile progettare la riconciliazione del principio del Nirvana con un principio della realtà entro il quale l’esistenza sia stata portata ad un livello di completa soddisfazione. Si può dunque concludere, per Marcuse, che è possibile una liberazione di Eros non in contraddizione con il vivere sociale, ed è possibile una liberazione di Thanatos che non significhi un suo scatenamento distruttivo.

La dimensione estetica: Orfeo e Narciso contro Prometeo

Tale liberazione lascia intravedere la possibilità di un mondo diverso, un mondo non più caratterizzato dalla repressione e dal dominio, ma finalmente libero, bello e piacevole: si tratta di quella “dimensione estetica” che viene tratteggiata nei capitoli finali di Eros e civiltà. Marcuse individua nelle figure mitologiche di Orfeo e Narciso i due archetipi che significano un ordine di vita non repressivo, un ordine in cui, mediante il gioco e la bellezza, si conciliano istinti e ragione, principio del piacere e principio della realtà.
Orfeo e Narciso si contrappongono a Prometeo: quest’ultimo è l’eroe civilizzatore, è il simbolo della produttività, della lotta faticosa per l’esistenza, e quindi anche della repressione (si veda come nella Teogonia e nelle Opere e i giorni di Esiodo, parlando del mondo di Prometeo, si presenti Pandora, il principio femminile che richiama la sessualità e il piacere, come una maledizione disgregatrice e distruttiva: nel mondo del lavoro, che è quello prometeico, la bellezza della donna, e la felicità che essa promette, sono elementi fatali)[9]. Orfeo invece è il poeta, il cui canto smuove le foreste e le rocce, placa gli animali, pacifica la natura; Narciso è il giovinetto che trova la morte amando la propria immagine riflessa dall’acqua; Marcuse (recuperando il concetto freudiano di “narcisismo primario”[10]) lo interpreta come il simbolo non della patologia che tutti approssimativamente conosciamo, ma di un Eros diverso, un Eros che implica la sua riconciliazione con Thanatos. Leggiamo le sue parole:

quando Narciso disprezza l’amore dei cacciatori e delle ninfe, egli rifiuta un Eros per un altro. Egli vive in virtù di un Eros proprio, ed egli non ama soltanto se stesso. Egli non sa che l’immagine che egli ammira è la sua. Se il suo atteggiamento erotico è affine alla morte e porta morte, il riposo e il sonno e la morte non sono dolorosamente separati e distinti: il principio del Nirvana governa tutti questi stati. E, morto, continua a vivere come il fiore che porta il suo nome. (EC, pp. 189-90)

E dunque Orfeo e Narciso diventano il simbolo di un mondo liberato, un mondo in cui l’unico fine delle cose è di essere quello che sono (le cose non sono usate strumentalmente dall’uomo per un fine diverso da quello che è il loro puro esistere):

Alberi e animali rispondono al canto di Orfeo; la primavera e la foresta rispondono al desiderio di Narciso. L’eros orfico e narcisistico risveglia e libera potenzialità che sono reali in oggetti animati e inanimati, nella natura organica e inorganica – reali ma rimossi, in una realtà non-erotica. Queste potenzialità circoscrivono il telos inerente in esse come non essere altro che quelle che sono, esserci, esistere. L’esperienza orfica e narcisistica del mondo nega ciò che il mondo del principio di prestazione sostiene. L’opposizione tra uomo e natura, soggetto e oggetto, è superata. L’esistere è inteso come soddisfazione che unisce uomo e natura, in modo che la realizzazione dell’uomo sia allo stesso tempo la realizzazione, senza violenza, della natura. Nel fatto che si parli ad essi, che siano amati e curati, gli alberi e i ruscelli e gli animali appaiono come quello che sono: belli, non soltanto per coloro che parlano con essi e li guardano, ma in se stessi, oggettivamente… Nell’eros orfico e narcisistico, questa tendenza si libera: gli oggetti della natura diventano liberi di essere ciò che sono… Il canto di Orfeo placa il mondo animale, riconcilia il leone con l’agnello e il leone con l’uomo. Il mondo della natura è un mondo di oppressione, crudeltà e dolore, com’è il mondo umano; come quest’ultimo, esso aspetta la sua liberazione. Questa liberazione è l’opera di Eros. Il canto di Orfeo infrange la pietrificazione, fa muovere le foreste e le rocce – ma le muove per farle partecipi della gioia (EC, p. 188-189).

Orfeo e Narciso, ovvero il mito dell’età dell’oro

Rileggiamo queste parole: si parla del superamento della opposizione fra uomo e natura, fra soggetto e oggetto, si parla di una finalità (un telos) intrinseca alle cose che è il loro puro esistere, si parla di una bellezza che è inerente al puro esistere delle cose; ma si parla anche della riconciliazione del leone con l’agnello e del leone con l’uomo, si parla di un mondo della natura che aspetta la sua liberazione. Io sento qui l’eco di un mito antichissimo, che percorre la civiltà occidentale e che sembra ripresentarsi, nel cuore del Novecento, in queste formulazioni marcusiane: è il mito dell’età dell’oro, con il quale l’uomo ha immaginato un rapporto pacificato con la natura, una condizione priva di dolore e di fatica. E’ un mito che risale ad Esiodo (VII sec. a. C., che vuol dire gli albori della cultura greca, dunque occidentale), ma che forse ricorderete nella versione che ne dà Virgilio, nella IV Ecloga e poi nel I libro delle Georgiche. Lì si parla non solo di una terra che produce spontaneamente e abbondantemente, senza bisogno di lavoro, (ipsaque tellus / omnia liberius nullo poscente ferebat) ma anche di serpenti che non hanno veleno (Giove, in seguito malum virus serpentibus addidit atris), di lupi che non predano (sempre Giove praedari lupos iussit), di un mondo perduto (ma, per Virgilio, prossimo a tornare), il mondo governato da Crono (il Saturno latino), cui si contrappone il mondo governato da Zeus-Giove, ovvero il mondo fondato dall’atto prometeico del “far sprizzare il fuoco nascosto nelle vene della pietra” (ut silicis venis abstrusum excuderet ignem), del “tentare Teti con le navi” (temptare Thetin ratibus) e del “mutare le merci” (ovvero, del commerciare). Dunque è un’utopia antica che sembra tornare nel pensiero di Marcuse.

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[5] Questa parola in tedesco indica il complesso di valori e ideali propri della “civiltà” (laddove Zivilisation indica piuttosto il progresso in senso tecnico e materiale).
[6] per Super-io si intende quella parte della psiche che si è formata a seguito di una sorta di introiezione della figura paterna, e quindi rappresenta, nell’interiorità dell’individuo, l’insieme dei precetti morali, il senso del dovere, su cui il padre vigila e punisce; la sua crescita, che Freud analizza nel Disagio della civiltà, implica la crescita del senso di colpa in misura sempre meno tollerabile.
[7] I due principi indicano, rispettivamente, la tendenza degli istinti ad una soddisfazione immediata, senza tenere in alcun conto i dati obiettivi della realtà (secondo le modalità di funzionamento dell’inconscio proprie del “processo primario”), e la presa d’atto, da parte della coscienza, dei dati di realtà, quindi della necessità di rinunciare o di differire o di trasformare la soddisfazione (secondo le modalità del cosiddetto “processo secondario”).
[8] Con l’espressione “principio del Nirvana” Freud intende appunto quella tendenza psichica a mantenere costante (in senso simile usa anche l’espressione “principio di costanza”), a ridurre e a sopprimere gli stati eccitazione (analogamente a ciò che il Nirvana indica nel buddismo, ovvero la cessazione del dolore in conseguenza dell’annullamento del desiderio).
[9] Secondo la Teogonia, Pandora è creata, per volontà di Zeus, da Atena e da Efesto, con la collaborazione delle altre divinità. E’ dotata pertanto di straordinarie grazia e bellezza, ma anche, per intervento di Ermes, di furbizia e abilità menzognera. Zeus la invia come punizione agli uomini, per vendicarsi di Prometeo, che aveva loro donato il fuoco, dopo averlo sottratto agli dei. Nelle Opere e i giorni la negatività di Pandora è accresciuta con un altro elemento: è lei che, per curiosità “femminile”, apre il vaso dentro cui erano custoditi tutti i malanni, che quindi si diffondono per il mondo con danno perenne per l’umanità.
[10] Freud ne parla (con qualche oscurità concettuale, che denota lo sforzo dell’elaborazione: si veda Introduzione al narcisismo, 1914) come di una fase del normale sviluppo della libido, che precede quella in cui la libido si rivolge all’esterno, ed è caratterizzata dal fatto che l’Io è oggetto, contemporaneamente, delle pulsioni sessuali e di quelle di autoconservazione (riconducibili, queste ultime, alle pulsioni di morte).