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venerdì 17 novembre 2017

Galileo e la nascita della scienza moderna


Galileo e la nascita della scienza moderna



Nasce a Pisa nel 1564, studia medicina poi passa a matematica. Nel 1589 la insegna a Pisa (scopre le leggi dell’isocronismo del pendolo, inventa la bilancia idrostatica per la determinazione del peso specifico); poi, a causa delle ostilità procurategli dal suo antiaristotelismo, nel 1592 si traferisce a Padova, dove resta fino al 1610, protetto dalla libertà consentita nella Repubblica di Venezia.

Nel 1609 costruisce il cannocchiale (su informazioni olandesi): con esso individua la natura delle macchie solari, il vero aspetto della superficie lunare, l’anello di Saturno e i quattro satelliti di Giove (che chiama “medicei”): tutto ciò annuncia nel 1610 col Sidereus nuncius (in latino). Nello stesso anno torna ad insegnare a Pisa, protetto dal granduca Cosimo II. Scrive le “lettere copernicane” (quattro, di cui le più note sono quella Alla granduchessa madre Cristina di Lorena e A don benedetto Castelli, suo allievo), in cui difende i diritti della scienza contro le pretese della Chiesa.

Nel 1616 il Sant’Ufficio si pronuncia formalmente contro la tesi copernicana[1] e Galileo viene ammonito dal cardinale Bellarmino ad abbandonare le tesi eretiche. Del 1623 è Il Saggiatore [2], in forma di lettera indirizzata a don Virginio Cesarini, in cui si tratta dell’origine delle comete, polemizzando con Lotario Sarsi (pseudonimo dello scienziato gesuita Orazio Grassi, suo avversario), dedicata al nuovo papa, Urbano VIII, il cardinale Barberini, che gli aveva dimostrato apprezzamento, e che sarà contento di quella dedica, ma che non impedirà la successiva imposizione dell’abiura[3].

Del 1632 è il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo: il libro venne immediatamente condannato, l’autore sottoposto a processo, costretto all’abiura, condannato al carcere perpetuo[4] (tramutata, per l’età avanzata e la salute malferma, in “arresti domiciliari” nella propria villa di Arcetri, dove morirà nel 1642).

Per capire la rivoluzione galileiana, bisogna pensare che viene attaccato il sistema aristotelico, quel sistema in cui si identificava la cultura medievale, armonico e totalizzante, per cui non esistono discipline autonome, ma tutte si deducono logicamente dalla metafisica, la quale a sua volta è ancella della teologia[5]. In questo quadro, la scienza come esperienza (le discipline tecnico-artigianali) occupa l’ultimo posto. Il movimento anti-aristotelico, che passa per Leonardo, è quello che sostituisce il concetto di esperienza a quello di autorità. Il passo successivo è il cosiddetto metodo sperimentale: dalla sensata esperienza va indotta la legge generale sulla base delle necessarie dimostrazioni (l’esperienza, cioè, va formalizzata secondo principi matematici: perché da sola, senza teoria, sarebbe cieca, cosiccome la teoria che prescinde dall’esperienza è astratta); la legge generale, a sua volta, consente la capacità di previsione[6].

Il sistema filosofico che si attacca (l’aristotelismo) è anche sistema religioso e di potere. La tesi copernicana (1543: De revolutionibus orbium coelestium ) non riguarda solo l’astronomia: mettere in discussione la centralità della terra vuol dire negare la finalizzazione dell’universo per l’uomo (e quindi negare la sua posizione privilegiata). Nella insistita diffusione (vedi l’uso del volgare) e discussione della propria tesi da parte di Galileo, avvertiamo sia una psicologia illuminista (sicura della vittoria della ragione), sia la convinzione che il progresso della ricerca scientifica debba passare attraverso il riconoscimento della sua legittimità da parte dell’autorità religiosa: per questo cerca di dimostrare come le nuove dottrine non siano nocive all’autorità della Chiesa e come non ci sia contrasto tra fede e scienza.

Il suo presupposto è che la Natura, non meno della Sacra Scrittura, sia creazione di Dio; quindi, se le due verità sono in discordanza, ciò è dovuto all’espressione della Sacra Scrittura, che si adegua alla capacità di comprensione di popoli primitivi; altrimenti bisognerebbe non solo mettere all’indice Copernico, ma impedire tutte le scienze, impedire agli uomini di “leggere” il libro della natura; giacché i libri sono due, quello Sacro e quello della natura, scritto, quest’ultimo, con caratteri matematico-geometrici, caratteri che la mente umana sa decifrare; e la capacità di conoscenza umana, intensive (cioè, per quanto riguarda un singolo fenomeno) è perfetta, pari a quella divina (anche se Dio intuisce immediatamente ciò che l’uomo comprende attraverso passaggi); soltanto extensive (cioè, riguardo alla quantità, infinita, di cose che si possono conoscere) è limitata[7].

Rivoluzionario è anche il fatto che Galileo scriva in volgare, rompendo una tradizione che, ancora nel Rinascimento, manteneva il latino per le questioni scientifiche. La scelta di Galileo è per l’esposizione in forme letterarie (tali sono infatti l’epistola e il trattato dialogico); del resto, data la cultura di base umanistica, lo scienziato è anche letterato (e Galileo partecipava anche al dibattito sul poema cavalleresco, schierandosi per Ariosto contro Tasso).



[1]“Stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica perché contraddice espressamente le affermazioni della Sacra Scrittura”.
[2]Si intitola così perché G. contrappone lo strumento preciso del “saggiatore” (il bilancino degli orafi) al rozzo strumento (la libra) usata dal Grassi per soppesare le varie tesi.
[3]Nel merito, era più fondata la tesi del Grassi (sosteneva trattarsi di un corpo celeste) che quella di Galileo (parlava di apparenze dovute ai raggi solari).
[4]Sembra che il papa si sentisse ridicolizzato dal sospetto di una identificazione con Simplicio, l’aristotelico che nel dialogo soccombe di fronte alla superiorità dei copernicani, Sagredo e Salviati.
[5]Esemplare, in questo senso, il ragionamento logico-deduttivo con cui Beatrice, in Pd. II, spiega a Dante la natura delle macchie lunari a partire da principi teologico-metafisici.
[6]La nascita di un tale metodo scientifico è legata allo sviluppo della tecnologia e della ricerca applicata, a sua volta determinata dallo sviluppo sociale e civile del Rinascimento (crescita delle città, incremento dell’edilizia, nuovi procedimenti industriali e artigianali, sviluppo della navigazione). Di tale mutamento di mentalità, l’opera e il pensiero di Leonardo (1452-1519) erano stati il primo frutto: nei suoi appunti, peraltro rimasti inediti, aveva parlato di metodo sperimentale (“la mera sperienzza è maestra vera” ; contro le “attività che principiano e finiscono nella mente” ), dell’importanza delle dimostrazioni matematiche (“nessuna umana investigazione si può dimandare vera scienza, se non passa per le matematiche dimostrazioni” ) e contro il principio di autorità (“i recitatori e trombetti dell’altrui opere” ).
[7]Un simile argomento è usato da Keplero (v. G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Torino 1979, p. 127) e, prima, da Marsilio Ficino (nella Theologia Platonica).

giovedì 19 novembre 2015

Galileo: il Libro sacro e il libro della natura

dalla lettera a padre Benedetto Castelli
 
Molto reverendo Padre e Signor mio Osservandissimo,
 (…………………………….) Parmi che prudentissimamente fusse proposto dalla Paternità Vostra, non poter mai la Scrittura Sacra mentire o errare, ma essere i suoi decreti d'assoluta ed inviolabile verità. Solo avrei aggiunto, che, se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de' suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d'ira, di pentimento, d'odio, e anco talvolta l'obblivione delle cose passate e l'ignoranza delle future. Onde, sì come nella Scrittura si trovano molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal guisa per accomodarsi alI'incapacità del vulgo, così per quei pochi che meritano d'esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi, e n'additino le ragioni particolari per che siano sotto cotali parole stati profferiti.
Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d'esposizioni diverse dall'apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata nell'ultimo luogo: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all'intendimento dell'universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all'incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi d'operare sieno o non sieno esposti alla capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli; pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch'avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com'ogni effetto di natura (…………………)
Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non posson mai contrariarsi, è ofizio de' saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de' luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri. Anzi, essendo, come ho detto, che le Scritture, ben che dettate dallo Spirito Santo, per l'addotte cagioni ammetton in molti luoghi esposizioni lontane dal suono litterale, e, di più, non potendo noi con certezza asserire che tutti gl'interpreti parlino inspirati divinamente, crederei che fusse prudentemente fatto se non si permettesse ad alcuno l'impegnar i luoghi della Scrittura e obbligargli in certo modo a dover sostenere per vere alcune conclusioni naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative e necessarie ci potessero manifestare il contrario. E chi vuol por termine a gli umani ingegni? chi vorrà asserire, già essersi saputo tutto quello che è al mondo di scibile? E per questo, oltre a gli articoli concernenti alla salute ed allo stabilimento della Fede, contro la fermezza de' quali non è pericolo alcuno che possa insurger mai dottrina valida ed efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne aggiunger altri senza necessità: e se così è, quanto maggior disordine sarebbe l'aggiugnerli a richiesta di persone, le quali, oltre che noi ignoriamo se parlino inspirate da celeste virtù, chiaramente vediamo ch'elleno son del tutto ignude di quella intelligenza che sarebbe necessaria non dirò a redarguire, ma a capire, le dimostrazioni con le quali le acutissime scienze procedono nel confermare alcune lor conclusioni?
Io crederei che l'autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell'istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l'astronomia, di cui ve n'è così piccola parte, che non vi si trovano né pur nominati i pianeti, Però se i primi scrittori sacri avessero auto pensiero di persuader al popolo le disposizioni e movimenti de' corpi celesti, non ne avrebbon trattato così poco, che è come niente in comparazione dell'infinite conclusioni altissime e ammirande che in tale scienza si contengono (……………………………..)
Di Firenze, li 21 Dicembre 1613.

Galileo: elogio dell'intelligenza umana

dal Dialogo sopra i due  massimi sistemi, di Galileo (1632)
 
SALVIATI:  …Convien ricorrere a una distinzione filosofica, dicendo che l'intendere si può pigliare in due  modi, cioè intensive, o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli  intelligibili, che sono infiniti, l'intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all'infinità è come un zero; ma pigliando l'intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l'intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n'abbia l'istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l'aritmetica, delle quali l'intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall'intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore…. Per meglio dichiararmi, dico che quanto alla verità di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l'istessa che conosce la sapienza divina; ma vi concederò bene che il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni, delle quali noi conosciamo alcune poche, è sommamente più eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi di conclusione in conclusione, dove il Suo è di un semplice intuito…

domenica 24 maggio 2015

Risposte ai quesiti di Italiano (Letteratura - classe IV)


1) Come si difende Guicciardini, nei Ricordi, dall’accusa di collaborare con il governo tirannico dei Medici?
Guicciardini sostiene che, quando il potere è nelle mani di un tiranno, è male se gli uomini onesti si astengono dalla vita politica ed è bene che invece partecipino, anche a prezzo dell’accusa di essere collaboratori del tiranno. Infatti la partecipazione degli onesti può, in qualche misura, ridurre il male del potere tirannico, che, altrimenti, sarebbe gestito soltanto dai malvagi e disonesti, con danno per l’intera collettività.
 
2) Spiegate e contestualizzate il seguente passo, tratto dal cap. VI del Principe: “E debbesi considerare come e' non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo di introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimico tutti quegli che degli ordini vecchi fanno bene, e ha tiepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbono bene: la quale tepidezza nasce parte per paura delli avversari, che hanno le leggi dal canto loro, parte da la incredulità degli uomini, e' quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza.”
 
 
Machiavelli, dopo avere ricordato le grandi personalità che con virtù ed armi proprie fondarono nuovi Stati, sottolinea le difficoltà in cui si viene a trovare chi, al pari di un fondatore di Stato, vuole riformare radicalmente uno Stato, introducendovi nuovi ordinamenti (nuove istituzioni).
“Si deve  pensare che non c’è cosa di più difficile, incerta e pericolosa  realizzazione che quella di volere introdurre in uno Stato nuovi ordinamenti. Perché chi vuole introdurre delle riforme ha come avversari tutti quelli traggono vantaggio dallo stato di cose esistente e come sostenitori quelli che potrebbero avere dei vantaggi in futuro, con i nuovi ordinamenti; ma i sostenitori del nuovo sono ‘tiepidi’, cioè non sono determinati come i difensori del vecchio, sia perché anche le leggi (essendo quelle dello Stato esistente) sono contro di loro, sia perché, essendo il nuovo Stato ancora tutto da costruire, gli uomini sono per natura riluttanti a battersi per ciò che ancora non esiste." 
 
 
3) Spiegate e contestualizzate il seguente passo, tratto dal Cortegiano: Ma avendo io già più volte pensato meco onde nasca questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l'hanno, trovo una regula universalissima (…), e ciò è fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi (...). Però si po dir quella esser vera arte che non pare esser arte; né più in altro si ha da poner studio, che nel nasconderla
 
 
Il conte Ludovico di Canossa sta spiegando in che cosa consista la grazia, che è la prima qualità che l’uomo di corte deve possedere.
“Poiché più volte ho riflettuto su come si acquisisca la grazia, ho trovato questa regola universale (tralascio naturalmente il caso in cui si possieda la grazia per natura, cioè per un’influenza benevola del cielo): la grazia consiste nell’evitare, come uno scoglio duro e pericoloso, l’affettazione (cioè, l’artificiosità e la ricercatezza); in altre parole consiste nel comportarsi con una disinvoltura tale che non faccia trasparire, in ciò che si fa e dice, lo studio e l’impegno che ci si è messo. Pertanto, per quanto studiato ed artificioso possa essere un comportamento, la grazia consiste nel nascondere l’artificiosità e nell’apparire naturali.”
 
 
4) Per quali ragioni Tasso non ha inserito nella Gerusalemme conquistata un episodio quale quello di Erminia tra i pastori?
 
 
Da un punto di vista formale l’episodio violava il principio aristotelico dell’unità compositiva, in quanto risultava a se stante rispetto alla vicenda centrale del poema. Da un punto di vista contenutistico, all’autore doveva sembrare moralmente poco appropriato che, nel poema in cui si celebrava la guerra santa come dovere della cristianità, si vagheggiasse (come succede in quell’episodio) un mondo idilliaco, di pace e di estraneità a quella guerra.
 
 
5) Contestualizzate e parafrasate la seguente ottava: "Giunge all’irresoluto il vincitore, / e in arrivando (o che gli pare) avanza / e di velocitade e di furore / e di grandezza ogni mortal sembianza. / Poco ripugna quel; pur mentre more, / già non oblia la generosa usanza: / non fugge i colpi e gemito non spande, / né atto fa se non altero e grande." (Liberata, canto XX)
 
 
Siamo nel finale del poema, quando si sta combattendo l’ultima battaglia fra cristiani e musulmani, e Rinaldo (il vincitore) si sta avventando su Solimano (l’irresoluto). Parafrasi: Addosso a Solimano, che non sa che fare, giunge Rinaldo (il vincitore, perché ha appena abbattuto Adrasto) e, mentre arriva, supera (almeno così sembra a Solimano) in velocità, furia e dimensioni fisiche ogni aspetto umano. Quello (Solimano) lo contrasta (gli resiste) poco; eppure, mentre muore, non dimentica le sua consueta nobiltà (di guerriero): non evita i colpi e non emette lamenti, e non compie azione che non sia fiera e di grande dignità.
 
 
6) Spiegate etimologia e significato del cosiddetto “marinismo”.
 
 
Il termine “marinismo” indica un modo di concepire la poesia, proprio del Seicento, secondo cui il fine del poeta è quello di “destare meraviglia” nel lettore, e ciò lo si ottiene inventando immagini sempre nuove e utilizzando metafore quanto più possibile ardite e originali. Tale concezione era teorizzata dal poeta Giambattista Marino, il che spiega l’etimologia della parola.
 
 
7) Con quali argomenti, nel Dialogo sopra i massimi sistemi, si mette in ridicolo l’abitudine degli aristotelici di citare l’opera del filosofo greco come unica e indiscutibile fonte di verità?
 
 
 Gli aristotelici si ostinano a ritenere vero il punto di vista del "maestro", anche quando questo è in evidente contrasto con i dati dell’esperienza (Sagredo cita l’esempio di quei medici aristotelici che, pur vedendo coi propri occhi che l’origine dei nervi è nel cervello, continuavano a ritenere che fosse nel cuore, perché così aveva detto Aristotele). Soprattutto, però, è ridicola la pretesa di attribuire ad Aristotele la conoscenza della verità su ogni questione, prendendo qua e là le parti della sua opera che fanno comodo e "cucendole" insieme (con tale sistema, dice Sagredo, si può utilizzare l’opera di qualsiasi autore o, più semplicemente, basta utilizzare l’alfabeto).
 
 
8) Con quali argomenti Galileo nella lettera Cristina di Lorena si difende dall’accusa di sostenere una tesi (quale quella copernicana) contraria alla verità delle Sacre Scritture?
 
 
Galileo sostiene che è “parola di Dio” tanto la Bibbia quanto la natura, dunque entrambe dicono la verità e non possono contraddirsi. L’apparente contraddizione deriva dal fatto che la Bibbia (la cui funzione è quella di insegnarci “non come vada il cielo, ma come si vada al cielo”) si serve di immagini concrete e metaforiche per farsi comprendere da uomini che altrimenti non capirebbero; ma il libro della natura è scritto con caratteri matematici e geometrici, dunque le verità scientifiche, che l’intelletto umano raggiunge attraverso le “sensate esperienze e le necessarie dimostrazioni”, sono incontrovertibili.
 
 
9) De Sanctis, riferendosi alla letteratura della seconda metà del Settecento, diceva che finiva "l’arte per l’arte" e ritornava "l’arte per la vita". Che voleva dire?
 
 
Voleva dire che la letteratura, dopo secoli in cui era stata gusto per la bella forma, esercizio di stile, dimostrazione di abilità tecnica (e ciò, secondo lui, era successo dal Rinascimento in poi), nell’età dell’Illuminismo, e precisamente con Parini ed Alfieri, torna a radicarsi nella vita reale, nei problemi concreti della società, torna ad essere (come lo era stata ai tempi di Dante) pervasa da passione morale e civile.
 
 
10) Contestualizzate e parafrasate i seguenti versi tratti da Il giorno di Parini: "Ma che? Tu inorridisci, e mostri in capo, / qual istrice pungente, irti i capegli / al suon di mie parole? Ah non è questo, / Signore, il tuo mattin. Tu col cadente / sol non sedesti a parca mensa, e al lume / dell’incerto crepuscolo non gisti / ieri a corcarti in male agiate piume / come dannato è a far l’umile volgo." (Il Mattino, vv. 21-28)
 
 
Siamo all’inizio del poema e l’autore, fingendo di insegnare al "giovin signore" il giusto comportamento nei diversi momenti della giornata, ne descrive il mattino. Parafrasi: Che succede? A sentir le mie parole inorridisci e ti si drizzano i capelli in testa al punto che sembri un istrice con gli aculei? Certo non è questo il modo in cui si svolge il tuo mattino. Tu al tramonto non ti sei seduto a cenare ad una tavola modesta e non ti sei coricato al calar delle prime tenebre in un letto poco comodo, come invece è condannato a fare il popolo miserabile.
 
 
11) Chi è il "signore" e quale è il "mattino" a cui ci si riferisce, quando si dice "ah non è questo, Signore, il tuo mattin"?
 
 
Il "signore" è il giovane aristocratico a cui l’autore si rivolge, fingendo di esserne il precettore. Il "mattino" di cui si parla (e che è diverso da quello del "signore") è quello del contadino e dell’artigiano, che si alzano di buon ora per andare a lavorare (proprio a quell’ora in cui, al contrario, il "giovin signore" ritorna a casa dai suoi bagordi notturni).
 
 

Risposte ai quesiti di Italiano (Letteratura - classe IV)


1) Spiegate per quali aspetti si può dire che Machiavelli è un autore del Rinascimento.

In quanto separa la politica dalla morale, Machiavelli esprime una nuova mentalità (rinascimentale) che riconosce ed afferma l’autonomia delle singole discipline (laddove nel Medioevo ogni conoscenza in ogni campo andava ricondotta alla scienza suprema, cioè alla teologia). Ma Machiavelli è uomo del Rinascimento anche perché valorizza, quant’altri mai, la capacità attiva dell’uomo nel mondo terreno, ovvero la “virtù” (intesa come energia, determinazione, intelligenza). Infine è rinascimentale il suo atteggiamento umanistico, ovvero il suo amore e la sua ammirazione per i classici, il cui insegnamento, come in altri campi, continua ad essere valido anche in politica.  

2) Facendo riferimento al I canto, mostrate, con appropriati esempi, come il meccanismo che regola gli eventi del Furioso sia quello della "ricerca" e dell’"attesa delusa".

Nel I canto i personaggi agiscono in quanto sono alla continua ricerca di qualcuno o di qualcosa: Rinaldo sta cercando il suo cavallo (Baiardo), quando vede Angelica e si mette al suo inseguimento; poi ne perde le tracce e riprende a cercare il cavallo; Ferraù sta cercando l’elmo cadutogli nel fiume, ma poi si mette anche lui ad inseguire Angelica, quindi torna a cercare l’elmo; costretto a rinunciarvi (perché dell’elmo si impossessa il fantasma di Argalìa), andrà alla ricerca di un altro elmo. La ricerca si risolve quindi in una delusione, sia perché l’oggetto del desiderio appare sempre sfuggente, sia perché, quando viene raggiunto, perde il suo valore (come spiega Sacripante quando fa l’elogio della rosa non colta), sia anche perché ciò che si trova si rivela diverso da ciò che ci si aspetta (Angelica si aspetta di trovare in Sacripante il suo salvatore, e trova invece il suo seduttore; Sacripante si aspetta di sedurre Angelica, e invece è costretto a rinunciare, disarcionato da Bradamante).

3) E’ stato detto che Ariosto attua nel suo poema quella stessa tecnica che in pittura si chiama "velatura". Di che si tratta?

La "velatura" è la tecnica attraverso cui i pittori smorzano ("velano") il tono troppo acceso dei colori, al fine di ridurne il contrasto e produrre armonia. Allo stesso modo Ariosto, attraverso sottolineature ironiche o paragoni che evocano immagini belle e piacevoli, intende smorzare gli eccessi, ovvero attenuare sentimenti o immagini troppo forti (ad esempio, scene di violenza, o comunque cruente) che altrimenti turberebbero l’armonia e l’equilibrio della composizione (armonia ed equilibrio che sono propri del poema e che riflettono i più alti ideali del Rinascimento).

4) Nel coro "O bella età dell’oro" dell’Aminta, per quale aspetto viene esaltata l’età dell’oro e, al contrario, deplorata l’età presente?

Nel coro in questione l’età dell’oro viene esaltata non per quegli aspetti che tradizionalmente la caratterizzano (assenza di lavoro, natura rigogliosa e benevola, ecc.), ma perché in essa era consentito amare liberamente (secondo il principio "s’ei piace, ei lice"), senza quelle ipocrisie e quei falsi pudori che invece, nell’età presente, sono imposti dall’"onore", ovvero dal senso del decoro, dalle convenzioni sociali proprie di una società civilizzata.

5) Quali sono, in sintesi, i problemi che tormentano Tasso e che rendono così lunga e faticosa l’elaborazione del suo poema?

L’elaborazione del poema è lunga e faticosa (si va dal Gierusalemme, composta nel 1560, alla Conquistata, pubblicata nel 1593), in quanto Tasso è tormentato da problemi sia di ordine religioso-morale che di ordine tecnico-compositivo. Per quanto riguarda i primi, intende comporre un’opera che sia di ammaestramento morale e dunque non contenga elementi devianti rispetto all’ortodossia religiosa (che naturalmente è quella indicata dalla Chiesa di Roma). Per quanto riguarda i secondi, intende comporre un poema epico che sia ortodosso rispetto alla Poetica di Aristotele, e dunque sia fondato sulla verità storica, abbia un protagonista centrale ed osservi le regole di unità di tempo, di luogo e di azione.

6) Contestualizzate e parafrasate la seguente ottava, tratta dal canto I della Liberata: "Sai che là corre il mondo ove più versi / di sue dolcezze il lusinghier Parnaso, / e che ‘l vero, condito in molli versi, / i più schivi allettando ha persuaso. / Così a l’egro fanciul porgiamo aspersi / di soavi licor gli orli del vaso: / succhi amari ingannato intanto ei beve, / e da l’inganno suo vita riceve."

Nel proemio della Liberata Tasso invoca la Musa e le chiede di perdonarlo se nel poema non narrerà sempre e soltanto la verità storica (a lei cara), ma adornerà la narrazione di piacevoli invenzioni poetiche. Quindi continua: "Sai che il mondo (la gente, i lettori) accorre là dove la poesia (il Parnaso indica la poesia, in quanto era il monte sacro ad Apollo e alle muse), con le attrattive che le sono proprie (lusinghier), offre (versi) in maggior quantità (più) le sue piacevolezze; e sai che la verità, mescolata a (resa più gustosa da) dolci versi, ha convinto, con tale adescamento (allettando), anche i più ritrosi (restii, renitenti alla verità). Allo stesso modo a un bambino malato porgiamo un bicchiere (contenente la medicina) con gli orli bagnati da un liquore dolce: così lui beve la medicina amara e, con questo inganno, ottiene la guarigione"

7) Facendo qualche appropriato riferimento, spiegate che cosa si intende per “bifrontismo spirituale”  a proposito della Gerusalemme liberata.

Per “bifrontismo spirituale” intendiamo quella doppiezza psicologica e ideologica, che è propria dell’autore e che si trova nel poema, tale per cui i due mondi contrapposti (dei cristiani e dei musulmani, del bene e del male) sono leggibili anche in maniera capovolta (il bene si rivela come imposizione autoritaria, negazione di altri modi di essere e di pensare; il male invece è associato al principio laico della tolleranza e quindi alla possibilità di esprimere liberamente la propria individualità). Ciò è evidente in maniera esemplare nel discorso in cui Satana-Plutone, rivolgendosi ai diavoli, rivendica per se stesso e per i suoi seguaci il coraggio eroico della ribellione all’“imperialismo” di Dio.

8) Contestualizzate e parafrasate la seguente ottava: “Né ciò gli parve assai; ma in preda a morte, / sol per farne più danno, il figlio diede. / Ei venne e ruppe le tartaree porte, / e porre osò ne’ regni nostri il piede, / e trarne l’alme a noi dovute in sorte, / e riportarne al Ciel sì ricche prede, vincitor trionfando, e in nostro scherno / l’insegne ivi spiegar del vinto Inferno.” (Liberata, IV, 11)

Satana si sta rivolgendo ai diavoli per esortarli a rinnovare la loro antica lotta contro Dio, intervenendo ora in aiuto dei musulmani nella guerra contro i cristiani. Precisamente, qui si riferisce all’umiliazione subita a seguito della morte e resurrezione di Cristo : “Né questo (cioè, il fatto di averci vinti e relegati nell’inferno) gli (a Dio) sembrò abbastanza; per farci più male ha consentito che il proprio figlio (Cristo) morisse. A seguito di quella morte, Cristo spezzò le porte dell’inferno (le 'tartaree porte') e osò venire nel nostro regno e prendere, e portare con sè in cielo come un ricco bottino, anime destinate a noi (allude alle anime del limbo che Cristo, risorgendo, porta con sé in paradiso); di più, per ulteriore scherno, come fanno i vincitori trionfanti, ha mostrato in cielo le insegne del nostro esercito sconfitto” 

9) Con quali argomenti Galileo, nel Dialogo sopra i massimi sistemi, esalta la capacità intellettiva dell’uomo?

Galileo paragona la capacità intellettiva dell’uomo a quella di Dio. Dice infatti, per bocca di Salviati, che, se è vero che per quanto riguarda la quantità di conoscenze (extensive) la capacità dell’uomo è quasi nulla rispetto a quella di Dio, per quanto riguarda la perfezione cui l’uomo può giungere in alcune sue conoscenze (intensive), essa non è inferiore a quella di Dio. In questo caso (e si riferisce alle conoscenze di tipo geometrico e matematico), la verità che l’uomo conosce è esattamente la stessa conosciuta da Dio; l’unica differenza è che Dio la vede con un’intuizione immediata, l’uomo ci giunge attraverso successivi passaggi logici.

10) Spiegate in che senso si può dire che Beccaria, nella sua opera Dei delitti e delle pene, contesta tanto la legittimità quanto l’utilità della pena di morte. 

Beccaria contesta la legittimità della pena di morte in quanto sostiene che, nell’ipotetico contratto sociale che gli uomini hanno stipulato per dar vita alla sovranità dello Stato, non è concepibile che gli abbiano ceduto anche il potere di dare la morte, soprattutto perché di tale potere non disponevano gli stessi contraenti. Ma la pena di morte è anche inutile in quanto non ha efficacia deterrente: e questo è dimostrato dall’esperienza storica (laddove è stata in vigore la pena di morte non è diminuita la criminalità), la quale ci insegna che non è l’intensità della pena a trattenere il criminale dal commettere delitti (la morte è un pena “intensa”, ma tutto si risolve in un attimo), bensì la sua durata nel tempo (la prospettiva di passare tutta la vita in prigione è più dolorosa della prospettiva della morte). 

11) Contestualizzate e parafrasate i seguenti versi tratti da Il giorno di Parini (spiegando chiaramente di che si parla quando si dice “nuove delizie” e “gemma degli eroi”): “… e ben fu dritto / se Pizzarro e Cortese umano sangue / più non stimar quel ch’oltre l’oceàno / scorrea le umane membra, e se tonando / e fulminando, alfin spietatamente / balzaron giù da i grandi aviti troni / re messicani e generosi Incassi; / poi che nuove così venner delizie, / o gemma degli eroi, al tuo palato.” (Il Mattino, vv. 149-158)

Il precettore sta proponendo la scelta della colazione al suo allievo (il “giovin signore” a cui immagina di insegnare, e lo fa ironicamente, il giusto modo di comportarsi nei diversi momenti della giornata); quindi dice, appunto con forte ironia: “e davvero fu giusto se Pizzarrro e Cortez (i conquistadores) non ritennero umano il sangue che scorreva nelle membra degli indigeni americani ("oltre l'oceano") e se, usando spietatamente le armi da fuoco (“tonando e fulminando”), spodestarono dai troni dei loro avi re messicani e nobili Incas; fu giusto, poiché così poterono giungere dei nuovi e gustosi piaceri (si riferisce al cioccolato) al tuo palato, o fior fiore degli eroi (è l’ironico appellativo con cui il precettore si rivolge al “giovin signore”)”.