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martedì 16 dicembre 2025

L'ORDINANZA SULL'IMAM DI TORINO

 

Questioni di lingua nella ordinanza sull’imam di Torino

Leggo sul Corriere della sera alcune frasi virgolettate tratte dall’ordinanza con cui i giudici della corte d’appello di Torino hanno deliberato che l’imam di Torino, Mohamed Shahin, trattenuto nel Cpr di Caltanissetta, debba tornare libero. Non entro nel merito di tale delibera, convinto come sono che i giudici abbiano ben valutato i diversi aspetti del caso in questione e deciso secondo il diritto. Mi disturbano invece, dal punto di vista linguistico, alcune espressioni, che trovo, come dicevo, virgolettate. Si parla di “considerazioni di carattere etico e morale”, mettendo in campo un’accoppiata (“etico e morale”) che, al solo vederla o sentirla pronunciare, a me fa venire l’orticaria. Si tratta infatti di una ridondanza, tipica di chi si vuol dare un tono ma ignora il significato delle parole: etico e morale significano la stessa cosa, in quanto significano la stessa cosa le radici delle due parole, l’una dal greco (ethos) e l’altra dal latino (mos), ovvero “comportamento”, “costume”. Dunque basta usare una sola della due parole. Più oltre leggo, a proposito del suddetto imam, la seguente espressione, sempre virgolettata: si tratta di un cittadino “perfettamente integrato e completamente incensurato”.  Ma che vuol dire “completamente incensurato”? Uno o è incensurato o non lo è, non può esserlo parzialmente o completamente. Sarebbe come dire di una donna che è “completamente incinta”, come se potesse esserlo parzialmente.

Naturalmente, se le frasi riportate dal Corriere (mio unico riferimento), non corrispondono a quanto scritto nella ordinanza, mi scuso per le mie osservazioni critiche.

mercoledì 10 dicembre 2025

ATTUALITA': COTTARELLI E LA LINGUA ITALIANA

Cottarelli e l'uso corretto della lingua italiana

Leggo sul Corriere della sera un articolo di Carlo Cottarelli, esperto di economia e di finanza, sulla questione di un emendamento alla legge di bilancio presentato da Fratelli d’Italia. Si tratta dell’emendamento con cui si rivendica per il popolo italiano la proprietà dell’oro detenuto e gestito dalla Banca d’Italia. Non entro nel merito delle argomentazioni di Cottarelli, che peraltro condivido, ma mi soffermo su una questione grammaticale, ovvero di uso corretto della lingua italiana. A un certo punto Cottarelli si chiede se il motivo di tale emendamento stia nella “potenziale volontà, in un futuro non ben definito, di vendere l’oro, una volta usciti dai trattati europei, ossia dall’euro”. Quindi aggiunge: “non credo che nessuno abbia in mente questo, per fortuna”. Ora, la doppia negazione “non credo che nessuno” comporta un significato contrario a ciò che intendeva Cottarelli, ovvero “credo che qualcuno”. L’espressione corretta sarebbe dovuta essere “credo che nessuno”, oppure “non credo che qualcuno”.

sabato 6 dicembre 2025

ATTUALITA' : CONSIDERAZIONI OCCASIONALI

                                               Considerazioni occasionali

Dalla democrazia alla oclocrazia

Recupero un appunto da me scritto qualche anno fa, al tempo del primo governo Conte.

 Quando ho sentito il ministro dell’interno (Salvini) contestare ai magistrati il diritto di incriminarlo, in quanto non eletti, e poi il portavoce del premier (Conte) promettere una “megavendetta” alla ragioneria dello Stato, credevo di averle sentite tutte. L’arroganza, mi dicevo, si fonde e confonde con l’ignoranza della struttura dello Stato, del funzionamento delle istituzioni, della divisione e del bilanciamento dei poteri. Ma mi mancava l’ultima chicca: sentire i due vice-premier (Salvini e Di Maio) che invitavano sarcasticamente a candidarsi alle elezioni politiche uomini della Banca d’Italia e dell’Inps, colpevoli di mettere in guardia il governo sui costi insostenibili di riforme prospettate nel DEF. Allora mi è venuta in mente la teoria classica dell’anakiklosis, ovvero la teoria della ciclicità delle tre forme di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia), secondo cui ogni forma è destinata a degenerare e quindi ad essere sostituita dalla forma successiva. E dunque, visto che la nostra attuale forma di governo è la democrazia, non dovremmo meravigliarci di assistere alla sua degenerazione in oclocrazia, ovvero nel governo della massa ignorante, della plebaglia (oclos); è la fase in cui trionfa la demagogia, cioè (leggo dalla Treccani) ”la pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni, specialmente economiche, con promesse difficilmente realizzabili”. Non pare che sia esattamente il nostro caso? E, se è così, ci si deve aspettare il passaggio successivo, ovvero il ritorno della monarchia, cioè del governo di uno solo, che oggi si chiama dittatura. Non ci resta che sperare che la teoria dell’anakiklosis sia infondata…

Su Trump

Ai tanti motivi di preoccupazione suscitati dalla presidenza Trump io vorrei aggiungerne un altro. Siamo sicuri che un tale uomo, che si ritiene chiamato da Dio per fare di nuovo l’America grande, allo scadere del suo secondo mandato si rassegnerà a tornare un privato cittadino? Io temo  che farà di tutto per aggirare o abrogare il XXII° emendamento della Costituzione che vieta ulteriori mandati, certamente supportato dalle violente manifestazioni dei suoi seguaci, di cui abbiamo già avuto prova nell’indimenticabile assalto a Capitol Hill.

Sul ministro Valditara

Il ministro Valditara nella lettera a Repubblica del 19/12/2024, a difesa del suo famoso tweet “dileggiato da Lagioia” in quanto sgrammaticato, scrive che  “tre illustri linguisti, fra cui il presidente onorario della Crusca, lo hanno considerato rispettoso delle regole grammaticali e dunque affatto sgrammaticato”. Dubito che gli illustri linguisti di cui sopra ritengano corretta l’espressione “affatto sgrammaticato” nel senso di “per niente sgrammaticato”, visto che quell’espressione significa esattamente il contrario, ovvero “del tutto sgrammaticato”.

Sul diritto internazionale

Non c’è motivo di preoccuparsi, la pace mondiale a me pare molto vicina. Putin si prende l’Ucraina, Trump si prende la Groenlandia, Xi Jinping si prende Taiwan e siamo tutti a posto. O no?

Sui contributi di banche e assicurazioni

Ogni volta che sento parlare di contributi richiesti a banche e assicurazioni, metto mano al portafoglio. Sono infatti convinto che gli enti suddetti non intendano perdere nemmeno un centesimo dei loro profitti, quindi si rifarebbero su noi correntisti e assicurati, aumentando tariffe, commissioni e spese varie. Pertanto, onde evitare un’altra tassa occulta a carico del cittadino, suggerirei al governo di lasciar perdere…

venerdì 29 maggio 2015

Dal latino al volgare


Dal latino al volgare


1) Prima della occupazione romana - e della conseguente imposizione della lingua latina - esistono delle popolazioni (mediterranee, ovvero non indo-europee: Liguri, Etruschi, Piceni, Sardi; indo-europee: Latini, Veneti, Iapigi, Sanniti, Umbri e Celti, i quali ultimi si insinuavano nella val Padana fino all’Adriatico all’altezza di Rimini) la cui lingua influirà sul latino, sia come trasferimento di parole sia come persistenza di pronunce caratteristiche (ad esempio: una certa somiglianza fra l’odierno accento francese e quello dei dialetti emiliano-romagnoli è dovuta alla comune origine celtica; analogamente, appartiene alle origini pre-latine la tendenza nell’Italia meridionale ad assimilare i gruppi consonantici nd e mb in nn e mm: vedi quanno, monno). Tali lingue fanno da sostrato al latino, che, per esse, è il superstrato (per il greco, che influenza il latino per vicinanza geografica e superiorità culturale, si parla di adstrato).

2) Una differenza fra lingua parlata e lingua scritta esiste sempre, anche in epoca classica: ce lo possono testimoniare le iscrizioni funerarie private, le scritte sui muri di Pompei (logus  anzichè locus ), gli errori dei copisti (vissit invece di vixit), alcuni autori latini (Plauto, che adotta volontariamente le forme del parlato; Petronio, che intende deridere la volgarità dei nuovi ricchi), l’Appendix Probi (testo di un grammatico del III-IV sec. d. C., che ci mostra, nel momento in cui corregge una serie di “errori di ortografia”, evidentemente comuni, il senso dell’evoluzione linguistica verso l’italiano: calda e virdis, errori invece di calida e viridis, con caduta della vocale interconsonantica atona; frigda invece di frigida, poi il nesso gd  si assimilerà in dd ; orum e oricla invece di aurum e auricla, con la riduzione ad o del dittongo au; ecc.). Ma quando, con la crisi dell’Impero, verrà meno l’egemonia politica, e quindi anche culturale e linguistica, di Roma, la distanza fra lingua parlata e lingua scritta si accentuerà fino ad arrivare ad una incomunicabilità fra i due livelli.

3) Fondamentale, a determinare tale fenomeno, è quindi la crisi politica e sociale del III-IV sec. d. C., per cui si disgregano i gruppi dirigenti e viene meno la stessa amministrazione romana dell’Impero (in concreto, vengono meno gli uomini che garantiscono l’unità linguistica). Inoltre le invasioni barbariche generano una realtà sociale nuova, estranea alla tradizione culturale che si esprimeva nel latino scritto. Ma decisivo è il ruolo del cristianesimo, che, all’interno stesso del latino, introduce parole nuove (di origine ebraica: sabbatum, pascha; o greca: angelus, diabolus, paradisus, ecc.) o attribuisce significati nuovi a parole vecchie (“cattivo”, da “prigioniero” passa a significare “malvagio” attraverso la mediazione della perifrasi captivus diaboli; virtus, da “valore”, “coraggio”, passa a significare “virtù” in senso morale; peccare e fides, dal senso generico di “sbagliare” e “parola data”, si specificano in senso religioso; tradere assume il significato di “tradire” con riferimento all’episodio di Giuda che “consegna” Gesù; dal greco parabolè, latinizzato in parabola, abbiamo “parola” e “parlare”; “domenica” da dominica dies; paganus, abitante del villaggio, acquisisce il significato attuale in quanto nelle campagne permanevano residui pre-cristiani; civile passa a significare “non soldato” in quanto viene usato in contrapposizione a miles Christi).

4) Questo il quadro delle lingue romanze: rumeno, italiano, sardo, ladino (nei Grigioni, Tirolo e Friuli), portoghese, spagnolo (o castigliano), catalano, francese (o lingua d’oil), provenzale (o lingua d’oc). Si tratta, ad eccezione della Romania, della parte occidentale dello Impero, giacché la parte orientale aveva mantenuto lingua e cultura greche.

5) Per quanto riguarda l’italiano, questi gli elementi fondamentali di trasformazione morfologica e sintattica: il volgo non distingue più tra brevi e lunghe, per cui da ĭ ed ē si ha é (da pĭra e tēla, péra e téla); da ĕ sia ha è (bène, mèrito); da ŭ ed ō si ha ó (da crŭce e vōce, cróce e vóce); da ī si ha i (dico), da ū si ha u (puro); da ae  si ha è (da caelum, cièlo), da oe  é (da poena, péna); cadono le consonanti finali m, s, t ; nascono gli articoli determinativo  (da ille) e indeterminativo (da unus); l’uso di modi perifrastici per il futuro e per il condizionale (amare habeo = amar-ò; amare habui = amar-ei); la palatalizzazione di ce, ci, ge, gi (kervus, ghelidus = cervo, gelido); l’assimilazione di pt in tt (aptus = atto), di ps in ss  (ipsa = issa), di ct in tt (octavus = ottavo), di cs in ss (vixi = vissi); la semplificazione della flessione nominale e verbale (nella declinazione scompaiono i casi, i costrutti con de e ad soppiantano il genitivo e il dativo: templum de marmore; nelle coniugazioni, il deponente sparisce ed il passivo viene sostituito da una coniugazione analitica con l’ausiliare esse); i comparativi sintetici sono sostituiti da quelli formati con plus; scompare il neutro, di cui resta il segno in certi plurali (da labrum, labbra; da digitum, dita; da cilium, ciglia); la costruzione dichiarativa con quod prende il sopravvento sui costrutti infinitivi.

6) Per quanto riguarda il lessico, oltre alla già ricordata ri-significazione cristiana di parole classiche, termini del parlato prendono il sopravvento su termini dotti: caballus (arriva dalla penisola balcanica) sostituisce il colto equus (recuperato poi dall’italiano letterario in aggettivi come “equino”, “equestre”); testa (in origine, vaso di terracotta) sostituisce caput (e documenta l’originario uso metaforico-scherzoso); ignis è soppiantato da focus (focolare di cucina), pulcher da bellus (diminutivo di bonus), e bellum, che rischia di confondersi, lascia il posto al germanico werra; per lo stesso motivo, dei due os (bocca e osso), uno lascia il posto a bucca (in origine “guancia”). Ci sono poi le importazioni germaniche (gotiche: banda, guardia, albergo; longobarde soprattutto: guancia, schiena, milza, anca, ecc.), oltre che bizantine e arabe (arancia, limone, carciofo, zucchero).

7) La differenza fra lingua parlata e lingua scritta diventa, nel IX sec., incomunicabilità; ce lo attestano due documenti: un decreto del Concilio di Tours (813) che stabilisce che, da un lato, nelle comunicazioni ufficiali, si adotti la lingua latina (evidentemente, il clero e i funzionari di basso grado, non la padroneggiano), dall’altro, le omelie siano tradotte in “lingua romana rustica” (evidentemente, i fedeli non capiscono il latino); i Giuramenti di Strasburgo (842), con cui Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico si promettono reciproca lealtà; ma siccome giurano di fronte agli eserciti schierati, per farsi capire, recitano la formula non in latino ma ciascuno nella propria lingua (rispettivamente, il francese - o lingua d’oil - e il tedesco) e poi nella lingua dell’altro.

8) Per quanto riguarda l’Italia, il primo documento di scrittura in volgare è il cosiddetto indovinello veronese, collocabile fra l’VIII e il IX sec. (Se pareba boves, alba pratalia araba / albo versorio teneba, negro semen seminaba) ove evidenti volgarismi (se sta per sibi, versorio è tipico del veronese per indicare aratro) si intrecciano con permanenze di forme latine (boves, semen). Segue una formula di testimonianza che si trova in un placito cassinese del 960 (Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, / trenta anni le possette parte Sancti Benedicti), evidentemente fatta pronunciare dal notaio a dei testimoni che non conoscono il latino. Della fine del sec. XI è l’iscrizione che si trova in un affresco nella cappella sotterranea di San Clemente a Roma (rappresenta il tentativo di arresto del santo da parte del pagano Sisinnio; ma, per miracolo, i servi, invece del santo, hanno legato e cercano di trasportare delle colonne); con tecnica da fumetto sono riportate le parole, in latino quelle del santo, in volgare quelle del pagano (Fili de pute, traite! / Gosmari, Albertel, traite! / Falite de retro co lo palo, Carvoncelle!). Di poco posteriore al 1150 è il pianto cassinese (trovato a Montecassino), forse frammento di un dramma sulla passione (...te portai nillu meu ventre. / Quando te beio, ploro presente. / Nillu teu regnu agime a mente.)