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venerdì 13 novembre 2015

Seneca: la vita non è breve, è male usata

dal De brevitate vitae
La vita non è breve, è male usata
I. La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lagna per la malignità della natura, perché siamo messi al mondo per un esiguo periodo di tempo, perché questi periodi di tempo a noi concessi trascorrono così velocemente, così in fretta che, tranne pochissimi, la vita abbandona gli altri proprio mentre si preparano a vivere. Né di tale calamità, comune a tutti, come credono, si lamentò solo la folla e il volgo sciocco; questo stato d’animo suscitò le lamentele anche di personaggi famosi. Da qui deriva la famosa esclamazione del più illustre dei medici (1), che la vita è breve, l’arte lunga; di qui la controversia, poco decorosa per un saggio, dell’esigente Aristotele con la natura delle cose, perché essa è stata tanto benevola nei confronti degli animali, che possono vivere cinque o dieci generazioni, ed invece ha concesso un tempo tanto più breve all’uomo, nato a tante e così grandi cose. Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne perdiamo molto. La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell’indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall’estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.

II. Perché ci lamentiamo della natura delle cose? Essa si è comportata in maniera benevola: la vita è lunga, se sai farne uso. C’è chi è preso da insaziabile avidità, chi dalle vuote occupazioni di una frenetica attività; uno è fradicio di vino, un altro languisce nell’inerzia; uno è stressato da un’ambizione sempre dipendente dai giudizi altrui, un altro è sballottato per tutte le terre da un’avventata bramosia del commercio, per tutti i mari dal miraggio del guadagno; alcuni tortura la smania della guerra, vogliosi di creare pericoli agli altri o preoccupati dei propri; vi sono altri che logora l’ingrato servilismo dei potenti in una volontaria schiavitù; molti sono prigionieri della brama dell’altrui bellezza o della cura della propria; la maggior parte, che non ha riferimenti stabili, viene sospinta a mutar parere da una leggerezza volubile ed instabile e scontenta di sé; a certuni non piace nulla a cui drizzar la rotta, ma vengono sorpresi dal destino intorpiditi e neghittosi, sicché non ho alcun dubbio che sia vero ciò che vien detto, sotto forma di oracolo, dal più grande dei poeti: “Piccola è la parte di vita che viviamo veramente” (2). Infatti tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo. I vizi premono ed assediano da ogni parte e non permettono di risollevarsi o alzare gli occhi a discernere il vero, ma schiacciano quelli che sono immersi ed inchiodati al piacere. Giammai ad essi è permesso rifugiarsi in se stessi; se talora gli tocca per caso un attimo di tregua, come in alto mare, dove anche dopo il vento vi è perturbazione, ondeggiano e mai trovano pace alle loro passioni. Pensi che io parli di costoro, i cui mali sono evidenti? Guarda quelli, alla cui buona sorte si accorre: sono soffocati dai loro beni. Per quanti le ricchezze costituiscono un fardello! A quanti fa sputar sangue l’eloquenza e la quotidiana ostentazione del proprio ingegno! Quanti sono pallidi per i continui piaceri! A quanti non lascia un attimo di respiro l’ossessionante calca dei clienti! Dunque, passa in rassegna tutti costoro, dai più umili ai più potenti: questo cerca un avvocato, questo è presente, quello cerca di esibire le prove, quello difende, quello è giudice, nessuno rivendica per se stesso la propria libertà, ci si consuma l’uno per l’altro. Infòrmati di costoro, i cui nomi si imparano, vedrai che essi si riconoscono da questi segni: questo è cultore di quello, quello di quell’altro; nessuno appartiene a se stesso. Insomma è estremamente irragionevole lo sdegno di taluni: si lamentano dell’alterigia dei potenti, perché questi non hanno il tempo di venire incontro ai loro desideri. Osa lagnarsi della superbia altrui chi non ha tempo per sé? Quello almeno, chiunque tu sia, benché con volto arrogante ma qualche volta ti ha guardato, ha abbassato le orecchie alle tue parole, ti ha accolto al suo fianco: tu non ti sei mai degnato di guardare dentro di te, di ascoltarti. Non vi è motivo perciò di rinfacciare ad alcuno questi servigi, poiché li hai fatti non perché desideravi stare con altri, ma perché non potevi stare con te stesso.

III. Per quanto siano concordi su questo solo punto gli ingegni più illustri che mai rifulsero, mai abbastanza si meraviglieranno di questo appannamento delle menti umane: non tollerano che i propri campi vengano occupati da nessuno e, se sorge una pur minima disputa sulla delimitazione dei confini, si precipitano alle pietre ed alle armi: permettono che altri invadano la propria vita, anzi essi stessi vi fanno entrare i suoi futuri padroni; non si trova nessuno che sia disposto a dividere il proprio denaro: a quanti ciascuno distribuisce la propria vita! Sono avari nel tenere i beni; appena si giunge alla perdita di tempo, diventano molto prodighi in quell’unica cosa in cui l’avarizia è un pregio. E così piace prendere uno dalla folla degli anziani e dirgli: “Vediamo che sei arrivato al termine della vita umana, hai su di te cento o più anni: suvvia, fa un bilancio della tua vita. Calcola quanto da questo tempo hanno sottratto i creditori, quanto le donne, quanto i patroni, quanto i clienti, quanto i litigi con tua moglie, quanto i castighi dei servi, quanto le visite di dovere attraverso la città; aggiungi le malattie, che ci siamo procurati con le nostre mani, aggiungi il tempo che giacque inutilizzato: vedrai che hai meno anni di quanti ne conti. Ritorna con la mente a quando sei stato fermo in un proposito, quanti pochi giorni si sono svolti così come li avevi programmati, a quando hai avuto la disponibilità di te stesso, a quando il tuo volto non ha mutato espressione, a quando il tuo animo è stato coraggioso, che cosa di positivo hai realizzato in un periodo tanto lungo, quanti hanno depredato la tua vita mentre non ti accorgevi di cosa stavi perdendo, quanto ne ha sottratto un vano dispiacere, una stupida gioia, un’avida bramosia, una piacevole discussione, quanto poco ti è rimasto del tuo: capirai che muori anzitempo”. Dunque qual è il motivo? Vivete come se doveste vivere in eterno, mai vi sovviene della vostra caducità, non ponete mente a quanto tempo è già trascorso; ne perdete come da una rendita ricca ed abbondante, quando forse proprio quel giorno, che si regala ad una certa persona od attività, è l’ultimo. Avete paura di tutto come mortali, desiderate tutto come immortali. Udirai la maggior parte dire: “Dai cinquant’anni mi metterò a riposo, a sessant’anni mi ritirerò a vita privata”. E che garanzia hai di una vita tanto lunga? Chi permetterà che queste cose vadano così come hai programmato? Non ti vergogni di riservare per te i rimasugli della vita e di destinare alla sana riflessione solo il tempo che non può essere utilizzato in nessun altra cosa? Quanto tardi è allora cominciare a vivere, quando si deve finire! Che sciocca mancanza della natura umana differire i buoni propositi ai cinquanta e sessanta anni e quindi voler iniziare la vitada quel punto in cui pochi riescono ad arrivare!
 
(1) Ippocrate di Coo.
(2) La citazione non si trova né in Omero né in Virgilio, quindi non è chiaro a che poeta si riferisca.

Seneca: il cattivo e il buon uso del tempo

dal De brevitate vitae
 
Il cattivo uso del tempo degli “occupati
 
VII. Licet avaros mihi, licet iracundos enumeres vel odia exercentes iniusta vel bella, omnes isti virilius peccant: in ventrem ac libidinem proiectorum inhonesta labes est. Omnia istorum tempora excute, aspice quam diu computent, quam diu insidientur, quam diu timeant, quam diu colant, quam diu colantur, quantum vadimonia sua atque aliena occupent, quantum convivia, quae iam ipsa officia sunt: videbis quemadmodum illos respirare non sinant vel mala sua vel bona. Denique inter omnes convenit nullam rem bene exerceri posse ab homine occupato, non eloquentiam, non liberales disciplinas, quando districtus animus nihil altius recipit sed omnia velut inculcata respuit. Nihil minus est hominis occupati quam vivere: nullius rei difficilior scientia est. Professores aliarum artium vulgo multique sunt, quasdam vero ex his pueri admodum ita percepisse visi sunt ut etiam praecipere possent: vivere tota vita discendum est et, quod magis fortasse miraberis, tota vita discendum est mori. Tot maximi viri relictis omnibus inpedimentis, cum divitiis officiis voluptatibus renuntiassent, hoc unum in extremam usque aetatem egerunt, ut vivere scirent; plures tamen ex his nondum se scire confessi vita abierunt, nedum ut isti sciant. Magni, mihi crede, et supra humanos errores  eminentis viri est nihil ex suo tempore delibari sinere, et  ideo eius vita longissima est quia, quantumcumque patuit,  totum ipsi vacavit. Nihil inde incultum otiosumque iacuit, nihil sub alio fuit, neque enim quicquam repperit dignum  quod cum tempore suo permutaret, custos eius parcissimus. Itaque satis illi fuit: iis uero necesse est defuisse ex quorum  vita multum populus tulit. Nec est quod putes [hinc] illos< non> aliquando intellegere damnum suum: plerosque certe audies ex iis quos magna felicitas gravat inter clientium greges aut causarum actiones aut ceteras honestas miserias exclamare interdum 'vivere mihi non licet'. Quidni non liceat? omnes illi qui te sibi advocant tibi abducunt. Ille reus quot dies abstulit? quot ille candidatus? quot illa anus efferendis heredibus lassa? quot ille ad inritandam avaritiam  captantium simulatus aeger? quot ille potentior amicus, qui vos non in amicitiam sed in apparatum habet? Dispunge, inquam, et recense vitae tuae dies: videbis paucos admodum et reiculos apud te resedisse. Adsecutus ille quos optaverat fasces cupit ponere et subinde dicit 'quando hic annus praeteribit?' Facit ille ludos, quorum sortem sibi optingere magno aestimavit: 'quando' inquit 'istos effugiam?' Diripitur ille toto foro patronus et magno concursu omnia ultra quam audiri potest complet: 'quando' inquit 'res proferentur?' Praecipitat quisque vitam suam et futuri desiderio laborat, praesentium taedio. At ille qui nullum non tempus in usus suos confert, qui omnem diem tamquam ultimum ordinat, nec optat crastinum nec timet.
 
 
VII. Elencami pure gli avari, gli iracondi o coloro che perseguono ingiusti rancori o guerre, tutti costoro peccano più virilmente: la colpa di coloro che sono dediti al ventre e alla libidine è vergognosa. Esamina tutti i giorni di costoro, vedi quanto tempo perdano nel pensare al proprio interesse, quanto nel tramare insidie, quanto nell'aver timore, quanto nell'essere servili, quanto li tengano occupati le proprie cause giudiziarie e quelle degli altri, quanto i banchetti, che ormai sono diventati anch'essi dei doveri: vedrai in che modo i loro mali o beni non permettano loro di respirare. Infine tutti convengono che nessuna cosa può esser ben esercitata da un uomo affaccendato, non l'eloquenza, non le arti liberali, dal momento che un animo intento a più cose nulla recepisce in profondità, ma ogni cosa respinge come se fosse introdotta a forza. Nulla è di minor importanza per un uomo affaccendato che il vivere: di nessuna cosa è più difficile la conoscenza. Dappertutto vi sono molti insegnanti delle altre arti, e alcune di esse sembra che i fanciulli le abbiano così assimilate da poterle anche insegnare: tutta la vita dobbiamo imparare a vivere e, cosa della quale forse ti meraviglierai, tutta la vita dobbiamo imparare a morire. Tanti uomini illustri, dopo aver abbandonato ogni ostacolo e aver rinunziato a ricchezze, cariche e piaceri, solo a questo anelarono fino all'ultima ora, di saper vivere; tuttavia molti di essi se ne andarono confessando di non saperlo ancora, a maggior ragione non lo sanno costoro. Credimi, è tipico di un uomo grande e che si eleva al di sopra degli errori umani permettere che nulla venga sottratto dal suo tempo, e la sua vita è molto lunga per questo, perché, per quanto si sia protratta, l'ha dedicata tutta a se stesso. Nessun periodo quindi restò trascurato ed inattivo, nessuno sotto l'influenza di altri; e infatti non trovò alcunché che fosse degno di essere barattato con il suo tempo, gelosissimo custode di esso. Perciò gli fu sufficiente. Ma è inevitabile che sia venuto meno a coloro, dalla cui vita molto tolse via la gente. E non credere che essi una buona volta non capiscano il proprio danno; certamente udirai la maggior parte di quelli, sui quali pesa una grande fortuna, tra la moltitudine dei clienti o la gestione delle cause o tra le altre dignitose miserie esclamare di tanto in tanto: "Non mi è permesso vivere." E perché non gli è permesso? Tutti quelli che ti chiamano a sé, ti allontanano da te. Quell'imputato quanti giorni ti ha sottratto? Quanti quel candidato? Quanti quella vecchia stanca di seppellire eredi? Quanti quello che si è finto ammalato per suscitare l'ingordigia dei cacciatori di testamenti? Quanti quell'influente amico, che vi tiene non per amicizia ma per esteriorità? Passa in rassegna, ti dico, e fai un bilancio dei giorni della tua vita: vedrai che ne sono rimasti ben pochi e male spesi. Quello, dopo aver ottenuto le cariche che aveva desiderato, desidera abbandonarle e ripetutamente dice: "Quando passerà quest'anno?" Quello allestisce i giochi, il cui esito gli stava tanto a cuore e dice: "Quando li fuggirò?" Quell'avvocato è conteso in tutto il foro e con grande ressa tutti si affollano fin oltre a dove può essere udito; dice: "Quando verranno proclamate le ferie?" Ognuno consuma la propria vita e si tormenta per il desiderio del futuro e per la noia del presente. Ma quello che sfrutta per se stesso tutto il suo tempo, che programma tutti i giorni come una vita, non desidera il domani né lo teme.
Il buon uso del tempo degli “otiosi
XII. La vita si divide in tre tempi: passato, presente e futuro. Di questi il presente è breve, il futuro incerto, il passato sicuro. Solo su quest'ultimo, infatti, la fortuna ha perso la sua autorità, perché non può essere ridotto in potere di nessuno. Questo perdono gli affaccendati (1): infatti non hanno il tempo di guardare il passato e, se lo avessero, sarebbe sgradevole il ricordo di un fatto di cui pentirsi. Malvolentieri pertanto rivolgono l'animo a momenti mal vissuti e non osano riesaminare cose, i cui vizi si manifestano ripensandole, anche quelli che vengono nascosti con qualche artificio del piacere presente. Nessuno, se non coloro che hanno sempre agito secondo la propria coscienza, che mai si inganna, si rivolge volentieri al passato; chi ha desiderato molte cose con ambizione, ha disprezzato con superbia, si è imposto con prepotenza, ha ingannato con perfidia, ha sottratto con cupidigia, ha sprecato con leggerezza, costui ha paura della sua memoria. Eppure questa è la parte del nostro tempo sacra ed inviolabile, al di sopra di tutte le vicende umane, posta al di fuori del regno della fortuna, non sconvolta né dalla fame, né dalla paura, né l'assalto delle malattie; essa non può essere turbata né sottratta: il suo possesso è eterno e inalterabile. I giorni ci si presentano ad uno ad uno, e ciascun giorno momento per momento; ma tutti (i giorni) del tempo passato si presenteranno quando tu glielo ordinerai, tollereranno di essere esaminati e trattenuti a tuo piacimento, cosa che gli affaccendati non hanno tempo di fare. È tipico di una mente serena e tranquilla spaziare in ogni parte della propria vita; gli animi degli affaccendati, come se fossero sotto un giogo, non possono mai voltarsi indietro. La loro vita dunque precipita in un baratro e come non serve a nulla il versare incessante, se non vi è sotto qualcosa che raccolga e contenga (2), così non importa quanto tempo è concesso, se non vi è nulla dove si possa posare: viene fatto passare attraverso animi sfasciati e bucati. Il presente è brevissimo, tanto che a qualcuno sembra inesistente; infatti è sempre in corsa, scorre e si precipita; smette di esistere prima di giungere, e non ammette indugio più che il creato o le stelle, il cui moto sempre incessante non rimane mai nello stesso luogo. Dunque agli affaccendati spetta solo il presente, che è così breve da non poter essere afferrato e che si sottrae a chi è oppresso da molte occupazioni.
XIV. Soli tra tutti sono “oziosi” (3) coloro che si dedicano alla saggezza, essi soli vivono; e infatti non solo custodiscono bene la propria vita, ma aggiungono al proprio ogni altro tempo; tutti gli anni trascorsi prima di loro, sono possesso loro. Se non siamo persone ingrate, quegli illustrissimi fondatori di sacre dottrine sono nati per noi, per noi hanno preparato la vita. Siamo guidati dalla fatica altrui verso verità splendide, fatte uscire fuori dalle tenebre alla luce; da nessuna epoca siamo esclusi, in tutte siamo ammessi e, se ci piace di uscire con la grandezza dell'animo dalle angustie della debolezza umana, vi è molto tempo attraverso cui potremo spaziare. Possiamo discorrere con Socrate, dubitare con Carneade, riposare con Epicuro, vincere con gli Stoici la natura dell'uomo, andarvi oltre con i Cinici. Permettendoci la natura di entrare in comunicazione con ogni età, perché non (elevarci) con tutto il nostro spirito da questo esiguo e caduco passar del tempo verso quelle cose che sono immense, eterne e in comune con gli spiriti migliori? Costoro, che corrono di qua e di là per gli impegni, che non lasciano in pace se stessi e gli altri, quando sono bene impazziti, quando hanno quotidianamente peregrinato per gli usci gli tutti e non hanno trascurato nessuna porta aperta, quando hanno portato per case lontanissime il saluto interessato (4), quanto e chi hanno potuto vedere di una città tanto immensa e avvinta in varie passioni? Quanti saranno quelli di cui il sonno o la libidine o la maleducazione li respingerà! Quanti quelli che, dopo averli tormentati con una lunga attesa, li trascureranno con finta premura! Quanti eviteranno di mostrarsi per l'atrio zeppo di clienti e fuggiranno via attraverso uscite segrete delle case, come se non fosse più scortese l'inganno che il non lasciarli entrare! Quanti mezzo addormentati e imbolsiti dalla gozzoviglia del giorno precedente, a quei miseri che interrompono il proprio sonno per aspettare quello altrui, a stento sollevando le labbra emetteranno con arroganti sbadigli il nome mille volte sussurrato! Si può ben dire che indugiano in veri impegni coloro che vogliono essere ogni giorno quanto più intimi di Zenone, di Pitagora, di Democrito e degli altri sacerdoti delle buone arti, di Aristotele e di Teofrasto. Nessuno di costoro non avrà tempo, nessuno non accomiaterà chi viene a lui più felice ed affezionato a sé, nessuno permetterà che qualcuno vada via da lui a mani vuote; da tutti i mortali possono essere incontrati, di notte e di giorno.
(1) Traduciamo in questo modo (“affacendati” o “indaffarati”) il termine usato da Seneca (“occupati”), con il quale egli intende tutti coloro che sono talmente presi da ogni tipo di occupazioni ed impegni che non hanno tempo da dedicare a se stessi.
(2) Sta paragonando lo scorrere della vita per un affaccendato al versare del liquido in un recipiente senza fondo.
(3) Metto tra virgolette la traduzione italiana del termine latino (otiosi), perché in italiano esso ha un’accezione negativa (indica pigrizia), mentre in latino ha un’accezione positiva, perché indica la tranquillità di chi si sottrae dal turbine degli affari e degli impegni e si dedica allo studio dei buoni autori e alla riflessione filosofica.
(4) Si allude al saluto nei confronti del patronus da parte del cliens, che veniva ricompensato con la sportula (una borsa contenente cibi vari)

giovedì 21 maggio 2015

Risposte ai quesiti di Latino (classe V)


40) Traducete il seguente passo, tratto dal De brevitate vitae: « Audies plerosque dicentes: 'a quinquagesimo anno in otium secedam, sexagesimus me annus ab officiis dimittet.' Et quem tandem longioris vitae praedem accipis? Quis ista sicut disponis ire patietur? Non pudet te reliquias vitae tibi reservare et id solum tempus bonae menti destinare quod in nullam rem conferri possit? Quam serum est tunc vivere incipere cum desinendum est! »

 

Sentirai molti che dicono: “ A cinquant’anni mi ritirerò a vita privata, a sessant’anni mi dimetterò da ogni impegno”. E chi hai come garante di una vita più lunga? Chi consentirà che le cose vadano come programmi? Non ti vergogni di riservare a te stesso gli avanzi della vita e di destinare alla saggezza solo quel tempo che non può essere impiegato in nessuna altra attività? Quanto è tardi cominciare a vivere  quando si deve smettere!

 

41) Spiegate il senso della contrapposizione fra otium (in otium secedam) e officia (sexagesimus me annus ab officiis dimittet).

 

Gli officia sono gli impegni e gli affari (di qualsiasi tipo: politico, economico, sociale) che occupano la nostra giornata e ci sottraggono il tempo che dovremmo riservare a noi stessi. L’otium è invece il tempo libero, in cui possiamo riappropriarci della nostra vita, dedicandoci alla lettura dei buoni autori e alla riflessione filosofica.

 

42) Nel De brevitate vitae Seneca dice che non solo il volgo ignorante accusa ingiustamente la natura, ma l’ha fatto anche un uomo sapiente come Aristotele. Di che cosa, precisamente, Aristotele si sarebbe lamentato?

 

Aristotele si sarebbe lamentato del fatto che la natura ha concesso una vita lunga agli animali e troppo breve agli uomini (i quali invece dovrebbero averla più lunga, visto che, a differenza degli animali, sono destinati a grandi imprese).

 

43) Secondo il racconto che ne fa Tacito negli Annales, per quali aspetti il suicidio di Petronio differisce da quello di Seneca?

 

Il suicidio di Seneca è un suicidio stoico, mentre quello di Petronio ne è quasi una parodia. Seneca affronta la morte con dignità, conforta gli amici, dice nobili parole sull’immortalità dell’anima, detta massime filosofiche. Petronio affronta la morte come un ultimo piacere di cui godere (chiude e riapre le ferite), non parla di argomenti seri ma ascolta versi giocosi e poesie leggere, distribuisce ad alcuni schiavi doni ad altri frustate, infine detta un resoconto di tutte le nefandezze sessuali di Nerone.

 

44) Quali indizi di carattere culturale ci consentono di collocare il Satyricon in età neroniana?

 

Un indizio culturale è senz’altro il riferimento polemico di Eumolpo al Bellum civile di Lucano (dunque siamo in un’epoca, quella neroniana, in cui quel poema era conosciuto e dei caratteri di quel poema si discuteva). Un altro riferimento significativo, sempre di Eumolpo, è a un poemetto sulla presa di Troia (e noi sappiamo che proprio Nerone aveva scritto un poema su tale argomento: Troiae halòsis). Infine, le affermazioni di Trimalchione sul dovere di trattare umanamente gli schiavi, evocano – seppure in maniera ridicola – il pensiero di Seneca (e dunque, ancora, ci rinviano all’età di Nerone).

 

45) La fabula milesia della matrona di Efeso si conclude con queste parole: “e il giorno dopo la gente era lì a chiedersi in che modo il morto fosse salito sulla croce”. Facendo brevemente riferimento a ciò che è successo, spiegate il senso di questa battuta finale.

 

Un soldato, che faceva la guardia a delle croci a cui erano appesi dei condannati, trascura il suo dovere perché impegnato a “consolare” una vedova, che sembrava voler morire di fame presso la tomba del marito defunto. Siccome i parenti di un crocefisso approfittano dell’assenza della guardia per sottrarre dalla croce un cadavere e dargli sepoltura, la vedova trova la soluzione per salvare il soldato dalla punizione che lo attende: fa appendere sulla croce vuota il cadavere del marito. E dunque il giorno dopo la gente (che conosceva quel morto, immaginiamo) non può che meravigliarsi, come dice la battuta finale.

 

46) I caratteri parodistici del Satyricon si riconoscono sia nella vicenda centrale (parodia dell’Odissea), sia in vicende marginali (ad esempio, la vicenda della matrona di Efeso è parodia di un famoso episodio dell’Eneide). Spiegate brevemente come si realizza la parodia in ambedue i casi.

 

I caratteri parodia dell’Odissea si riconoscono dal fatto che, mentre Ulisse è un eroe che affronta un viaggio avventuroso, sempre perseguitato dal dio del mare, Nettuno, nel Satyricon il protagonista, Encolpio, è tutt’altro che un eroe, affronta avventure di tipo erotico ed è perseguitato dal dio della virilità, Priàpo. Quanto alla matrona di Efeso, la vicenda comica dell’amore fra il soldato e la vedova è parodia di quella tragica fra Enea e Didone, nell’Eneide (in  particolare, anche Didone è vedova, e viene esortata dalla sorella Anna a cedere ad Enea, così come la matrona di Efeso viene esortata dall’ancella a cedere al soldato).

 

47) In che senso possiamo dire che il Bellum civile di Lucano si pone in antitesi rispetto all’Eneide di Virgilio?

 

L’Eneide era un poema che esaltava la grandezza di Roma, e in particolare il carattere provvidenziale del principato di Augusto. Nel Bellum civile di Lucano invece si esaltano gli ideali repubblicani e si indica nel principato non il punto più alto della storia romana, ma l’esito infausto di una guerra fratricida (quella civile, appunto) e l’inizio della decadenza.  Inoltre, mentre Virgilio rispetta i canoni tradizionali del poema epico, prevedendo l’intervento degli dei nelle vicende umane, Lucano non rispetta quei canoni, ma intende basarsi su una ricostruzione storica di quelle vicende (che del resto sono storiche e non mitiche come quelle dell’Eneide).