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lunedì 22 giugno 2015

L'aristocrazia del Rinascimento


Dalla borghesia comunale all’aristocrazia rinascimentale

A. HAUSER, Storia sociale dell’arte, vol. I,
Einaudi 1956, pp. 312-13; 322-23.

Nella seconda metà del ’400 i principi di vita positiva e razionale (tipici della borghesia in ascesa) cedono di fronte all’ideale del rentier ("redditiero", che vive di rendita), ed allora la vita del borghese assume caratteri signorili. E’ un processo che, dalla "fase eroica del capitalismo" (combattiva e avventurosa), attraverso quella di un’organizzazione razionale della produzione, conduce alla fase in cui, conseguita la sicurezza economica, si cede agli ideali dell’ozio e della bella vita.

Questo passaggio è segnato dalla differenza che corre, a Firenze, tra Cosimo ("il Vecchio": 1389-1464) e Lorenzo de’ Medici ("il Magnifico": 1449-92; era succeduto al nonno Cosimo dopo cinque anni di signoria del padre, Piero il Gottoso) (1): il primo era ancora, sostanzialmente, un uomo d’affari (pur essendo anche un uomo politico e di cultura); il secondo è interessato solo agli affari di Stato, alla sua corte principesca, all’accademia neo-platonica, alla sua attività di poeta e mecenate.

Quella di Lorenzo è la seconda generazione, o generazione dei figli viziati o ricchi eredi, per cui "dall’antica borghesia proba e intenta al profitto si è sviluppata una classe che vive di rendita, disprezza il lavoro e il guadagno, vuole godersi nell’ozio la ricchezza ereditata dai padri".

La "conquista" del tempo nel Rinascimento


Dal tempo della Chiesa al tempo del mercante

J. LE GOFF, Tempo della Chiesa e tempo del mercante,
Einaudi 1977, pp. 3-31.
 

Nel canto XV del Paradiso Cacciaguida parla della campana della Badia, che suonava "terza e nona", come simbolo di un mondo che ormai non c'è più. Con l'affermarsi della società borghese, c'è bisogno di un modo nuovo di misurare il tempo, più preciso e quindi più adatto alle condizioni di lavoro urbano: si apre quel processo che porta all'invenzione dell'orologio meccanico, attestato dal 1354 (1) (ma Dante sembra alludervi in Paradiso X, 139-143 e XXIV, 13-15).

Precedentemente, la giornata di lavoro era intesa dal sorgere del sole al tramonto, ed era scandita dal suono delle campane, che segnavano le horae canonicae (c'è una sorta di identificazione fra tempo della Chiesa e tempo del contadino) (2). Ma con l'affermarsi di un'economia mercantile e con l'istituzione delle prime industrie tessili c'è bisogno di misurare con precisione il lavoro operaio: ed ecco l'installazione di torri campanarie con la funzione esclusiva di segnare le ore di inizio e di fine del lavoro.

Ma, sul modo di concepire il tempo, è in gioco anche una questione etica: secondo la Chiesa, il tempo appartiene a Dio, e quindi non può essere venduto, non può essere fonte di guadagno: la condanna dell'usura si basa proprio su questo assunto: l'usuraio trae guadagno dal tempo; ma, a ben vedere, anche il mercante fa questo, in quanto compra e vende le merci, sfruttando il tempo a proprio vantaggio (3). La Chiesa non può che adattarsi, e il mercante, dal canto suo, si cautela con "opere di bene" (ricche offerte e lasciti testamentari alla Chiesa).

Marginalmente, è interessante notare che la scoperta del tempo (del valore che una merce acquisisce nel tempo) è associata alla scoperta dello spazio (il tempo fondamentale è quello dello spostamento di una merce da un luogo all'altro). Un fenomeno simile lo possiamo riscontrare nell'evoluzione delle arti visive (4). La scoperta della prospettiva, che si realizzerà pienamente nel Rinascimento, è associata alla scoperta del tempo precisamente determinato (il trionfo del ritratto ne è il segno).

La civiltà del Rinascimento in Italia


La civiltà del Rinascimento in Italia (1860)

 J. BURCKHARDT  (1818-1897)  

Grande affresco dell’Italia dal ’300 al ’500, denso di particolari (troppi, a scapito della visione d’insieme; la mente si perde dietro un’infinità di esempi, episodi, citazioni).

La tesi è nota: il Rinascimento è frutto del genio italico che anticipa gli altri popoli europei per quanto riguarda una visione del mondo moderna: nella costruzione dello Stato ("come opera d’arte" (1), già con Federico II); nello "svolgimento dell’individualità" (2) (l’emergenza dell’individuo è già in Dante; ma del suo progressivo affermarsi sono segno, via via, il motivo della "beffa", reperibile in molte novelle, il nuovo atteggiamento di Petrarca, lo sviluppo della letteratura biografica ed autobiografica (3), la spregiudicatezza dell’Aretino); nel risveglio dell’antichità, nella scoperta del mondo esteriore e dell’uomo (4); ma anche nella diffusa indifferenza (soprattutto a livello degli intellettuali umanisti) in materia di religione e morale (il valore cui si fa riferimento - come si vede in Guicciardini - è l’onore, un misto di coscienza ed egoismo).

La questione della riforma non tocca, se non marginalmente, gli italiani, il cui interesse religioso è tuttalpiù soggettivo. Del resto il contatto con l’Islam e con l’antichità ha facilitato l’indifferenza e la tolleranza in materia religiosa (la favola dei tre anelli - già nel Novellino, poi in Decamerone I, 3 - è esemplare). Insomma, genio ed apatia morale (5).

Carente per quanto riguarda la posizione del problema delle origini: il Rinascimento viene arretrato a prima dell’Umanesimo, la riscoperta dei classici non viene intesa come l’elemento determinante il sorgere della nuova civiltà; piuttosto, il riferimento è alla rinascita della vita cittadina, al formarsi di una nuova aristocrazia borghese (e quindi al corrispondente sorgere di una nuova mentalità, non più medievale, di cui già Dante è espressione): date queste condizioni, la scoperta del mondo e di sé si attua non empiricamente, ma con la guida della classicità.

L'età del Rinascimento


Significato e limiti cronologici del Rinascimento

L. RUSSO, I classici italiani, vol. II
Sansoni 1960, pp. V-XIX.

Il Rinascimento è inteso, originariamente, come rinascita delle arti: la parola è infatti del Vasari (1511-1574) che nelle sue Vite dichiara di voler fare la storia delle arti dalla loro "rinascita" in poi, e parla di una età della perfezione (antichità), della decadenza (medio-evo) e della restaurazione o "rinascita" segnata dalla opera di Cimabue (1245-1302) e di Giotto (1266-1337); ne consegue che all’idea di rinascita è immediatamente associata quella di "imitazione dell’antico" (e questo, come dice Machiavelli nella introduzione ai Discorsi, non solo nelle arti figurative, ma anche in diritto e medicina; e quindi, aggiunge, lo si faccia anche in politica), anche se poi nelle otri vecchie si metteva vino nuovo (lo stesso Machiavelli è cosciente della propria originalità: "è più conveniente andar drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa").

Con la storiografia romantica (Michelet, Burckhardt, Voigt) matura una coscienza critica del Rinascimento come "scoperta del mondo esteriore e scoperta dell’uomo" (è il titolo di un capitolo del fondamentale La civiltà del Rinascimento in Italia di Burckhardt).

Il Rinascimento si caratterizza per l’elaborazione di una concezione tutta tecnica della vita: al di là di preoccupazioni moralistiche, l’uomo virtuoso è l’uomo perito, capace di fare bene il proprio mestiere (esemplare ciò che racconta l’Aretino a proposito di Giovanni dalle Bande nere, sanguinario capitano di ventura: in punto di morte dice al confessore di non avere peccati di cui pentirsi, perchè si è limitato a fare bene il suo mestiere).

Da De Sanctis e Burckhardt deriva quella concezione antinomica (fra splendore dell’arte da una parte e corruttela morale e politica dall’altra) che ha fatto scuola, ma che è riduttiva e pertanto deve essere superata.

I limiti cronologici sono stabiliti, come sempre, dalla coscienza dei contemporanei: quando Paolo Diacono (VIII sec., storico longobardo) nella Historia romana propone di contare gli anni dalla incarnazione di Cristo, ha coscienza della frattura che c’è fra la Roma pagana e quella cristiana; quando nel XV sec. si comincia a parlare di media tempora (o media tempestas) contrapposti ai nostra tempora, si ha coscienza di una nuova epoca che si caratterizza per gli studia humanitatis (è l’età dell’Umanesimo); abbiamo Rinascimento quando decade il mito del filologo e trionfa quello del letterato, artista, poeta (1ª metà del XVI sec.); abbiamo l’età della Controriforma (2ª metà del XVI sec.) quando il puro, a-problematico, dispiegarsi artistico diviene tormentato da ripiegamenti (e scrupoli) filosofici e religiosi (quando da Ariosto si passa a Tasso).

domenica 24 maggio 2015

Risposte ai quesiti di Italiano (Letteratura - classe IV)

1)    Spiegate il senso letterale ed originario dei due termini (Medioevo e Rinascimento) con i quali ancora oggi indichiamo due epoche storiche diverse.
Rinascimento significa letteralmente “nuova nascita”, e ciò che nasce nuovamente, nella coscienza dei contemporanei che definiscono in tal modo la propria età, è la grandezza della civiltà classica. Pertanto gli stessi uomini del Rinascimento cominciano a chiamare Medio-evo (cioè, “età di mezzo”), l’epoca, ritenuta di decadenza, che sta in mezzo fra l’età classica e l’età a loro contemporanea.
2)    In che cosa consiste e su quali principi filosofici si fonda l’ideale rinascimentale della kalòkagathìa?
Kalòkagathìa significa "bellezza e bontà", quindi consiste nell'idea che ciò che è esteticamente piacevole (bello) sia anche moralmente positivo (buono). Tale concezione si fonda sulla filosofia neoplatonica di Marsilio Ficino, secondo cui nel mondo terreno la bellezza è ciò che più si avvicina alla perfezione del mondo delle idee (di cui il mondo terreno è una copia imperfetta), è manifestazione della luce divina, dunque è intrinsecamente buona e di conseguenza va ricercata in tutti gli aspetti e i momenti della vita.
3)    Nel cap. VI del Principe Machiavelli indica quattro modelli ideali: di chi si tratta e che cosa li accomuna?
I quattro modelli sono Mosè (fondatore dello Stato ebraico), Ciro (fondatore dello Stato persiano), Teseo (fondatore dello Stato ateniese) e Romolo (fondatore dello Stato romano). Li accomuna il fatto che sono stati uomini di straordinaria "virtù", che hanno saputo cogliere l'"occasione" (ovvero, sfruttare la condizione storica favorevole) al fine di fondare uno Stato.
4)    Che cosa dimostra, secondo Machiavelli, il mito secondo cui Achille sarebbe stato educato dal centauro Chirone? 
Essendo il centauro una creatura con corpo di cavallo e busto di uomo, il mito dimostra che un principe (quale Achille era) deve imparare ad essere sia uomo che bestia. In altre parole, deve imparare ad agire sia secondo la legalità propria degli uomini, sia con la forza e con l'astuzia proprie delle bestie (rappresentate, rispettivamente, dal "lione" e dalla "golpe").
5)    Qual è la differenza fondamentale fra Machiavelli e Guicciardini, per quanto riguarda il modo di concepire la politica?
Machiavelli ritiene che la politica debba essere trattata come una scienza e che quindi si possano indicare delle leggi universali del comportamento politico, basandosi su esperienze tanto della storia antica quanto della storia contemporanea. Guicciardini ritiene invece che in politica, essendo le situazioni sempre diverse, non si possano dare delle leggi universali, ma si debba usare, ogni volta, la "discrezione", ovvero la capacità di analizzare la situazione specifica e compiere quindi la scelta più opportuna.
6)    Come obietta Guicciardini, nelle Considerazioni sui Discorsi, all’idea di Machiavelli, secondo cui la condizione migliore per l’Italia sarebbe quella di costituirsi in un forte Stato unitario?
Guicciardini sostiene  anzitutto che la costituzione di uno Stato unitario favorirebbe lo sviluppo della città dominante, ma causerebbe inevitabilmente la decadenza, politica ed economica, delle altre città, subalterne alla dominante. Aggiunge inoltre che tale Stato unitario non sarebbe una garanzia contro le invasioni straniere, perché l'Italia è stata invasa anche quando era unita sotto il dominio romano; al contrario, è vero che ci sono stati tempi in cui l'Italia, pur essendo divisa in più Stati, non ha subito invasioni, perché politicamente e militarmente forte (il riferimento è all'età di Lorenzo il Magnifico).
7)    Nella Satira I, Ariosto racconta la favola dell’asino e del topolino. Dite, in sintesi, di che si tratta e qual è l’insegnamento che se ne deve trarre.
Un asino affamato era entrato in un granaio attraverso un buco in una parete; lì aveva mangiato a più non posso, ma poi, con la pancia gonfia, non riusciva più ad uscire attraverso il buco. Allora il topolino gli consiglia di vomitare tutto, se vuole recuperare la libertà. L'insegnamento è questo: se i doni e i benefici che si ricevono dal signore impongono poi delle scelte di vita contrarie alla propria volontà (ad esempio, nel caso di Ariosto, seguire il cardinale in Ungheria), è preferibile restituirgli tutto ed essere poveri, ma liberi.
8)    Contestualizzate e parafrasate il seguente passo, tratto dal cap. XV del Principe: “E molti si sono imaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero. Perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto la ruina che la preservazione.”.
Machiavelli intende parlare dei pregi e dei difetti di un principe, e quindi, poiché sa che dirà cose molto diverse da quelle che si sono sempre dette e pensate, fa la seguente precisazione: "Molti (studiosi) hanno immaginato Stati che non sono mai esistiti nella realtà. Infatti c'è tanta differenza fra come si vive in realtà e come si dovrebbe vivere (in teoria, seguendo i principi morali) che, se uno dimentica la realtà (quello che si fa) per seguire la teoria (quello che si dovrebbe fare), non impara come si conserva il potere (la propria "preservazione"), ma piuttosto come lo si perde (la propria "ruina")."
9)    Contestualizzate e parafrasate e i seguenti versi, tratti dal canto I del Furioso: “ecco il giudicio uman come spesso erra! / Quella che dagli esperii ai liti eoi / avea difesa con sì lunga guerra, / or tolta gli è fra tanti amici suoi / senza spada adoprar, ne la sua terra. / Il savio imperator, ch’estinguer volse / un grave incendio, fu che gli la tolse.” 
Siamo all'inizio dell'opera e Ariosto, riallacciandosi al punto in cui Boiardo aveva interrotto la storia, intende spiegare che Orlando, che tanto aveva faticato per "catturare" Angelica, aveva dovuto rinunciare a lei per volontà di Carlo Magno. E quindi: "Ecco come spesso si sbagliano gli uomini nelle loro valutazioni ("giudicio", capacità di giudicare)! Quella (Angelica) che con tante battaglie egli (Orlando) aveva difeso da occidente (dai "liti esperii) a oriente (ai "liti eoi"), ora gli è sottratta in mezzo agli amici, nella sua patria (in Francia), senza nemmeno poter combattere. Colui che gliela sottrasse fu il saggio imperatore (Carlo), che così facendo volle spegnere un pericoloso incendio (e cioè, la rivalità fra Orlando e Rinaldo a causa di Angelica)."

mercoledì 15 aprile 2015

Sul Rinascimento (II parte)


7)      Fatta questa premessa, si tratta di mettere a fuoco un passaggio decisivo per caratterizzare la pienezza del Rinascimento, ovvero l’affermarsi del cosiddetto ideale della kalòkagathìa. Il pieno Rinascimento si ha quando presso le corti, e quindi presso la cultura, si diffonde l’idea che la bellezza (intesa in senso classico, come armonia, equilibrio, serenità, luminosità), sia intrinsecamente buona, sia manifestazione sensibile del divino sulla terra. E’ un ideale elaborato presso la corte medicea di Lorenzo, alla fine del Quattrocento, ed è un’elaborazione a cui contribuisce in maniera decisiva il pensiero neoplatonico di Marsilio Ficino:  la luce - che è Dio - si manifesta in tutto il creato; l’anima la ritrova nel mondo come bellezza, ovvero ordine, proporzione, armonia; la bellezza è dunque “visibilità della luce interiore, dell’arte intima alle cose”; contemplarla è ritrovare nelle cose il raggio divino, ossia la strada per risalire a Dio (e dunque: se questo mondo non è che una rappresentazione imperfetta del mondo delle idee, dei modelli puri, ecco che il platonismo trapassa nel cristianesimo; ed anche: se la bellezza è un segno del divino, ecco fondato l’ideale della kalòkagathìa).

8)      Nelle arti figurative,

·         da Masaccio (preso come esempio di un’arte che riscopre la realtà, con la sua pesantezza – si pensi alla solidità voluminosa delle sue figure – e con la sua drammaticità – si pensi alla cacciata di Adamo ed Eva)

 

·         si passa a Botticelli (che opera alla corte di Lorenzo e che ci rappresenta una realtà idealizzata, una realtà “bella”, inquadrata secondo ordine e armonia: si pensi a opere come La nascita di Venere: quest’ultima, così poco realistica – ad esempio, nella lunghezza del collo, nelle spalle spioventi, nella strana torsione del braccio sinistro - eppure capace di evocare il sentimento di un’armonia superiore;



 o La Primavera, che sembra essere perfetta come sfondo per le Stanze per la giostra di Poliziano, che, non a caso, opera negli stessi anni e nello stesso ambiente)


9)      Ma torniamo alla kalòkagathìa. La trattatistica del Cinquecento insiste su questa idea che la bellezza vada ricercata ed amata, perché essa ci conduce al divino. Ho scelto dei passi di autori diversi, per mostrare la consistenza e la diffusione di questa idea. 

·         C’è un passo degli Asolani  in cui Bembo teorizza che il vero amore è desiderio della vera bellezza, un amore che nasce sul fondamento di due sensi (la vista e l’udito: il primo riconosce la bellezza del corpo, il secondo quella dell’animo), ma che conduce, attraverso il pensiero (che consente di amare la bellezza a prescindere dalla sua presenza), alla contemplazione del mondo trascendente.

·         Leggo poi un brano tratto da un dialogo di Angelo Firenzuola, il Dialogo delle bellezze delle donne, laddove non solo si ribadisce l’idea che la bellezza sia, nel mondo in cui viviamo, l’unico elemento che ci lascia intravedere il mondo perfetto di cui il nostro è una copia imperfetta, ma anche si danno indicazioni precise su quali debbano essere le giuste proporzioni perché si abbia quell’armonia che è propria della bellezza. Ho scelto solo il passo in cui si parla della fronte, ma poi il discorso continua (sugli occhi, sul naso, sulla bocca, ecc.). L’idea è che l’armonia sia riconducibile a precisi rapporti matematici e a precise figure geometriche (si pensi a Leonardo, che inscrive in un cerchio la figura umana).

10)  E poi c’è un passo esemplare, tratto dall’opera, Il cortegiano, che è considerata, giustamente, quella in cui trovano compiuta espressione gli ideali della cultura rinascimentale. Si propone il modello del perfetto uomo di corte, ma siccome l’uomo di corte è, in quella società, l’uomo per eccellenza, quello che ci viene proposto è il modello di uomo al suo più alto grado. Ed è un uomo, il passo in questione ce lo fa ben capire, dotato di “grazia”, che altro non è che la bellezza e l’armonia trasposte nei comportamenti. Il modello è quello di un uomo che appare bello (e dunque anche buono, secondo l’ideale della kalòkagathìa) in quanto aggraziato. Notate che è importante apparire, a prescindere da quello che si è naturalmente. La grazia è il prodotto di uno studio, di un controllo e di una repressione della propria naturalità. La naturalità non può emergere spontaneamente, perché questo comporterebbe la perdita di armonia ed equilibrio. La libera e naturale espressione dei sentimenti non è consentita, perché ciò toglie grazia, ovvero armonia, e quindi bellezza,  ai comportamenti. Dunque l’uomo che ha in mente il Rinascimento è un uomo artificioso (che ovviamente nasconde l’artificiosità), che persegue l’obiettivo di un razionale autocontrollo,  inteso ad occultare e a reprimere l’immediatezza dei sentimenti

 

Sul Rinascimento (I parte)


1)      Per spiegare i caratteri del Rinascimento, mi servo, quando è possibile, della collaborazione dei colleghi di Storia dell’arte e di Filosofia (altrimenti procedo da solo, ma non si può parlare del Rinascimento senza fare riferimento alle arti figurative e a certa filosofia – penso al neo-platonismo di Marsilio Ficino).

2)      Mi riaggancio a Petrarca e Boccaccio, che abbiamo studiato l’anno scorso, per ricordare gli elementi che già in quegli autori indicano la fuoriuscita dal Medioevo, l’affermarsi di una nuova mentalità:

·         l’amore di Petrarca per Laura non è intermediario all’amore per Dio, non conduce alla salvezza (come era per gli stilnovisti e per Dante in particolare), ma è drammaticamente in contraddizione con l’amore per Dio, è un amore terreno;

·         i personaggi del Decamerone sono uomini terreni che cercano di far valere nella vita terrena la loro “virtù”, senza scrupoli di carattere religioso o comunque morale (si pensi ad Andreuccio da Perugia).

3)      Tutto ciò per sottolineare come alla mentalità medievale (che sottovaluta la vita terrena, considerata ben poca cosa rispetto alla vera vita, quella eterna nell’aldilà) si sostituisca una mentalità che valorizza la vicenda terrena dell’uomo, il quale si costruisce il proprio destino con la propria energia, intelligenza, determinazione (in una parola, con la propria “virtù”). Non c’è una provvidenza divina che governa gli eventi del mondo, c’è tutt’al più la “fortuna” (ovvero la pura casualità, l’imponderabile) contro cui si scontra l’intelligenza dell’uomo. Si afferma insomma una mentalità che chiameremmo laica. A questo proposito, si pensi, per valutarne appieno la differenza, a quel passo del canto VII dell’Inferno, laddove Virgilio definisce la Fortuna come un’intelligenza angelica.

4)      A me piace sintetizzare il senso di questa fuoriuscita dal Medioevo con la seguente formula: il Rinascimento significa la scoperta dell’uomo, del tempo, dello spazio. La scoperta dell’uomo consiste in ciò che ho detto finora. A questo proposito, faccio leggere un bel passo tratto dalla Theologia platonica di Marsilio Ficino. E’ un passo significativo perché qui non ci si limita ad esaltare l’essere  umano come il più alto fra gli esseri viventi (l’essere che occupa un posto intermedio fra la feritas dei bruti e la divinitas del creatore), ma si dice molto di più, si dice che l’intelletto dell’uomo è simile a quello divino; ed è un’affermazione che ci conduce diritti a quel passo del Dialogo sopra i due massimi sistemi, laddove Galileo,   150 anni dopo, dice che l’intelletto umano è in grado di conoscere singole verità allo stesso modo in cui le conosce Dio.

5)      Il tempo e lo spazio sono le due dimensioni entro cui si compie la vita terrena dell’uomo. Ebbene,

·         nel Rinascimento la scoperta dello spazio avviene in senso letterale, perché non è un caso che questa età sia anche l’età delle grandi scoperte geografiche. Nel medioevo il mondo conosciuto è ridotto, i paesi lontani sono sconosciuti e favolosi (si pensi che il Milione è letto come un libro delle meraviglie; e si pensi all’idea ristretta che Dante ha della terra). Ancora una volta questo si spiega con la svalutazione della vita terrena, e quindi dello spazio concreto, la terra, in cui l’uomo vive (se la vera vita è quella eterna, nell’aldilà, che m’importa di conoscere i luoghi in cui si svolge l’effimera vita terrena?).

·         Ma di scoperta dello spazio si può parlare anche nell’arte figurativa, come scoperta della prospettiva (ovvero della dimensione spaziale della profondità) e come introduzione dello sfondo paesaggistico invece dello sfondo in oro (quest’ultimo indica uno spazio astratto, metafisico, a fronte dello spazio concreto, realistico indicato dal paesaggio).

6)      Quanto alla scoperta del tempo,

·         intendo prima di tutto l’acquisizione di senso storico, così scarso nel medioevo

a)      e per la solita ragione: la storia è la dimensione in cui si svolgono, nel tempo, le vicende terrene degli uomini, le vicende delle società umane; ma se si svaluta la vita terrena, il suddetto svolgimento non interessa, come non interessano le differenze storiche delle società, dei costumi, del pensiero; quel che interessa è il carattere esemplare delle singole vicende umane, a prescindere dal tempo in cui sono accadute ed anche dal loro essere effettivamente accadute, cioè dal loro essere storicamente accertate: ancora una volta, si pensi a Dante che nel suo oltretomba affianca a personaggi storici, personaggi mitologici e letterari.

b)      Dunque il Rinascimento implica l’acquisizione di tale senso storico (si pensi al nuovo modo in cui si leggono i classici: non come precursori del cristianesimo, ma come appartenenti ad un’età e ad una società diverse; ma si pensi anche L. B. Alberti che, nei Libri della famiglia, rimuove un tabù medievale dicendo che il tempo è proprietà dell’uomo).

·         Ma di scoperta del tempo si può parlare anche nell’arte figurativa: si può confrontare il rilievo per il pulpito del battistero di Pisa, di Nicola Pisano, 1260 (nello stesso riquadro sono giustapposte scene che appartengono a tempi diversi) (1)



 con la formella in bronzo per il fonte battesimale di Siena di Donatello



(il convito di Erode, 1427: non solo straordinaria per l’uso della prospettiva, ma anche perché “fotografa” un tempo preciso: quello della presentazione ad Erode della testa di Giovanni Battista) (2). Ma su questo, vi rinvio al bel libro di J. Le Goff, Tempo della chiesa e tempo del mercante, il quale vede anche nel trionfo del ritratto, così tipico del Rinascimento, un segno della conquista del tempo: il ritratto non rappresenta figure simboliche (figure per le quali contano più i simboli che ne indicano il rango che non il realismo delle fattezze), ma individui colti nel tempo, nella concretezza spazio-temporale in cui vivono.


1)  Il riquadro rappresenta la Natività, raffigurata nei tre momenti dell' annunciazione, dell'adorazione dei pastori, del lavaggio del bambino: la distanza temporale che separa i tre eventi è annullata, tanto che gli stessi personaggi (la Vergine e il bambino) compaiono due volte nello stesso riquadro (la Vergine forse tre volte, se è lei, e non un levatrice, una delle due donne che lavano il bambino).

2)  Anche qui, come nel riquadro di Nicola Pisano, sono raffigurati tre momenti diversi: la testa del Battista mostrata, presumibilmente, ad Erodiade, i musici che hanno accompagnato la danza di Salomè, la presentazione della testa al convito di Erode. Ma la differenza temporale che separa i tre momenti è segnalata, tramite la prospettiva, dalla distanza spaziale: sullo sfondo la prima scena, in un piano intermedio la seconda, in primo piano, e con grande risalto, la scena sconvolgente della presentazione della testa.