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giovedì 7 aprile 2016

La figura dell'inetto nella letteratura fra Ottocento e Novecento (VI parte)


La coscienza di Zeno: l’ultimo capitolo



1)   Nell’ultimo capitolo, Psico-analisi, Zeno abbandona il memoriale e passa a redigere un diario che va dal maggio del 1915 al marzo del 1916 (sono i giorni che precedono e seguono l’entrata in guerra dell’Italia), un diario che, insieme al memoriale, intende consegnare al dottore perché sappia che cosa pensa di lui e della terapia psicanalitica. Ironizza sulle teorie di Freud che pretendono di spiegare i comportamenti umani col complesso di Edipo o come “atti mancati”. Ma proprio mentre li deride, Zeno ci svela i significati nascosti di ricordi, sogni, eventi. Soprattutto, qui si dà atto di una pratica psicanalitica più ortodossa, perché, su sollecitazione del dottore, vengono rievocati ricordi della lontana infanzia (la rivalità col fratello minore, che può restare a casa quando Zeno deve andare a scuola; ma anche sogni che dimostrano il desiderio di possedere la madre). Si tratta quindi, anzitutto, del complesso di Edipo, e quindi Coprosich aveva avuto ragione, lo schiaffo era meritato, anche il vecchio Malfenti era stato odiato, in quanto sostituto del padre (e quindi Zeno aveva “sfregiato” la sua casa, tradendo la moglie e aspirando a sedurre anche Ada e Alberta) e naturalmente sempre odiato era stato Guido.

2)   . Quindi, in maniera piuttosto contraddittoria, Zeno dice di avere chiuso con la psicanalisi, ora perché non lo ha guarito, ora perché invece è guarito, infine perché è la vita stessa che è una malattia. Dice di essere guarito perché sta avendo successo nel commercio. E infatti ha comprato ed accaparrato in tempo di guerra (oro, anzitutto, ma poi qualsiasi merce), quando i prezzi erano bassi, facendo ottimi affari, proprio come i cosiddetti “pescecani”, o profittatori di guerra. Dunque la salute è integrazione in quel mondo, con quella morale spregiudicata, del successo economico, del profitto, quel mondo cui invece era estraneo lo Zeno malato. Del resto è interessante notare che in un frammento del progettato quarto romanzo si dice che, finita la guerra, Zeno fa delle operazioni sbagliate, tanto che perde con gli interessi tutti i guadagni ottenuti durante la guerra.

3)    Ma infine (e qui la voce del narratore si confonde con quella dell’autore: si riprendono infatti tesi da lui sostenute in alcuni saggi) malata è la vita dell’uomo che, a differenza degli animali che hanno un progresso naturale (la rondine, la talpa), ha inventato gli “ordigni” fuori di sé, gli ordigni che hanno ormai il sopravvento su di lui, impedendogli la naturalità. Da tale malattia solo la catastrofe di una “esplosione enorme che nessuno udrà” potrà liberare la terra:



Dal Maggio dell’anno scorso non avevo più toccato questo libercolo. Ecco che dalla Svizzera il dr. S. mi scrive pregiandomi di mandargli quanto avessi ancora annotato. È una domanda curiosa, ma non ho nulla in contrario di mandargli anche questo libercolo dal quale chiaramente vedrà come io la pensi di lui e della sua cura. Giacché possiede tutte le mie confessioni, si tenga anche queste poche pagine e ancora qualcuna che volentieri aggiungo a sua edificazione. Ma al signor dottor S. voglio pur dire il fatto suo. Ci pensai tanto che oramai ho le idee ben chiare.

Intanto egli crede di ricevere altre confessioni di malattia e debolezza e invece riceverà la descrizione di una salute solida, perfetta quanto la mia età abbastanza inoltrata può permettere. Io sono guarito! Non solo non voglio fare la psico–analisi, ma non ne ho neppur di bisogno. E la mia salute non proviene solo dal fatto che mi sento un privilegiato in mezzo a tanti martiri (allude a coloro che muoiono in guerra).

Non è per il confronto ch’io mi senta sano. Io sono sano, assolutamente. (…)

Ammetto che per avere la persuasione della salute il mio destino dovette mutare e scaldare il mio organismo con la lotta e sopratutto col trionfo. Fu il mio commercio che mi guarì e voglio che il dottor S. lo sappia.

Attonito e inerte, stetti a guardare il mondo sconvolto, fino al principio dell’Agosto dell’anno scorso. Allora io cominciai a comperare. Sottolineo questo verbo perché ha un significato più alto di prima della guerra. In bocca di un commerciante, allora, significava ch’egli era disposto a comperare un dato articolo. Ma quando io lo dissi, volli significare ch’io ero compratore di qualunque merce che mi sarebbe stata offerta. Come tutte le persone forti, io ebbi nella mia testa una sola idea e di quella vissi e fu la mia fortuna. L’Olivi (è l’amministratore dei suoi beni, che il padre ha voluto, non fidandosi delle capacità commerciali del figlio) non era a Trieste, ma è certo ch’egli non avrebbe permesso un rischio simile e lo avrebbe riservato agli altri. Invece per me non era un rischio. Io ne sapevo il risultato felice con piena certezza. Dapprima m’ero messo, secondo l’antico costume in epoca di guerra, a convertire tutto il patrimonio in oro, ma v’era una certa difficoltà di comperare e vendere dell’oro. L’oro per così dire liquido, perché più mobile, era la merce e ne feci incetta. Io effettuo di tempo in tempo anche delle vendite ma sempre in misura inferiore agli acquisti. Perché cominciai nel giusto momento i miei acquisti e le mie vendite furono tanto felici che queste mi davano i grandi mezzi di cui abbisognavo per quelli.

Con grande orgoglio ricordo che il mio primo acquisto fu addirittura apparentemente una sciocchezza e inteso unicamente a realizzare subito la mia nuova idea: una partita non grande d’incenso. Il venditore mi vantava la possibilità d’impiegare l’incenso quale un surrogato della resina che già cominciava a mancare, ma io quale chimico sapevo con piena certezza che l’incenso mai più avrebbe potuto sostituire la resina di cui era differente toto genere. Secondo la mia idea il mondo sarebbe arrivato ad una miseria tale da dover accettare l’incenso quale un surrogato della resina. E comperai! Pochi giorni or sono ne vendetti una piccola parte e ne ricavai l’importo che m’era occorso per appropriarmi della partita intera. Nel momento in cui incassai quei denari mi si allargò il petto al sentimento della mia forza e della mia salute. (…)

Naturalmente io non sono un ingenuo e scuso il dottore di vedere nella vita stessa una manifestazione di malattia. La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati.

La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza... nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco! (qui è proprio l’autore che vede con acutezza certi mali della società industriale: l’inquinamento, la distruzione della natura, l’eccessivo incremento demografico)

Ma non è questo, non è questo soltanto.

Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.

Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico–analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. (se gli ordigni sono le macchine, la tecnologia industriale, qui Svevo sembra alludere alla interpretazione marxista: la malattia prospera a causa della proprietà privata dei mezzi di produzione)

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.



4)   A parte il tono profetico che parla, agli inizi del Novecento, di un “esplosivo incomparabile”, e quindi della possibilità che la follia umana possa distruggere la terra – un incubo diventato concreto alcuni decenni dopo, con la realizzazione della bomba atomica – è un passo che ricorda un’Operetta morale di Leopardi, Il cantico del gallo silvestre, nel cui finale si prefigura lo stesso un universo senza più vita e senza più dolore, in un buio e in un silenzio infiniti. Ma queste pagine finali, in particolare quelle in cui Svevo si dichiara guarito in quanto ha acquisito i valori della società in cui vive (e sono i valori del profitto e del successo commerciale), si prestano ad una riflessione più accurata sulla natura dell’inetto sveviano. A questo fine serve recuperare una pagina molto significativa del primo romanzo

Una vita: Macario e il volo del gabbiano

5)   In Una vita, come negli altri due romanzi, c’è l’antagonista dell’inetto, l’amico-rivale, colui che ha le qualità che mancano all’inetto: capacità di decidere, determinazione, senso pratico, efficienza e, naturalmente, facilità nei rapporti con le donne. In Una vita si tratta di Macario, il cugino di Annetta, che lei alla fine sposerà. Fra Alfonso e Macario si instaura un rapporto di apparente amicizia. In realtà Alfonso subisce la superiorità sociale e di “attitudine alla vita” di Macario, e quest’ultimo disprezza le qualità intellettuali di Alfonso, la sua cultura umanistica. C’è un episodio estremamente significativo, ed è quando Macario, abile velista, invita Alfonso a uscire con lui in barca. Naturalmente, tanto è sicuro di sé Macario quanto è a disagio e impaurito Alfonso, che per di più soffre il mal di mare.    

Macario lo guardò con un leggero sorriso. Si sentiva bene nella sua calma accanto ad Alfonso e per rendere più evidente il distacco tenne il cutter sotto la piena azione del vento. Alfonso vide il sorriso e volle prendere l'aspetto di persona calma. Segnalò a Macario all'orizzonte delle punte bianche di montagne di cui non si vedevano le basi.

        Passando accanto al faro poté misurare la rapidità con la quale tagliavano l'acqua; diede un balzo sembrandogli che la barca andasse a sfracellarsi sui sassi che la contornavano.

        - Sa nuotare? - gli chiese Macario con tranquillità. - Alla peggio ritorneremo a casa a nuoto. Ma - e finse grande preoccupazione - anche se si sentisse andare a fondo non si aggrappi a me perché saremmo perduti in due. Penseremo a lei io e Nando. Nevvero, Nando?

        Ridendo sgangheratamente, costui lo promise.

        Coi suoi modi di pensatore, Macario si dilungò in considerazioni sugli effetti della paura. Ogni dieci parole alzava la mano aristocratica, l'arrotondava e tutti i sottintesi che quel gesto segnava, cui nel vuoto della mano creava il posto, Alfonso lo sapeva, dovevano andare a colpire lui e la sua paura.

        - Muore maggior numero di persone per paura che per coraggio. Per esempio in acqua, se vi cadono, muoiono tutti coloro che hanno l'abitudine di afferrarsi a tutto quello che loro è vicino, - e fece una strizzatina d'occhio verso le mani di Alfonso che si chiudevano nervosamente sulla banchina.

        E passarono accanto al verde Sant'Andrea senza che Alfonso potesse padroneggiarsi. Guardava, ma non godeva.

        La città, quando al ritorno la rivide, gli parve triste. Sentiva un grande malessere, una stanchezza come se molto tempo prima avesse fatto tanta via e che poi non lo si fosse lasciato riposare mai più. Doveva essere mal di mare e provocò l'ilarità di Macario dicendoglielo.

        - Con questo mare!

        Infatti il mare sferzato dal vento di terra non aveva onde. Vi erano larghe strisce increspate, altre incavate, liscie liscie precisamente perché battute dal vento che sembrava averci tolto via la superficie. (…)

        Alfonso era tanto pallido che Macario se ne impietosì e ordinò a Ferdinando di accorciare le vele.

        Si era in porto, ma per giungere al punto di partenza si dovette passarci dinanzi due volte.

        Si udivano i piccoli gridi dei gabbiani. Macario per distrarlo volle che Alfonso osservasse il volo di quegli uccelli, così calmo e regolare come la salita su una via costruita, e quelle cadute rapide come di oggetti di piombo. Si vedevano solitarii, ognuno volando per proprio conto, le grandi ali bianche tese, il corpicciuolo sproporzionato piccolo coperto da piume leggiere.

        Fatti proprio per pescare e per mangiare, - filosofeggiò Macario. - Quanto poco cervello occorre per pigliare pesce! Il corpo è piccolo. Che cosa sarà la testa e che cosa sarà poi il cervello? Quantità da negligersi! Quello ch'è la sventura del pesce che finisce in bocca del gabbiano sono quelle ali, quegli occhi, e lo stomaco, l'appetito formidabile per soddisfare il quale non è nulla quella caduta così dall'alto. Ma il cervello! Che cosa ci ha da fare il cervello col pigliar pesci? E lei che studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha le ali necessarie quando nasce non gli crescono mai più. Chi non sa per natura piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare. Si muore precisamente nello stato in cui si nasce, le mani organi per afferrare o anche inabili a tenere.

        Alfonso fu impressionato da questo discorso. Si sentiva molto misero nell'agitazione che lo aveva colto per cosa di sì piccola importanza.

       - Ed io ho le ali? - chiese abbozzando un sorriso.

       - Per fare dei voli poetici sì! - rispose Macario, e arrotondò la mano quantunque nella sua frase non ci fosse alcun sottinteso che abbisognasse di quel cenno per venir compreso.

6)   Le considerazioni di Macario sul volo del gabbiano e sulla sua capacità di afferrare la preda ci portano nel cuore del problema. Macario dice sostanzialmente due cose: 1) il gabbiano ci insegna che non c’è bisogno del cervello per afferrare la preda, ci vogliono l’appetito formidabile, la vista acuta e soprattutto quelle ali potenti; 2) avere o non avere quelle ali è un dato di natura, chi non le possiede non potrà mai ottenerle e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare”, sarà sempre uno sconfitto

7)   Per quanto riguarda questo secondo aspetto, Svevo desumeva da Schopenhauer l’idea che esistano in natura due tipi umani, i “lottatori” e i “contemplatori”, i primi sono quelli capaci di “afferrare la preda”, i vincenti nella lotta per la vita, i contemplatori invece sono incapaci di afferrare la preda, destinati a soccombere, insomma gli inetti.

8)   Ma se riflettiamo sul primo aspetto, gettiamo una luce del tutto diversa sulla figura dell’inetto. Il lottatore Macario disprezza il cervello, l’organo che consente di pensare e di capire, disprezza il contemplatore Alfonso che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile”, il cervello appunto, fino a liquidarlo, in risposta alla sua ingenua domanda (“Ed io ho le ali?”),  con la battuta finale (“Per fare dei voli poetici sì!”).

L’albatro di Baudelaire

9)   Sono considerazioni che ci rimandano, soprattutto per questo secondo aspetto, a due autori insospettabili: Baudelaire e Leopardi.

10)             Baudelaire si era servito ugualmente del paragone con un uccello, l’albatro, per definire la condizione del poeta, goffo e impacciato in un’età incapace di comprenderne l’intelligenza, la sensibilità e la fantasia, in una società che professa altri valori rispetto a quelli dell’arte, che dunque sente il poeta come diverso, estraneo da sé e ne fa oggetto di derisione. Ma il poeta è come l’albatro, impacciato quando è a terra perché ostacolato dalle sue grandi ali, ali da gigante, ma sicuro e maestoso quando può dispiegare le ali nel volo, quando è nel suo elemento, l’aria, e fa e vede ciò che gli uomini a terra non possono né fare né vedere. E’ uno dei Fiori del male, la poesia intitolata, appunto, L’albatro.

Per dilettarsi, sovente, le ciurme
catturano degli albatri, marini
grandi uccelli, che seguono, indolenti
compagni di viaggio, il bastimento
che scivolando va su amari abissi.
E li hanno appena sulla tolda posti
che questi re dell'azzurro abbandonano,
inetti e vergognosi, ai loro fianchi
miseramente, come remi, inerti
le candide e grandi ali. Com'è goffo
e imbelle questo alato viaggiatore!
Lui, poco fa sì bello, com'è brutto
e comico! Qualcuno con la pipa
il becco qui gli stuzzica, là un altro
l'infermo che volava, zoppicando
scimmieggia.

Come il principe dei nembi
è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,
si ride dell'arciere, ma esiliato
sulla terra, fra scherni, camminare
non può per le sue ali da gigante.

11)             Come si vede, il riferimento al gabbiano in Svevo e all’albatro in Baudelaire ha una valenza diversa, se non opposta: per Macario il gabbiano, con la sua capacità di afferrare la preda, rappresenta il positivo apprezzato dalla società, laddove il letterato, il poeta, con la sua intelligenza e sensibilità, è il negativo oggetto di derisione. Per Baudelaire invece l’albatro è il positivo come lo è il poeta, laddove il negativo sono i marinai ignoranti che lo sbeffeggiano perché lo vedono goffo, inetto, ma in realtà sono incapaci – come lo è Macario nei confronti di Alfonso – di comprenderne l’intelligenza e la sensibilità. Di comune c’è la stessa idea di una estraneità del poeta (o del letterato) – una estraneità che lo rende ridicolo – rispetto ai valori dominanti. L’inetto Alfonso non è altro che l’albatro, che, a terra, appare ridicolo perché fatica a camminare; ma fatica a camminare perché ha ali da gigante, con le quali può librarsi nell’azzurro, con le quali, fuor di metafora, può vedere e comprendere ciò che i marinai e i Macario non sanno né vedere né comprendere.

12)             Baudelaire scriveva a metà dell’Ottocento ed esprimeva così quella che lui avvertiva come nuova condizione dell’intellettuale, non in sintonia ma in conflitto con i valori dominanti nella società (l’interesse, il profitto, l’efficienza), una condizione di cui, qualche decennio più tardi, si faranno interpreti i “poeti maledetti” e poi tanta arte d’avanguardia del Novecento.

La diagnosi di Leopardi

13)             Ma più interessanti ancora appaiono certe riflessioni di Leopardi, che scrive agli inizi dell’Ottocento e che sembra fare una vera e propria diagnosi ante litteram della condizione dell’inetto. Sono riflessioni che si trovano nello Zibaldone e che poi diventano argomento di alcune Operette morali. Vorrei leggere alcuni brani tratti da questi testi. Nel Dialogo della Natura e di un’Anima, Leopardi immagina che un’Anima grande chieda alla Natura ragione della propria infelicità. La Natura, dopo aver spiegato che quanto più l’individuo è dotato di intelligenza e sensibilità (quanto più si eleva sopra il torpore degli "animali bruti"), tanto più è destinato all’infelicità, giacché più intensamente avverte la distanza incolmabile fra il desiderio del piacere (proprio di ogni uomo) e la miseria della realtà, prosegue il ragionamento  giungendo ad indicare per l’anima grande alcune conseguenze sul piano pratico della vita quotidiana:

Gli animali bruti usano agevolmente ai fini che eglino si propongono ogni loro facoltà e forza. Ma gli uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti ordinariamente dalla ragione e dalla immaginativa; le quali creano mille dubbietà nel deliberare e mille ritegni nell’eseguire. I meno atti e meno usati a ponderare seco medesimi sono i più pronti al risolversi, e nell’operare i più efficaci. Ma le tue pari, implicate continuamente in loro stesse, e come soverchiate dalla grandezza delle proprie facoltà, e quindi impotenti di se medesime, soggiaciono il più tempo all’irresoluzione, così deliberando come operando: la quale è uno dei maggiori travagli che affliggano la vita umana. Aggiungi che, mentre per l’eccellenza delle tue disposizioni trapasserai facilmente e in poco tempo quasi tutte le altre della tua specie nelle conoscenze più gravi, e nelle discipline anco difficilissime, nondimeno ti riuscirà sempre impossibile o sommamente malagevole di apprendere o di porre in pratica moltissime cose menome in sé, ma necessarissime al conversare cogli altri uomini; le quali vedrai nello stesso tempo esercitare perfettamente ed apprendere senza fatica da mille ingegni, non solo inferiori a te, ma spregevoli in ogni modo.

14)             In un’altra delle Operette morali, Detti memorabili di Filippo Ottonieri, viene attribuita al suddetto personaggio l’idea che esista una categoria di persone, a cui va la stima generale, “atte ai negozi pubblici e privati; a partecipare con diletto nel commercio gentile degli uomini, e riuscire scambievolmente grate a quelli coi quali si abbattono a convivere”; e che invece ne esista un’altra con  le seguenti caratteristiche:

gli uomini di questa seconda specie, non essendo di volontà punto alieni dal conversare cogli altri, desiderando in molte e diverse cose di rendersi conformi o simili a quelli del primo genere, dolendosi nel proprio cuore della disistima in cui si veggono essere, e di parere da meno di uomini smisuratamente inferiori a sé d'ingegno e d'animo; non vengono a capo, non ostante qualunque cura e diligenza vi pongano, di addestrarsi all'uso pratico della vita, né di rendersi nella conversazione tollerabili a se, non che altrui.

15)             Infine, ecco alcune riflessioni rintracciabili nello Zibaldone, in cui sono ribadite le stesse idee:

È cosa evidente e osservata tuttogiorno, che gli uomini di maggior talento, sono i più difficili a risolversi tanto al credere, quanto all'operare; i più incerti, i più barcollanti, e temporeggianti, i più tormentati da quell'eccessiva pena dell'irresoluzione: i più inclinati e soliti a lasciar le cose come stanno; i più tardi, restii, difficili a mutar nulla del presente, malgrado l'utilità o necessità conosciuta. E quanto è maggiore l'abito di riflettere, e la profondità dell'indole, tanto è maggiore la difficoltà e l'angustia di risolvere. (21. Gen. 1821.).

l'abito della prudenza nel deliberare esclude ordinariamente la facilità e prontezza del risolvere, ed anche la fermezza nell'operare. Di qui è che gli uomini d'ingegno grande ed esercitato sono per lo più, anzi quasi sempre prigionieri, per così dire, dell'irresolutezza, difficili a risolvere, timidi, sospesi, incerti, delicati, deboli nell'eseguire. Altrimenti essi dominerebbero il mondo, il quale, perché la risolutezza per se può sempre più che la prudenza sola, fu ed è e sarà sempre in balia degli uomini mediocri. (26. Luglio, dì di S. Anna. 1823.).

16)             Dunque Leopardi associa l’inettitudine ad intelligenza, immaginazione, sensibilità; e parla proprio dell’inettitudine nei due aspetti che abbiamo sottolineato, ovvero come incapacità di prendere decisioni e come goffaggine nella vita pratica. Si tratta ora di vedere se questa associazione è vera anche per Svevo, cioè se è vero che l’inetto è portatore di un’intelligenza critica, laddove gli “atti a vivere” sono i mediocri che non comprendono la complessità del reale.


La figura dell'inetto nella letteratura fra Ottocento e Novecento (V parte)


La coscienza di Zeno: struttura narrativa

1)   Vediamo ora il terzo romanzo, La coscienza di Zeno. Si tratta di una struttura narrativa nuova, sostanzialmente per due ragioni. Anzitutto, a differenza dei primi due romanzi, è narrato in prima persona. Infatti il romanzo, ce lo dice il narratore stesso, non è altro che la stesura delle proprie memorie, dei ricordi del proprio passato, una rievocazione della propria vita, che il protagonista avrebbe redatto su consiglio dello psicanalista. Zeno infatti dichiara di essere malato, la sua malattia è l’inettitudine: il lettore, che conosce i suoi due “fratelli carnali”, Alfonso ed Emilio (è Svevo stesso che li chiama così nel Profilo autobiografico), se ne rende conto, ma lui crede che si tratti di una debolezza di carattere dovuta al vizio del fumo; ad ogni buon conto, si affida alla psicanalisi, una terapia decisamente nuova per quei tempi (Svevo è uno dei primi, se non il primo, a utilizzare in letteratura le rivoluzionarie idee di Freud circa il funzionamento della mente umana, circa il fatto che le nostre azioni, i nostri comportamenti sono spesso determinati da una parte nascosta della nostra coscienza, dal  cosiddetto “inconscio”).

2)   La seconda novità riguarda la struttura cronologica della narrazione. Gli avvenimenti non sono narrati seguendo una linea temporale continua, gli avvenimenti cioè non si succedono secondo una cronologia naturale, per cui, di capitolo in capitolo, c’è un prima e c’è un dopo secondo lo scorrere naturale del tempo, come succede nei romanzi tradizionali (pensiamo ai Promessi sposi: la vicenda è narrata seguendo lo scorrere naturale del tempo, dal matrimonio impedito all’inizio al matrimonio che si compie alla fine). La coscienza di Zeno invece, proprio perché si basa sull’idea di mettere a fuoco, da parte del protagonista, dei momenti significativi della propria vita, rompe questo schema, nella narrazione si mescolano passato, presente e futuro, è in atto il cosiddetto “tempo misto”. Basta vedere l’indice per capire che non c’è una linearità temporale: si tratta di sei capitoli a se stanti (Il fumo, La morte di mio padre, La storia del mio matrimonio, La moglie e l’amante, Storia di un’associazione commerciale, Psico-analisi), in cui i tempi, appunto, si intersecano: ad esempio nel primo capitolo, Il fumo, Zeno racconta del suo vizio, da cui invano cerca di liberarsi, da ragazzo fino al suo presente, quindi nella narrazione è presente anche la moglie, ma di costei, di come l’ha conosciuta e del perché si sono sposati, sapremo in un capitolo successivo, La storia del mio matrimonio. 

La coscienza di Zeno: la prefazione

3)   Abbiamo detto che il tipico comportamento dell’inetto sveviano è quello di mentire: mentire agli altri e mentire a se stesso, cioè auto-ingannarsi, cercare alibi alla propria inettitudine. Ma se in Senilità era il narratore che smascherava le menzogne del protagonista, ciò non sarà possibile ne La coscienza, perché il narratore è il protagonista stesso. Dunque toccherà al lettore distinguere le verità e le menzogne, che sono sapientemente mescolate, come ci avverte il dottor S.[1] nella prefazione (è lo psicanalista che ha avuto in cura Zeno e che gli ha consigliato di scrivere le sue memorie come “preludio alla psicanalisi”; ora il dottore pubblica quelle memorie “per vendetta” – lo dice lui stesso – perché Zeno sul più bello si è sottratto alla cura):

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico–analisi s’intende,  sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.

Di psico–analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico–analisi arricceranno il naso a tanta novità (allude al fatto che il malato non può analizzare da solo i propri ricordi, perché continuerebbe a “rimuovere”, a nascondere, ciò che non vuole ammettere; ci vuole la presenza dello psicanalista). Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico–analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.

Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!...

DOTTOR S.

4)   Questa prefazione ci colpisce subito perché il dottore – che parla di truffa, di vendetta, di lauti onorari – ci pare inattendibile, professionalmente non credibile. Insomma ci pare vittima della stessa sfiducia, anzi disprezzo, che Zeno manifesta nei confronti dei dottori. Ma questa prefazione non l’ha scritta Zeno, bensì l’autore. Dunque ci si pone il problema della distanza (dello scarto) fra autore e narratore, fra Svevo e Zeno. In altre parole, qual è il punto di vista dell’autore rispetto a quello del narratore? Non è possibile capirlo, talché il romanzo sembra essere autobiografico (malgrado quel che dice Svevo stesso in una lettera a Montale; ma Svevo ha vissuto un problema del fumo come quello di Zeno, Svevo ha espresso la stessa sfiducia di Zeno nei confronti della psicanalisi, ecc.). A questo proposito, mi pare che si possa addurre un argomento decisivo: la prefazione del dottor S. (che, in quanto pre-testo, è precedente ed esterna rispetto alla narrazione di Zeno, dunque attribuibile esclusivamente all’autore) tradisce, inaspettatamente, lo stesso punto di vista di Zeno, di decisa antipatia, nei confronti dei medici. Il dottor S. è uno dei tanti medici messi alla berlina nel romanzo, ma che si ridicolizzi da solo (la pubblicazione fatta “per vendetta”, i “lauti onorari” che si prefigge di ottenere) è incredibile: l’autore si è tradito (è lui che ha inventato la finzione della prefazione), quell’antipatia è la sua, e dunque lui, almeno in questo, si identifica con Zeno. E in questa ambiguità (dove finisce l’autobiografia di Svevo e comincia l’invenzione letteraria?) risiede molto del fascino del romanzo, perché il lettore si sente sollecitato a decifrare non tanto le menzogne del narratore Zeno, quanto quelle dell’autore Svevo (come se ci fossero cose che l’autore vuole nascondere anche a se stesso: vedi con che insistenza, e buone argomentazioni, si difende dalla colpa, presunta, di aver voluto la morte del padre).

La coscienza di Zeno: il vizio del fumo

5)   Dunque Zeno, su consiglio del medico, si mette a trascrivere le sue memorie e le suddivide per capitoli. Il primo riguarda il vizio del fumo, vizio che risale a quando Zeno era bambino e rubava i soldi e i mezzi sigari al padre, e vizio da cui cerca invano di liberarsi. Famose le pagine in cui ci racconta che associava tutte le date importanti ad una “ultima sigaretta”, che non era mai l’ultima; ma anche le pagine in cui, da adulto e già sposato, si fa ricoverare in clinica. Di grande comicità è la vicenda della seduzione di Giovanna, l’infermiera che dovrebbe fargli da guardiana: non solo la ubriaca con del cognac, ma la convince che, se fuma una decina di sigarette, diventa incontenibile con le donne; quindi Giovanna si ritira nella sua stanza, lasciandogli la porta aperta e un pacchetto con dieci sigarette; naturalmente Zeno ne approfitterà per fuggire (non resiste alla cura della reclusione, ma anche vuole accertarsi che la moglie non lo stia tradendo con il dottore).

6)   Tornando al vizio del fumo, a ben guardare si tratta anche di altro, e cioè dell’alibi con cui Zeno può giustificare la sua incapacità di affrontare la vita (la sua inettitudine): pensa di essere inetto perché avvelenato dalla nicotina, e dunque, contro tutti i propositi, continua a fumare (altrimenti dovrebbe constatare di essere inetto a prescindere dalla nicotina). Del resto, che la verità sia questa, lo sospetta lui stesso:

Sul frontispizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato: «Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta! !».

Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono. M’ero arrabbiato col diritto canonico che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch’è la vita stessa benché ridotta in un matraccio (è un recipiente di vetro, una specie di ampolla, usato in laboratorio di chimica). Quell’ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo.

Per sfuggire alla catena delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge. Pur troppo! Fu un errore e fu anch’esso registrato da un’ultima sigaretta di cui trovo la data registrata su di un libro. Fu importante anche questa e mi rassegnavo di ritornare a quelle complicazioni del mio, del tuo e del suo coi migliori propositi, sciogliendo finalmente le catene del carbonio. M’ero dimostrato poco idoneo alla chimica anche per la mia deficienza di abilità manuale. Come avrei potuto averla quando continuavo a fumare come un turco?

Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. (intravede la verità: il vizio del fumo come alibi dell’inettitudine)

La coscienza di Zeno: la morte del padre

7)   Il capitolo intitolato La morte del padre è centrale, piscanaliticamente, non solo perché si narra del terribile trauma che Zeno patisce in occasione, appunto, della morte del padre e del conseguente sentimento di colpa che il figlio si porta dietro per tutta la vita; ma anche per la narrazione del rapporto conflittuale, della incomprensione fra il padre e il figlio, incomprensione che si manifesta in varie occasioni, particolarmente in quella della cena la sera precedente l’entrata in coma. La morte chiude definitivamente la possibilità di sanare quella incomprensione, quella mancanza di comunicazione. Il padre vorrebbe il figlio forte e sicuro, costui si rivela invece debole e insicuro (inetto, lo dimostrano i continui cambiamenti di facoltà universitaria); pensa che il figlio sia “pazzo”, perché non sa prendere sul serio le cose concrete della vita, e costui, con poca serietà, gli porta un certificato medico di sanità mentale; il padre ha pensieri sulla morte e sul dopo, chiede un parere al figlio, e questi gli paragona la morte al piacere sessuale (ovviamente causando l’irritazione del padre); il padre, infine, pensa al conforto della religione, e cerca l’appoggio del figlio, ma questi gli dice che per lui la religione è solo un oggetto di studio. La sera che precede la catastrofe, il padre vorrebbe dire al figlio una parola decisiva, ma quella parola non gli viene e non gli verrà mai più (un’ultima parola non detta! Come ad Amalia ed Angiolina da parte di Emilio): resta dunque un non detto fra di loro, un fallimento di comunicazione. E’ questa la vera colpa che Zeno sente, e la volontà di espiarla si rivela alla fine, laddove ammette di essere tornato alla religione (intesa come pratica interiore e non pubblica), di far pregare per il padre e di pregare anche lui qualche volta (adesso, ma è troppo tardi, potrebbe intendersi con il padre).

8)   Il senso di colpa di Zeno ha il suo culmine nell’episodio della morte del padre. Zeno si sente colpevole, nel suo subconscio, di aver desiderato la morte del padre, anche se, al livello conscio della memoria e della scrittura difende ostinatamente la propria assoluta innocenza e buona fede. Ma l’interpretazione psicanalitica non lascia dubbi, anche se Zeno si rifiuta di accettarla e nell’ultimo capitolo ironizza sul dottore che gliela propone: si tratta di un complesso di Edipo non risolto, quello per cui, secondo Freud, ogni bambino è innamorato della madre e desidera la morte del padre. Zeno rifiuta tale teoria, ma nel suo subconscio il senso di colpa persiste, anche ora che è vecchio, vista l’insistenza puntigliosa con cui nella narrazione protesta la propria innocenza, si affanna a giustificare ogni suo comportamento e visto l’odio che conserva nei confronti dei dottori, un odio che sembra essere stato originato dal dottor Coprosich[2] – il medico che è intervenuto quando il padre è entrato in coma, e che lo ha rimproverato sia di avere trascurato il padre, sia, soprattutto, di non volerne il prolungamento della vita.



Andammo al letto dell’ammalato. Con l’aiuto dell’infermiere egli girò e rigirò quel povero corpo inerte per un tempo che a me parve lunghissimo. Lo ascoltò e lo esplorò. Tentò di farsi aiutare dal paziente stesso, ma invano.

– Basta! – disse ad un certo punto. Mi si avvicinò con gli occhiali in mano guardando il pavimento e, con un sospiro, mi disse:

– Abbiate coraggio! È un caso gravissimo. Andammo alla mia stanza ove egli si lavò anche la faccia.

Era perciò senza occhiali e quando l’alzò per asciugarla, la sua testa bagnata sembrava la testina strana di un amuleto fatta da mani inesperte. Ricordò di averci visti alcuni mesi prima ed espresse meraviglia perché non fossimo più ritornati da lui. Anzi aveva creduto che lo avessimo abbandonato per altro medico; egli allora aveva ben chiaramente dichiarato che mio padre abbisognava di cure. Quando rimproverava, così senz’occhiali, era terribile. Aveva alzata la voce e voleva spiegazioni. I suoi occhi le cercavano dappertutto.

Certo egli aveva ragione ed io meritavo dei rimproveri (primo rimorso). Debbo dire qui, che sono sicuro che non è per quelle parole che io odio il dottor Coprosich. Mi scusai raccontandogli dell’avversione di mio padre per medici e medicine; parlavo piangendo e il dottore, con bontà generosa, cercò di quietarmi dicendomi che se anche fossimo ricorsi a lui prima, la sua scienza avrebbe potuto tutt’al più ritardare la catastrofe cui assistevamo ora, ma non impedirla.

Però, come continuò a indagare sui precedenti della malattia, ebbe nuovi argomenti di rimprovero per me. Egli voleva sapere se mio padre in quegli ultimi mesi si fosse lagnato delle sue condizioni di salute, del suo appetito e del suo sonno. Non seppi dirgli nulla di preciso; neppure se mio padre avesse mangiato molto o poco a quel tavolo a cui sedevamo giornalmente insieme. L’evidenza della mia colpa m’atterrò (secondo rimorso), ma il dottore non insistette affatto nelle domande. Apprese da me che Maria lo vedeva sempre moribondo e ch’io perciò la deridevo.

Egli stava pulendosi le orecchie, guardando in alto.

– Fra un paio d’ore probabilmente ricupererà la coscienza almeno in parte, – disse.

– C’è qualche speranza dunque? – esclamai io.

– Nessunissima! – rispose seccamente. – Però le mignatte non sbagliano mai in questo caso. Ricupererà di sicuro un po’ della sua coscienza, forse per impazzire.

Alzò le spalle e rimise a posto l’asciugamano. Quell’alzata di spalle significava proprio un disdegno per l’opera propria e m’incoraggiò a parlare. Ero pieno di terrore all’idea che mio padre avesse potuto rimettersi dal suo torpore per vedersi morire, ma senza quell’alzata di spalle non avrei avuto il coraggio di dirlo.

– Dottore! – supplicai. – Non le pare sia una cattiva azione di farlo ritornare in sé?

Scoppiai in pianto. La voglia di piangere l’avevo sempre nei miei nervi scossi, ma mi vi abbandonavo senza resistenza per far vedere le mie lagrime e farmi perdonare dal dottore il giudizio che avevo osato di dare sull’opera sua.

Con grande bontà egli mi disse:

– Via, si calmi. La coscienza dell’infermo non sarà mai tanto chiara da fargli comprendere il suo stato. Egli non è un medico. Basterà non dirgli ch’è moribondo, ed egli non lo saprà. Ci può invece toccare di peggio: potrebbe cioè impazzire. Ho però portata con me la camicia di forza e l’infermiere resterà qui.

Più spaventato che mai, lo supplicai di non applicargli le mignatte. Egli allora con tutta calma mi raccontò che l’infermiere gliele aveva sicuramente già applicate perché egli ne aveva dato l’ordine prima di lasciare la stanza di mio padre. Allora m’arrabbiai. Poteva esserci un’azione più malvagia di quella di richiamare in sé un ammalato, senz’avere la minima speranza di salvarlo e solo per esporlo alla disperazione, o al rischio di dover sopportare – con quell’affanno! – la camicia di forza? Con tutta violenza, ma sempre accompagnando le mie parole di quel pianto che domandava indulgenza, dichiarai che mi pareva una crudeltà inaudita di non lasciar morire in pace chi era definitivamente condannato.

Io odio quell’uomo perché egli allora s’arrabbiò con me. È ciò ch’io non seppi mai perdonargli. Egli s’agitò tanto che dimenticò d’inforcare gli occhiali e tuttavia scoperse esattamente il punto ove si trovava la mia testa per fissarla con i suoi occhi terribili. Mi disse che gli pareva io volessi recidere anche quel tenue filo di speranza che vi era ancora (terzo rimorso). Me lo disse proprio così, crudamente.

Ci si avviava a un conflitto. Piangendo e urlando obbiettai che pochi istanti prima egli stesso aveva esclusa qualunque speranza di salvezza per l’ammalato. La casa mia e chi vi abitava non dovevano servire ad esperimenti per i quali c’erano altri posti a questo mondo!

Con grande severità e una calma che la rendeva quasi minacciosa, egli rispose:

– Io le spiegai quale era lo stato della scienza in quell’istante. Ma chi può dire quello che può avvenire fra mezz’ora o fino a domani? Tenendo in vita suo padre io ho lasciata aperta la via a tutte le possibilità.

Si mise allora gli occhiali e, col suo aspetto d’impiegato pedantesco, aggiunse ancora delle spiegazioni che non finivano più, sull’importanza che poteva avere l’intervento del medico nel destino economico di una famiglia. Mezz’ora in più di respiro poteva decidere del destino di un patrimonio.

Piangevo oramai anche perché compassionavo me stesso per dover star a sentire tali cose in simile momento. Ero esausto e cessai dal discutere. Tanto le mignatte erano già state applicate!

Il medico è una potenza quando si trova al letto di un ammalato ed io al dottor Coprosich usai ogni riguardo. Dev’essere stato per tale riguardo ch’io non osai di proporre un consulto, cosa che mi rimproverai per lunghi anni (quarto rimorso). Ora anche quel rimorso è morto insieme a tutti i miei altri sentimenti di cui parlo qui con la freddezza con cui racconterei di avvenimenti toccati ad un estraneo (non è vero, vista la passione con cui ci ha appena raccontato l’episodio e visto il sogno che racconta subito dopo). Nel mio cuore, di quei giorni, non v’è altro residuo che l’antipatia per quel medico che tuttavia si ostina a vivere.

(…) La notte scorsa, dopo di aver passata parte della giornata di ieri a raccogliere questi miei ricordi, ebbi un sogno vivissimo che mi riportò con un salto enorme, attraverso il tempo, a quei giorni. Mi rivedevo col dottore nella stessa stanza ove avevamo discusso di mignatte e camicie di forza, in quella stanza che ora ha tutt’altro aspetto perché è la stanza da letto mia e di moglie. Io insegnavo al dottore il modo di curare e guarire mio padre, mentre lui (non vecchio e cadente com’è ora, ma vigoroso e nervoso com’era allora) con ira, gli occhiali in mano e gli occhi disorientati, urlava che non valeva la pena di fare tante cose. Diceva proprio così: «Le mignatte lo richiamerebbero alla vita e al dolore e non bisogna applicargliele!». Io invece battevo il pugno su un libro di medicina ed urlavo: «Le mignatte! Voglio le mignatte! Ed anche la camicia di forza!» (il rimorso persiste ancora, nel tempo presente del narratore).

(…) Fu allora che avvenne la scena terribile che non dimenticherò mai e che gettò lontano lontano la sua ombra, che offuscò ogni mio coraggio, ogni mia gioia. Per dimenticarne il dolore, fu d’uopo che ogni mio sentimento fosse affievolito dagli anni.

L’infermiere mi disse:

– Come sarebbe bene se riuscissimo di tenerlo a letto. Il dottore vi dà tanta importanza!

Fino a quel momento io ero rimasto adagiato sul sofà. Mi levai e andai al letto ove, in quel momento, ansante più che mai, l’ammalato s’era coricato. Ero deciso: avrei costretto mio padre di restare almeno per mezz’ora nel riposo voluto dal medico. Non era questo il mio dovere?

Subito mio padre tentò di ribaltarsi verso la sponda del letto per sottrarsi alla mia pressione e levarsi. Con mano vigorosa poggiata sulla sua spalla, gliel’impedii mentre a voce alta e imperiosa gli comandavo di non moversi. Per un breve istante, terrorizzato, egli obbedì. Poi esclamò:

– Muoio!

E si rizzò. A mia volta, subito spaventato dal suo grido, rallentai la pressione della mia mano. Perciò egli potè sedere sulla sponda del letto proprio di faccia a me. Io penso che allora la sua ira fu aumentata al trovarsi – sebbene per un momento solo – impedito nei movimenti e gli parve certo ch’io gli togliessi anche l’aria di cui aveva tanto bisogno, come gli toglievo la luce stando in piedi contro di lui seduto. Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto!

Non lo sapevo morto, ma mi si contrasse il cuore dal dolore della punizione ch’egli, moribondo, aveva voluto darmi. Con l’aiuto di Carlo lo sollevai e lo riposi in letto. Piangendo, proprio come un bambino punito, gli gridai nell’orecchio:

– Non è colpa mia! Fu quel maledetto dottore che voleva obbligarti di star sdraiato!

Era una bugia (il dottore aveva consigliato, non obbligato). Poi, ancora come un bambino, aggiunsi la promessa di non farlo più:

– Ti lascerò movere come vorrai.

L’infermiere disse:

– È morto.

Dovettero allontanarmi a viva forza da quella stanza. Egli era morto ed io non potevo più provargli la mia innocenza!

Nella solitudine tentai di riavermi. Ragionavo: era escluso che mio padre, ch’era sempre fuori di sensi, avesse potuto risolvere di punirmi e dirigere la sua mano con tanta esattezza da colpire la mia guancia.

Come sarebbe stato possibile di avere la certezza che il mio ragionamento era giusto? Pensai persino di dirigermi a Coprosich. Egli, quale medico, avrebbe potuto dirmi qualche cosa sulle capacità di risolvere e agire di un moribondo. Potevo anche essere stato vittima di un atto provocato da un tentativo di facilitarsi la respirazione! Ma col dottor Coprosich non parlai. Era impossibile di andar a rivelare a lui come mio padre si fosse congedato da me. A lui, che m’aveva già accusato di aver mancato di affetto per mio padre!

Fu un ulteriore grave colpo per me quando sentii che Carlo, l’infermiere, in cucina, di sera, raccontava a Maria: – Il padre alzò alto alto la mano e con l’ultimo suo atto picchiò il figliuolo. – Egli lo sapeva e perciò Coprosich l’avrebbe risaputo.

Quando mi recai nella stanza mortuaria, trovai che avevano vestito il cadavere. L’infermiere doveva anche avergli ravviata la bella, bianca chioma. La morte aveva già irrigidito quel corpo che giaceva superbo e minaccioso. Le sue mani grandi, potenti, ben formate, erano livide, ma giacevano con tanta naturalezza che parevano pronte ad afferrare e punire (aggettivi e verbi che delineano una figura terrificante, che minaccia e punisce il figlio colpevole). Non volli, non seppi più rivederlo.

Poi, al funerale, riuscii a ricordare mio padre debole e buono come l’avevo sempre conosciuto dopo la mia infanzia e mi convinsi che quello schiaffo che m’era stato inflitto da lui moribondo, non era stato da lui voluto (per sentirsi innocente ha bisogno di rimuovere l’immagine punitiva del padre, quindi se lo raffigura nel ricordo “debole e buono”). Divenni buono, buono (dunque, riconosce di non essere stato buono precedentemente, ma ostile e aggressivo) e il ricordo di mio padre s’accompagnò a me, divenendo sempre più dolce. Fu come un sogno delizioso: eravamo oramai perfettamente d’accordo, io divenuto il più debole e lui il più forte (si adatta al ruolo infantile della debolezza nei confronti del padre).

La coscienza di Zeno: il matrimonio

9)   L’idea del matrimonio è associata all’idea di un rinnovamento, di una svolta, quindi di una guarigione. Di fatto, non è altro che un modo per diventare figlio di colui che Zeno ha scelto come nuovo padre, cioè Giovanni Malfenti, commerciante di poca cultura ma di grande determinazione, della specie dei lottatori, della specie insomma che Svevo ammira e a cui vorrebbe appartenere. Ma in maniera contraddittoria, perché il vecchio Malfenti è anche il solito rivale dell’inetto, invidiato e odiato, il rivale che deride l’inetto con argomenti simili a quelli usati da Macario in Una vita (“Conosce i classici a mente. Sa chi ha detto questo e chi ha detto quello. Non sa però leggere un giornale!”). Nell’ultimo capitolo ci verrà detto che lo stesso psicanalista ha visto nel vecchio Malfenti un secondo padre per Zeno, talché quest’ultimo ha cercato di “sfregiarne” la casa (cercando di sedurne le figlie e tradendo la figlia sposata).

10)   La fanciulla scelta per il matrimonio, Ada, non è solo quella ritenuta più bella fra le figlie di Malfenti, ma anche quella che sembra somigliare di più al padre. Questo è il punto di partenza, ma il desiderio di avere Ada diventa sempre più forte man mano che Zeno si accorge che la ragazza non ne vuol sapere di lui (se ne accorge, anche se mette in atto una serie di autoinganni per nasconderselo, dilaziona continuamente il proposito di dichiararsi, perché ha paura della verità). Del resto in quel salotto tutti si accorgono della sua inettitudine (le gaffes sono continue, anche se solo la piccola Anna ha il coraggio innocente di dargli ripetutamente del pazzo), e la mamma Malfenti ne approfitta per indurlo a chiedere la mano della maggiore, e più brutta, delle figlie, Augusta, proprio quella che Zeno aveva escluso di poter scegliere sin dal primo incontro. E così succederà quando Zeno (prima addolorato perché invitato dalla madre a frequentare di meno il salotto Malfenti, in quanto sta “compromettendo” Augusta, poi umiliato da Guido Speier che in quel salotto miete successi di simpatia, soprattutto in quanto abilissimo a suonare il violino, ed è chiaramente prediletto da Ada: Guido è l’amico-rivale, l’“atto a vivere”, che può ricordare Stefano Balli di Senilità e Macario di Una vita) chiederà la mano di Ada; rifiutato, ci proverà con la diciassettenne Alberta; quindi, terrorizzato dall’idea di non poter più frequentare quel salotto, si butta su Augusta; costei, che pure sa del suo amore per Ada (Zeno le si era dichiarato al buio, pensando che fosse Ada, la sera in cui Guido aveva organizzato una seduta spiritica), accetta e la vicenda si conclude secondo quelli che erano, sin dall’inizio, i progetti della signora Malfenti.

11)   Ma Augusta, la donna non voluta, si rivela poi un’ottima moglie, la moglie “sana” che può finalmente mettere ordine nella vita di Zeno, laddove sarà fallimentare il matrimonio fra Guido e Ada. Ma sulla salute di Augusta, che Zeno contrappone alla propria malattia, ritorneremo, perché ci chiarisce la natura dell’inettitudine.

La coscienza di Zeno: l’adulterio

12)   L’adulterio è perseguito da Zeno secondo una logica simile a quella dell’ultima sigaretta. Carla gli piace, ma non la stima, la maltratta, ha sempre il sospetto che lo faccia per denaro (anche se, con uno dei tipici giudizi dati a posteriori dal narratore, riconosce che la ragazza era fondamentalmente onesta e sincera con lui). Vive il rapporto con grandi sensi di colpa, sempre, dall’inizio alla fine, ha in mente il proposito di chiudere e in tasca la busta con i soldi per liquidarla. Ma ogni volta si vuole godere il piacere dell’ultimo amplesso (cosiccome si gode il piacere dell’ultima sigaretta; analogamente, in un certo giorno, ha scritto sul vocabolario alla lettera C “ultimo tradimento”), dopo di che sente la repulsione e il pentimento, ciò che gli consente di ritornare a casa sereno, rigenerato dal proposito di essere un marito fedele. Ma il giorno dopo siamo daccapo, al punto che, quando è proprio Carla a chiudere il rapporto (commossa alla vista della bella e triste moglie di Zeno, che peraltro le ha indicato Ada e non Augusta, decide di accettare la proposta di matrimonio del maestro di canto), Zeno si ostina a volere un ultimo incontro, che, ovviamente, non sarebbe mai l’ultimo.

La coscienza di Zeno: l’associazione commerciale

13)   E’ il capitolo della rivincita. L’associazione commerciale con Guido si rivela fallimentare, Guido fa delle operazioni sbagliate e addirittura, nel tentativo di commuovere la moglie Ada per farsi prestare la somma perduta giocando in borsa, inscena un finto suicidio. Senonché il finto suicidio, per il ritardo nell’arrivo del medico, diventa vero. Zeno si affanna a spiegare, in tutte le occasioni in cui il suo comportamento poteva sembrare colpevole, che lui ha sempre voluto bene a Guido e che lo ha sempre consigliato per il meglio. Anzitutto fa notare che lui non aveva responsabilità nell’azienda, aiutava Guido come contabile per puro affetto, senza compenso, dunque tutti gli errori furono colpa esclusiva di Guido. Poi, in occasione del disastroso acquisto di sessanta tonnellate di solfato di rame, dice di essere stato assente dall’ufficio e quindi di non avere visto la lettera con cui gli inglesi concedevano la possibilità di revocare l’ordine. Quando Guido comincia a giocare in borsa, lui era l’unico a sconsigliarlo. E quando si arriva alla catastrofe della perdita in borsa, è lui che mette a disposizione di Guido un quarto della somma.

14)   Ma tutte queste giustificazioni non richieste, fanno supporre una sua cattiva coscienza, un suo contributo alla rovina e alla morte di Guido (del resto aveva ben capito – ma non aveva detto niente – che Guido avrebbe inscenato un finto suicidio, perché gli aveva chiesto informazioni sui tempi entro cui il veronal avrebbe avuto effetto mortale). Ed è quello che pensa anche Ada, che lo smaschera quando Zeno la va a trovare dopo la mancata partecipazione al funerale di Guido (ha seguito un funerale sbagliato: si tratta di quello che Freud chiama un “atto mancato”, un lapsus di comportamento, che sembra un errore involontario, in realtà rivela una reale intenzione dettata dall’inconscio): “Tu non gli hai mai voluto bene”, gli dice con durezza, quando lui si aspetterebbe complimenti e ringraziamenti, perché, giocando in borsa, ha ridotto di tre quarti la perdita di Guido. Del resto, Zeno continua anche a negare di provare ancora amore per Ada, che, malatasi del morbo di Basedow, ha perso la sua bellezza; ma continua a cercare i suoi elogi, vuole apparire ai suoi occhi migliore di Guido, anzi, tutto quello che fa ha questo fine (fine, peraltro, apparentemente raggiunto: “sei il migliore uomo della famiglia”, gli dice Ada quando gli chiede di vigilare su Guido, dopo il primo tentativo di suicidio).  

La Coscienza di Zeno: l’apparente rivincita dell’inetto 

15)   Tornando al rapporto con Guido, certo è che l’inetto ha qui la sua rivincita, visto che sia nella vita privata, dei rapporti famigliari, che in quella lavorativa, degli affari, è il rivale a soccombere. Ma come per la scelta di Augusta (che, non voluta da Zeno, si rivela poi un’ottima moglie), così per il successo commerciale si può dire che non è lui che determina la realtà, ma è la realtà che gira a suo favore. Gioca in borsa (contrariamente a quello che suggeriva a Guido) e vince, ma non per particolare accortezza, ma perché segue i consigli del Nilini (proprio quello che aveva indicato come il cattivo consigliere di Guido) e ha fortuna. Ma infine, che Guido non fosse del tutto un incapace e che Zeno ci abbia nascosto qualcosa, lo si capisce nel capitolo successivo, quando ci viene detto che il dottore ha scoperto che esisteva un “grandioso deposito di legnami” di proprietà di Guido. Dunque c’era un magazzino (sulla cui assenza Zeno aveva ironizzato) e c’erano degli acquisti ben fatti (risibile il modo in cui Zeno giustifica il suo silenzio: chi deve scrivere in italiano, avendo più familiarità con il dialetto, è portato a trascurare episodi che richiedono conoscenza di terminologie specifiche: nella fattispecie, dei diversi tipi di legname).





[1] Non sappiamo se corrisponda a un personaggio reale. Per qualcuno sarebbe Freud (Sigmund) o un suo collaboratore (Steikel) conosciuto da Svevo, per altri lo stesso Svevo (Schmitz)
[2] Sbeffeggiato già nel nome: dovrebbe lavarsi ben altro che il viso e le mani, diceva Joyce