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sabato 31 ottobre 2015

Virgilio: l'elogio della vita campestre

dalle Georgiche (II, 458-535)

O fortunatos nimium, sua si bona norint,
agricolas! quibus ipsa procul discordibus armis
fundit humo facilem victum iustissima tellus.              
Si non ingentem foribus domus alta superbis
mane salutantum totis vomit aedibus undam,
nec varios inhiant pulchra testudine postis
inlusasque auro vestis Ephyreiaque aera,
alba neque Assyrio fucatur lana veneno,              
nec casia liquidi corrumpitur usus olivi;
at secura quies et nescia fallere vita,
dives opum variarum, at latis otia fundis,
speluncae vivique lacus, at frigida tempe
mugitusque boum mollesque sub arbore somni              
non absunt; illic saltus ac lustra ferarum
et patiens operum exiguoque adsueta iuventus,
sacra deum sanctique patres; extrema per illos
Iustitia excedens terris vestigia fecit.
     Me vero primum dulces ante omnia Musae,              
quarum sacra fero ingenti percussus amore,
accipiant caelique vias et sidera monstrent,
defectus solis varios lunaeque labores;
unde tremor terris, qua vi maria alta tumescant
obicibus ruptis rursusque in se ipsa residant,              
quid tantum Oceano properent se tingere soles
hiberni, vel quae tardis mora noctibus obstet.
Sin has ne possim naturae accedere partis
frigidus obstiterit circum praecordia sanguis,
rura mihi et rigui placeant in vallibus amnes,              
flumina amem silvasque inglorius. O ubi campi
Spercheosque et virginibus bacchata Lacaenis
Taygeta! O qui me gelidis convallibus Haemi
sistat, et ingenti ramorum protegat umbra!
Felix qui potuit rerum cognoscere causas              
atque metus omnis et inexorabile fatum
subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari:
fortunatus et ille deos qui novit agrestis
Panaque Silvanumque senem Nymphasque sorores.
illum non populi fasces, non purpura regum              
flexit et infidos agitans discordia fratres,
aut coniurato descendens Dacus ab Histro,
non res Romanae perituraque regna; neque ille
aut doluit miserans inopem aut invidit habenti.
Quos rami fructus, quos ipsa volentia rura              
sponte tulere sua, carpsit, nec ferrea iura
insanumque forum aut populi tabularia vidit.
Sollicitant alii remis freta caeca, ruuntque
in ferrum, penetrant aulas et limina regum;
hic petit excidiis urbem miserosque penatis,              
ut gemma bibat et Sarrano dormiat ostro;
condit opes alius defossoque incubat auro;
hic stupet attonitus rostris, hunc plausus hiantem
per cuneos geminatus enim plebisque patrumque
corripuit; gaudent perfusi sanguine fratrum,              
exsilioque domos et dulcia limina mutant
atque alio patriam quaerunt sub sole iacentem.
Agricola incurvo terram dimovit aratro:
hic anni labor, hinc patriam parvosque nepotes
sustinet, hinc armenta boum meritosque iuvencos.              
nec requies, quin aut pomis exuberet annus
aut fetu pecorum aut Cerealis mergite culmi,
proventuque oneret sulcos atque horrea vincat.
Venit hiems: teritur Sicyonia baca trapetis,
glande sues laeti redeunt, dant arbuta silvae;              
et varios ponit fetus autumnus, et alte
mitis in apricis coquitur vindemia saxis.
Interea dulces pendent circum oscula nati,
casta pudicitiam servat domus, ubera vaccae
lactea demittunt, pinguesque in gramine laeto             
inter se adversis luctantur cornibus haedi.
Ipse dies agitat festos fususque per herbam,
ignis ubi in medio et socii cratera coronant,
te libans, Lenaee, vocat pecorisque magistris
velocis iaculi certamina ponit in ulmo,              
corporaque agresti nudant praedura palaestra.
Hanc olim veteres vitam coluere Sabini,
hanc Remus et frater; sic fortis Etruria crevit
scilicet et rerum facta est pulcherrima Roma,
septemque una sibi muro circumdedit arces


Traduzione

O agricoltori anche troppo fortunati se solo conoscessero i loro beni! Per loro spontaneamente, lontano dalla discordia delle armi, la terra giustissima offre dal suolo facile sostentamento. Se l'alto palazzo dalle superbe porte non versa uno stuolo immenso di salutatori mattutini da tutte le sue porte, se (gli agricoltori) non bramano a bocca aperta, battenti variamente intarsiati di bella tartaruga, vesti ricamate in oro e bronzi di Corinto, se la bianca lana non è colorata con la porpora assira e l'uso dell'olio limpido non è guastato dalla cannella, ma invece non mancano una pace sicura e una vita che non conosce inganni, ricca di beni diversi, non mancano il riposo nei poderi, spelonche e laghi naturali e fresche vallate amene, e muggiti di buoi e molli sonni al riparo di un albero. Lì vi sono balze e tane di animali selvatici, una gioventù operosa e abituata al poco, non manca il culto per gli dei e la venerazione per i genitori: fra loro la Giustizia segnò le sue ultime impronte quando abbandonò la terra. Invero, in primo luogo, le Muse dolci più di tutto, di cui io porto le sacre insegne colpito d'amore immenso, mi accolgano mostrandomi le vie del cielo e le stelle, le eclissi diverse del sole e le fasi della luna, l'origine dei terremoti, quale forza rigonfi i mari profondi spezzando gli argini e poi tornando in se stessi, perché tanto si affrettino a bagnarsi nell'Oceano i soli invernali, o quale indugio pesi sulle notti lenti a trascorrere. Se invece il sangue, freddo intorno al mio cuore, impedirà che io possa avvicinarmi a questi aspetti della natura, piacciano a me le campagne e i fiumi che irrigano le vallate, possa io amare anche senza gloria le selve ed i corsi d'acqua. Oh, dove sono le pianure e lo Sperchèo e le cime del Taigeto percorse in riti bacchici dalle vergini spartane! Oh, chi mi porterà tra le gelidi valli dell'Emo e mi riparerà con l'enorme ombra dei rami! Felice chi ha potuto investigare le cause delle cose e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile, lo strepito dell'avido Acheronte. Fortunato anche colui che conosce gli dei agricoli, Pan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle. Quell'uomo non possono turbare i fasci popolari, né la porpora dei re né la discordia che inquieta i fratelli che si tradiscono o i Daci che calano dal Danubio una volta fatta un'alleanza, non le vicende di Roma e i regni condannati a morire; e quello non si duole avendo pietà per il povero né invidia il ricco. Coglie i frutti che i rami, i campi generosi spontaneamente producono e ignora le leggi severe, le insanie del foro, i pubblici archivi. Ma c'è chi tormenta coi remi mari ignoti e con le armi in pugno penetra nelle corti, nelle stanze dei re; fa strage nelle città e nelle povere case, per bere in una tazza preziosa, dormire sulla porpora di Tiro; o accumula ricchezze vegliando sull'oro sepolto; o si stupisce attonito davanti ai rostri, s'incanta rapito dall'applauso comune di popolo e patrizi che si leva a teatro; e chi cosparso di sangue fraterno si rallegra e muta la casa, la dolce terra con l'esilio cercando nuova patria sotto un altro sole. Curvo sull'aratro l'agricoltore smuove la terra: questa la sua fatica; e così nutre la casa, i figli, gli armenti di buoi, i giovenchi. Non vi è mai riposo: ogni giorno dell'anno trabocca di frutti, di nati del bestiame, di covoni di frumento e nei solchi si accumula il raccolto, al suo peso cedono i granai. Viene l'inverno: l'oliva si rompe nei frantoi, sazi di ghiande tornano i maiali, le selve si riempiono di bacche e l'autunno depone tutti i suoi frutti: al sole dolce matura l'uva sulle rocce. Pendono teneri i figli intorno ai baci e la casa conserva puro il suo pudore; seni gonfi di latte porgono le vacche e capretti robusti sull'erba folta lottano tra loro con le corna. Nei giorni di festa il contadino riposa e sdraiato sul prato intorno al fuoco, dove i compagni incoronano il cratere, alzando il bicchiere t'invoca, Leneo; pone ai pastori per la gara delle frecce il bersaglio su un olmo, e i corpi induriti si spogliano per una lotta rusticana. Questa vita condussero un tempo gli antichi Sabini e  Remo e il fratello, così crebbe forte l'Etruria e Roma divenne la più bella città del mondo, e sola circondò con un muro i suoi sette colli.

Virgilio: la fine dell'età dell'oro

dalle Georgiche (I, 118-146)
 
Nec tamen, haec cum sint hominumque boumque labores
versando terram experti, nihil improbus anser
Strymoniaeque grues et amaris intiba fibris             
officiunt aut umbra nocet. Pater ipse colendi
haud facilem esse viam voluit, primusque per artem
movit agros, curis acuens mortalia corda
nec torpere gravi passus sua regna veterno.
Ante Iovem nulli subigebant arva coloni:            
ne signare quidem aut partiri limite campum
fas erat; in medium quaerebant, ipsaque tellus
omnia liberius nullo poscente ferebat.
Ille malum virus serpentibus addidit atris
praedarique lupos iussit pontumque moveri,             
mellaque decussit foliis ignemque removit
et passim rivis currentia vina repressit,
ut varias usus meditando extunderet artis
paulatim, et sulcis frumenti quaereret herbam,
ut silicis venis abstrusum excuderet ignem.            
Tunc alnos primum fluvii sensere cavatas;
navita tum stellis numeros et nomina fecit
Pleiadas, Hyadas, claramque Lycaonis Arcton.
Tum laqueis captare feras et fallere visco
inventum et magnos canibus circumdare saltus;      
atque alius latum funda iam verberat amnem
alta petens, pelagoque alius trahit umida lina.
tum ferri rigor atque argutae lammina serrae
(nam primi cuneis scindebant fissile lignum),
tum variae venere artes.
Labor omnia vicit             
improbus et duris urgens in rebus egestas.
 
Traduzione
 
E tuttavia, nonostante la fatica di uomini e buoi nel voltare e rivoltare la terra, bastano a procurarle danno un'oca ingorda o le gru della Tracia, le radici amare della cicoria o (l'ingiuria del)l'ombra. Volle lo stesso padre degli dei che non fosse facile la via all'agricoltura e per primo impose di dissodare ad arte i campi, aguzzando con queste preoccupazioni l'ingegno dei mortali, per impedire che il suo regno intorpidisse in un letargo insopportabile. Prima di Giove non v'erano contadini che coltivassero la terra, né era lecito delimitare i campi tracciando confini: tutto era in comune e la terra, senza che le fosse richiesto, produceva spontaneamente e con generosità ogni cosa. Fu Giove che fornì alla malignità dei serpenti il veleno per nuocere, che indusse i lupi a vivere di preda, il mare ad agitarsi, che spogliò del miele le foglie, nascose il fuoco e seccò i ruscelli di vino che scorrevano ovunque, perché l'esperienza, con la riflessione, facesse nascere le diverse arti, ottenesse coi solchi gli steli del frumento e dalle vene della selce facesse sprizzare il fuoco nascosto. Allora per la prima volta chiglie d'ontano solcarono i fiumi; allora il navigante annoverò e nominò le stelle, le Pleiadi, le Íadi e l'Orsa di Licàone che risplende in cielo; allora si inventò il modo di catturare coi lacci la selvaggina, d'ingannarla col vischio e di accerchiare coi cani grandi radure. Ormai v'è chi frusta il fiume col giacchio, scandagliandone il fondale, e chi dal mare ritira gocciolanti le reti. Si affermarono allora la durezza del ferro, la lama stridula della sega (prima gli uomini spaccavano il legno fendendolo con cunei) e le diverse arti. La fatica ostinata e le necessità, che urgono in circostanze difficili, vinsero tutto.

venerdì 26 giugno 2015

Virgilio: la vita e l'opera


Virgilio

 

Fondamentale per la biografia è la Vita di Elio Donato (grammatico del IV sec. d. C.), che risale al De poetis di Svetonio (I-II sec. d. C.), perduto.

Nasce nel 70 a. C. ad Andes (oggi Pietole), presso Mantova da un padre figulus (vasaio), o da un bracciante che sarebbe poi divenuto proprietario terriero in seguito a un buon matrimonio. Certo è che la famiglia ebbe una discreta ricchezza, se Virgilio poté frequentare le migliori scuole (prima a Cremona e a Milano, poi retorica a Roma presso Epidio (1), quindi filosofia a Napoli (2), alla scuola dell’epicureo Sirone). Dopo Filippi (42 a. C.), per compensare i veterani, come si usava, i triumviri confiscarono terre nel cremonese e nel mantovano: anche Virgilio perse il suo podere, e non è chiaro se lo abbia riacquistato (vi si allude nelle Bucoliche I e IX). Nel 19 era andato in Grecia per raccogliere materiale utile per la revisione dell’Eneide, cui si stava dedicando da undici anni. Si ammalò nel viaggio di ritorno, morì a Brindisi e fu sepolto a Napoli. Lui stesso avrebbe dettato il seguente distico: “Mantua me genuit, Calabri rapuère, tenet nunc / Parthenope; cecini pascua, rura, duces”.

Fra il 42 e il 39 compone le Bucoliche (dal greco bukòlos, pastore), dette anche Ecloghe: si tratta di dieci carmi in esametri (quelli dispari in forma dialogica, quelli pari in forma narrativa) (3), in cui, imitando gli Idilli di Teocrito (4), viene rappresentata una campagna idealizzata (idilliaca, appunto), con i tratti convenzionali del locus amoenus (il prato, l’ombra degli alberi, il venticello, il ruscello, ecc.); i riferimenti geografici sono ora biografici (la pianura padana), ora letterari (la Sicilia del siracusano Teocrito, l’Arcadia mitica, patria di Pan e dei pastori); gli argomenti vanno dalle gare di canto fra pastori, al dolore per amori non corrisposti o (come nella I) per doversene andare dalle proprie terre, alla profezia di un mondo rigenerato (IV). La filosofia di fondo è quella epicurea (la serenità campestre è contrapposta ai turbamenti della città; anche se è vero che quella serenità è turbata dalle sofferenze d’amore, o dagli echi della politica e della guerra; talché la serenità non è mai piena, ma sempre pervasa da un alone di malinconia).

Alle Georgiche lavora dal 37 al 30. Si tratta di un poema epico-didascalico in quattro libri, in esametri. E’ dedicato a Mecenate, di cui, nel III libro, si dice di aver seguito gli haud mollia iussa (5). I quattro libri sono dedicati, nell’ordine, alla coltivazione dei cerali, alla coltura degli alberi e della vite, all’allevamento del bestiame, all’apicoltura (6). I precedenti sono da individuare prima di tutto in Esiodo (il poeta greco dell’VIII-VII sec., autore di un poema – Erga kai Emèrai, Le opere e i giorni – in cui, appunto, si danno ammaestramenti sui lavori dei campi in relazione ai diversi giorni dell’anno) (7); ma anche in poeti alessandrini come Arato di Soli (III sec., autore di un poema astronomico, Phainòmena, Fenomeni), ma anche in quel Varrone “Reatino” (116-27 a.C.) che proprio in quegli anni (nel 37 a.C.) aveva scritto un trattato sull’agricoltura, intitolato De re rustica (8). Né si può dimenticare il grande poema di Lucrezio, che Virgilio – pur senza nominarne l’autore – ha certamente in mente: nel finale del II libro si esalta la conoscenza scientifica e filosofica come alto ideale di vita (anche se il poeta riconosce che a lui è più congeniale cantare la purezza e la semplicità della vita in campagna); nel finale del III libro si introduce il cupo quadro della peste che colpì gli animali nel Norico (grosso modo, l’odierna Austria) e questo ci ricorda la rappresentazione della peste di Atene con cui si chiude il De rerum natura.

A differenza delle Bucoliche, la campagna è qui vista come luogo non dell’idillio ma del duro lavoro (la legge del lavoro, si dice subito nel I libro, fu imposta da Giove, dopo l’età dell’oro governata da Saturno, per stimolare col bisogno l’ingegnosità degli uomini); viene sottolineata la tensione agonistica fra l’uomo e la terra, tanto che si può riconoscere una presenza della filosofia stoica nell’idea che la fatica e la sofferenza facciano parte di un ordine cosmico provvidenziale e ne sia necessaria l’accettazione. D’altra parte – come si dice nel finale del II libro – la campagna compensa chi la lavora offrendo i suoi frutti e, soprattutto, quella sanità, fisica e morale, estranea alla vita turbolenta della città; quella stessa sanità che ha consentito a Roma, nei tempi antichi, di “divenire la più bella fra tutte le cose” (9).   

Memorabile il finale del IV libro, dove, per spiegare la cosiddetta “bugonìa”, si inserisce un vero e proprio epillio, ovvero la storia del pastore Aristeo sulla quale si innesta (secondo una tecnica ad incastro, tipicamente alessandrina, per cui un mito fa da cornice all’altro) la vicenda – tragica e bellissima – di Orfeo ed Euridice (10).

Lavora all’Eneide dal 30 al 19. Considerava l’opera incompiuta (ci sono infatti delle incongruenze e 58 versi incompiuti, dallo stesso chiamati tibicines, ovvero “puntelli”) tanto che in punto di morte aveva chiesto all’amico Vario (che si rifiutò di farlo) di bruciare il tutto. Nel proemio del III libro delle Georgiche aveva preannunciato un’opera celebrativa delle gesta del princeps, ma di fatto compone un poema epico in cui al centro c’è il mito di Enea che conduce i Troiani da Troia distrutta alle foci del Tevere, ed Augusto compare come punto di arrivo di un disegno provvidenziale (profetizzato da Giove a Venere nel I libro, da Anchise nel VI, nella descrizione dello scudo di Enea nell’VIII).

Il modello primo è evidentemente quello omerico: l’Odissea, per la prima metà (con il motivo dell’eroe che deve viaggiare prima di giungere alla meta), l’Iliade, per la seconda (con il motivo della guerra e del duello finale fra Turno ed Enea) (11). Ma la lezione alessandrina e neoterica è conservata sia nella brevitas – i libri sono 12 (6+6) invece che 48 (24+24) – sia nella presenza della componente psicologica, in particolare della psicologia d’amore, rilevante nella figura di Didone. Per questo aspetto (Calipso e Circe, seduttrici di Ulisse nell’Odissea, sono pressoché prive di spessore psicologico e di implicazioni sentimentali) il modello è senz’altro Apollonio Rodio (12) (Medea abbandonata da Giàsone nelle Argonautiche è il precedente della Didone virgiliana).  Come fonti per la vicenda, Virgilio aveva soprattutto il Bellum Poenicum di Nevio e le Origines di Catone.

La tipologia dell’eroe protagonista (Enea) è senz’altro diversa da quella omerica: l’eroismo, invece che manifestarsi come affermazione di una personalità eccezionale (Achille, Ulisse), risiede nella “pia” accettazione di un dovere che trascende la limitata esistenza dell’individuo. Enea è appunto pius, e la sua pietas consiste soprattutto nella  disponibilità a sacrificare le proprie esigenze personali per farsi strumento della volontà divina e compiere la missione che gli è stata affidata. La concezione stoica della vita ha decisamente preso il sopravvento su quella epicurea. Ma ciò non avviene con entusiasmo, senza conflitti interiori: Enea è un eroe tormentato, quel dovere è sentito come un dolorosa necessità (così è quando deve abbandonare Didone, quando uccide, pur commiserandolo, il giovane Lauso (13), o quando non risparmia la vita Turno che lo supplica) (14).

                                                                                        



1) Timido (lo chiamavano parthenias, il verginello) e poco abile a parlare, avrebbe trattato una sola causa (e quindi rinunciato alla carriera politica).

2) Rimarrà poi sempre la città più cara al poeta, che vi soggiornerà spesso.

3) Non è del tutto vero, perché nella VIII, dopo una introduzione narrativa, c’è una gara di canto fra due pastori.

4) Di Siracusa, poeta alessandrino (III sec. a. C.), è l’inventore del genere. Anche se rievoca la semplicità della campagna, si tratta di una poesia colta e raffinata (per riferimenti mitologici, allegorie, sapienza stilistica), secondo i modi della poesia alessandrina, e quindi neoterica. Non meraviglia che un padano come Virgilio, e di quella generazione, subisse l’influenza della moda alessandrino-neoterico.

5) Si discute se Virgilio si riferisca a sollecitazioni d tipo politico-culturale (siamo negli anni in cui Ottaviano, in contesa con Antonio, intende valorizzare la sanità dei costumi italici in opposizione alla mollezza dei costumi orientali; e forse il futuro Augusto ha già in mente la necessità di un rilancio della piccola proprietà contadina per risanare lo Stato) o se si tratti semplicemente di sollecitazioni a concludere l’ opera (Virgilio era notoriamente un perfezionista, che limava continuamente i suoi versi).

6) L’ordine degli argomenti è sintetizzato nei versi iniziali: Quid faciat laetas segetes, quo sidere terram / vertere, Maecenas, ulmisque adiungere vitis / conveniat, quae cura boum, qui cultus habendo / sit pecori, apibus quanta experientia parcis, / hinc canere incipiam.

7) “Ascraeumque cano Romana per oppida carmen”, dice V. in un verso del II libro (di Ascra, in Beozia, era appunto Esiodo).

8) Del resto Varrone si poneva nella linea di una tradizione che aveva nel De agri cultura di Catone il modello originario.

9) “Rerum facta est pulcherrima Roma” (II, 534).

10) Aristeo, perduti i suoi alveari, viene a sapere di essere stato punito perché ha provocato la morte della ninfa Euridice, morsa da un serpente mentre tentava di sfuggirgli. Il suo sposo, Orfeo, scende nell’Ade, commuove col suo canto le divinità infernali, ottiene di riportare alla luce Euridice, purché non si volti a guardarla; ma lui non resiste, si volta e la perde per sempre. Aristeo quindi placa le ninfe offese sacrificando dei tori e dalle carni di questi vede nascere miracolosamente sciami di api: si realizza così la “bugonìa” (le api, come compenso per aver nutrito con il loro miele Giove neonato, hanno il privilegio di riprodursi in questo modo, sfuggendo alla necessità dell’accoppiamento).

11) Il modello omerico è per altro riconoscibile anche nel motivo dell’intervento degli dei nelle vicende terrene e nel motivo della “catàbasi” (la discesa agli inferi di Enea riprende quella di Ulisse – anche se Ulisse non discende, ma resta sulla soglia e sono le anime che vengono a lui attirate dal sangue sacrificale).

12) 295-205 a.C. Grande poeta dell’età alessandrina (di Alessandria era nativo; si trasferì poi a Rodi, dove visse fino alla morte: di qui l’appellativo di “Rodio”).

13) Lauso è figlio dell’etrusco Mezenzio e sfida a duello Enea.

14) Enea lo risparmierebbe, ma quando scorge il balteo (una cintura) di cui Turno aveva spogliato Pallante (il giovane figlio di Evandro, alleato di Enea) dopo averlo ucciso, ricorda la promessa solenne fatta ad Evandro di vendicare il figlio e vibra il colpo mortale.