Affrontare
i malanni
In questa fase della
mia vita mi viene in mente un passo tratto dai Fatti e detti memorabili
di Valerio Massimo (precisamente VII, 2, ext. 2), laddove è
riportato un aneddoto attribuito a Solone,
il quale, volendo consolare un amico gravemente afflitto (graviter maerentem), lo esorta a smettere di piangere come se
fossero solo suoi i malanni che invece sono propri di tutti gli uomini di tutte
le generazioni (mitte mortalium incommoda
tamquam propria deflere). Quindi dice: “Si in unum locum cuncti mala sua
contulissent, futurum ut propria deportare domum quam ex communi miseriarum
acervo portionem suam ferre mallent”. E cioè: se tutti avessero
portato i propri malanni in un unico luogo, preferirebbero riportare a casa i
propri piuttosto che prendere la propria quota (a caso) dal mucchio comune
delle sofferenze.
Certo, questa è una
bella verità, ma dipende anche dalla gravità dei mali che si portano nel
mucchio, per cui non escluderei che qualcuno potrebbe preferire una quota a
caso piuttosto che riprendersi i propri.
Pagheranno i cittadini
Poiché se ne torna a parlare, ripropongo identico lo stesso commento che ho postato nel dicembre dello scorso anno.
Ogni volta che sento parlare di contributi richiesti a banche e assicurazioni, metto mano al portafoglio. Sono infatti convinto che gli enti suddetti non intendano perdere nemmeno un centesimo dei loro profitti, quindi si rifarebbero su noi correntisti e assicurati, aumentando tariffe, commissioni e spese varie. Pertanto, onde evitare un’altra tassa occulta a carico del cittadino, suggerirei al governo di lasciar perdere…
Una
cosa che non credo
E’ stata recentemente
salutata con un certo entusiasmo la decisione
della Francia di dare piena collaborazione all’Italia, inviando tutta la
documentazione in suo possesso, al fine di fare luce su quel che
successe 46 anni fa (il 26 giugno del 1980) all’aereo DC-9 Itavia che precipitò
in mare nei pressi di Ustica, con la conseguente morte delle 81 persone a bordo.
A tutt’oggi non sappiamo esattamente la verità su quel tragico evento, ma la ricostruzione giudiziaria più credibile
è che il DC-9 sia stato coinvolto in una battaglia nei cieli, dove caccia
francesi e/o americani avevano intercettato e intendevano abbattere un aereo
militare libico. Si ipotizza che in questo contesto un missile lanciato contro l’aereo libico
abbia colpito per errore il DC-9, causandone l’abbattimento. Sull’evento
calò il segreto di Stato, per cui seguirono
depistaggi di vario tipo, tracce radar mancanti, registri tagliati, omissioni,
silenzi imposti, come ampiamente dimostrato dal giornalista Andrea Purgatori in tanti suoi
scritti e nel film di Marco Risi, Il muro di Gomma, cui Purgatori collaborò.
A questo punto che
senso ha la disponibilità della Francia a offrire piena collaborazione? Va ricordato
che questa collaborazione è stata
richiesta più volte nel corso degli anni, ma alle domande poste dalla
magistratura italiana (sulle tracce dei radar francesi, sulla posizione
delle portaerei Clemenceau e Foch, sul personale presente nella base di
Solenzara in Corsica, ecc.) non
furono mai date risposte esaustive. Del resto, checché ne dicano i
francesi (che sostengono di avere sempre collaborato), la loro reticenza
è comprensibile, visto che sono fra
i maggiori indiziati a proposito del lancio del missile. Proprio Cossiga, che nel 1980 era
presidente del consiglio, anni dopo rivelò
di aver saputo dai servizi segreti che il DC-9 era stato abbattuto da un
missile francese.
Concludo. Mi riesce
difficile credere che improvvisamente ai francesi sia venuta voglia di
consegnare tutti i documenti in loro possesso (tutti!), soprattutto se questi documenti dimostrano una
presenza dei loro caccia nei cieli di Ustica quel 26 giugno del 1980. Credo
piuttosto che sarà consegnato qualche documento poco significativo, che non
consentirà di fare alcuna luce sull’episodio. E saremo daccapo. Spero di
sbagliarmi. Staremo a vedere.
Una
cosa che non capisco
Guardando la televisione è inevitabile incrociare nei vari canali le animate discussioni sul caso Garlasco fra avvocati, giornalisti ed esperti vari. Ormai sappiamo tutto di tutti e ci chiediamo: Sempio è innocente e Stasi, già condannato in via definitiva a 16 anni di carcere, è l’unico colpevole? O viceversa Sempio è il vero colpevole e Stasi è vittima di un errore giudiziario? Confesso che in merito non ho alcuna convinzione, ma c’è una cosa che, per quanto mi sforzi, non riesco a capire. Si tratta della famosa bicicletta nera che, secondo l’accusa, Stasi avrebbe usato quando è andato a casa Poggi dove avrebbe ucciso Chiara. I pedali di quella bici sono stati analizzati dal RIS di Parma, con risultati oggetto di scontri fra le parti e conseguenti accuse al RIS di trascuratezza, errori, se non di malafede. Questa sarebbe la questione centrale, ma a me interessa una questione apparentemente secondaria, ed è la seguente: da una parte si dice che Stasi avrebbe cambiato i pedali (che infatti non sarebbero quelli originali montati su quel tipo di bicicletta) perché sporchi di sangue; dall’altra si dice che in quei pedali è stata trovata una traccia – non si sa se di sangue – dove è senza dubbio presente il DNA di Chiara. C’è qualcosa che non mi torna, perché mi pare difficile che le due affermazioni possano coesistere: se Stasi ha cambiato i pedali, non si spiega quella traccia, se invece quella traccia è sicura, non è credibile che Stasi abbia cambiato i pedali. Non capisco, si sta forse parlando di due biciclette diverse? A me non sembra, qualcuno mi può chiarire le idee?
Neonazisti
buoni o cattivi?
Io ricordo che quando
Putin nel febbraio del 2022 decise di invadere l’Ucraina (o, secondo le
sue parole, di intraprendere una “operazione militare speciale”) usò, fra
gli altri argomenti, anche quello secondo cui si trattava di “denazificare” quel paese, governato – a suo
dire – da nazionalisti di estrema destra. Di fatto non era un argomento del
tutto infondato, visto che esistevano in Ucraina gruppi di estrema destra,
con richiami al nazismo nei simboli e nell’ideologia (penso al battaglione Azov). Ma era del tutto infondato nella rappresentazione
di un paese governato o comunque controllato da neonazisti, giacchè Zelenskyj, che è di origine
ebraica e ben lontano da ideologie neonaziste, fu eletto nel 2019 col 73% dei voti in elezioni riconosciute come
assolutamente regolari. E dunque mi pare quanto meno azzardato dire che
con Zelenskyj è entrato in carica un governo neonazista o controllato dai
neonazisti.
Tuttavia Putin voleva “denazificare” l’Ucraina. Ovviamente
questo era un ottimo argomento agli occhi di chi, come la stessa popolazione
russa, durante la seconda guerra mondiale aveva combattuto contro il nazismo
pagando un prezzo altissimo in vite umane. Ciò che mi lascia perplesso è il
fatto che formazioni di estrema destra
in Europa, con evidenti richiami al nazismo (penso alla AfD in Germania) o al fascismo (penso a Futuro Nazionale di Vannacci in Italia)
siano esplicitamente sostenitori di Putin e della sua guerra. E Putin, da parte sua, plaude al
successo e alla crescita di tali formazioni, che, lo ripeto, non nascondono la
matrice che li ispira.
Ma dunque c’è qualcosa che non funziona, i conti non mi tornano. I neonazisti vanno combattuti ed eliminati in Ucraina, e invece non solo sono benvenuti ma anche sostenuti nei paesi europei? I neonazisti sono cattivi in Ucraina e buoni nei paesi europei? Allora diciamoci la verità, questa mancanza di coerenza si spiega in un solo modo: a Putin non importa granché del neonazismo in via di principio, importa solo ciò che è funzionale alla sua guerra. E dire di voler eliminare il neonazismo in Ucraina è funzionale tanto quanto lo è sostenere i neonazisti che nei paesi europei si oppongono ai governi solidali con l’Ucraina aggredita.
Travaglio ci crede tutti imbecilli?
Marco Travaglio è
solito pubblicare al lunedì, sul giornale che dirige, una sorta di editoriale
intitolato “Ma mi faccia il piacere”, in cui riporta frasi di politici o
giornalisti, frasi che commenta con battute più o meno spiritose. Lunedì scorso
(17/8) ha riportato il seguente passo, tratto da il Foglio, intitolandolo “Gli smemorati di Collegno”: “Parlano
Violante, Grasso e Ayala: ‘Falcone non avrebbe cenato con Lavitola’”. Seguiva
quindi il commento-battuta di Travaglio:
“Lavorava
solo nel governo di Giulio Andreotti”.
Il giorno dopo la
sorella di Falcone, Maria, ha espresso la sua indignazione per quella battuta che altro non era che una
denigrazione infamante di quel magistrato, che è sempre stato solo al servizio dello Stato e non di questo o quel
governo. Politici e giornalisti hanno espresso solidarietà a Maria
Falcone e accusato Travaglio per quella battuta quanto meno di cattivo gusto.
Il giorno successivo
Travaglio ha risposto sul suo giornale sostenendo
in sostanza che chi lo accusava non aveva capito il senso di quel commento,
perché il fatto che Falcone lavorasse nel governo Andreotti non significava che
si fosse adeguato alle relazioni poco limpide del premier con personaggi
siciliani notoriamente in odore di mafia; tutt’altro, Falcone, accettando quel
ruolo politico nel governo Andreotti (era
direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia), intendeva combattere la mafia dall’interno,
cosa che fece come dimostrano gli atti compiuti. Dunque “mononeuroni” o “sciacalli imbucati” coloro che non hanno capito quella
battuta.
E
qui mi viene da pensare che Travaglio ci creda tutti imbecilli.
La si può girare come la si vuole, ma il
senso di quel commento-battuta era inequivocabile. Si allude chiaramente al fatto che la scelta di Falcone, di
lavorare nel governo Andreotti, fosse moralmente peggiore di quella di
Ranucci, che cenava abitualmente con un noto pregiudicato quale Lavitola.
E non credo proprio che Ranucci intendesse combattere dall’interno il mondo di
Lavitola… Dunque, per comprendere l’interpretazione che Travaglio ha dato a
posteriori di quella battuta – che invece i “mononeuroni” non hanno capito – ci vorrebbe tanta buona volontà e non
basterebbero miliardi di neuroni, altro che uno solo.
Democrazia e antifascismo
Sul rapporto fra democrazia e antifascismo ho un ricordo preciso legato al tempo in cui insegnavo. Parlavo della Costituzione italiana, di quando è nata, di chi l’ha elaborata e delle sue caratteristiche, quindi mi trovai ad affermare che la nostra Costituzione è per sua natura democratica e antifascista. Qualcuno dei ragazzi obiettò che questa era un’affermazione contraddittoria perché non si può essere democratici e allo stesso tempo anti qualcuno o qualche idea. No, risposi io, è un’affermazione tautologica e ti spiego perché. Se il fascismo è – come lo è stato storicamente – dittatura, soppressione della libertà di stampa e dei partiti, imposizione del partito unico e infine leggi razziali, il fascismo è l’antitesi della democrazia. Dunque dire antifascista equivale a dire democratico e dire che la nostra Costituzione è democratica e antifascista non è per niente contraddittorio, ma è, appunto, tautologico.
Questo lo ripeterei oggi a tutti i sedicenti democratici che rifiutano di definirsi antifascisti. Evidentemente hanno delle idee particolari tanto sulla democrazia quanto sul fascismo.
Ripescare l’Italia?
Mi è capitato di
assistere ad alcune discussioni in TV sulla questione dell’eventuale
ripescaggio dell’Italia ai prossimi mondiali di calcio. So bene che ipotesi di
ripescaggio, assolutamente immotivate, erano circolate anche nelle precedenti
due occasioni in cui l’Italia non si era qualificata sul campo. Questa volta l’ipotesi si fonda sulla possibilità che l’Iran,
in guerra con gli USA, sia costretto a rinunciare ai mondiali che si terranno
proprio negli USA (oltre che in Messico e Canada). Ora, a parte il
fatto che anche questa volta l’ipotesi ripescaggio sembra destinata a cadere
nel vuoto, visto che sia il
presidente della FIFA sia la stessa squadra iraniana hanno garantito la
partecipazione dell’Iran ai mondiali, a me interessa esprimere il mio
parere proprio sulla eventualità che il ripescaggio si renda necessario.
Ho sentito sia
giornalisti che ex giocatori di calcio (ad esempio Tardelli e Collovati)
sostenere con forza che il ripescaggio
dell’Italia sarebbe moralmente inaccettabile, perché la qualificazione si
deve ottenere sul campo. A me
pare ovvio che la qualificazione si debba ottenere sul campo, ma allora che si
dovrebbe fare nel caso in cui una squadra, per qualsiasi ragione, rinunci a
partecipare? In questo caso si è sempre ricorso al ripescaggio (vedi il caso famoso della Danimarca, ripescata,
a seguito dell’esclusione della Jugoslavia, agli Europei del 1992, che poi addirittura vinse) ed è altrettanto ovvio che la squadra ripescata, quale che sia, non
aveva ottenuto la qualificazione sul campo. Dunque non ha senso parlare
di inaccettabilità di un ripescaggio dell’Italia. Caso mai è un’altra l’obiezione
che ha senso, e cioè che la squadra con
diritto ad essere eventualmente ripescata è la squadra asiatica che è
arrivata seconda nel girone in cui si era qualificato l’Iran (la terza in questo caso, ovvero gli
Emirati Arabi Uniti, dato che
la seconda, l’Uzbekistan, si era qualificata direttamente). E’ questa l’obiezione
che condivido, non contano, secondo me, né
il ranking FIFA (dove l’Italia è dodicesima), né i mondiali vinti (quattro
dall’Italia). Ma, ripeto, a me
pare una sciocchezza l’idea che il ripescaggio sia, in via di principio,
moralmente inaccettabile. Se, per qualche ragione puramente ipotetica,
la Norvegia o la Bosnia avessero dovuto rinunciare ai mondiali, l’Italia non
avrebbe forse avuto il diritto di essere ripescata?
Su
Leonardo menomato
Recentemente, in un
paio di occasioni, la cronaca ha parlato di violenza a base di coltello da
parte di minori nelle scuole. Su questa esplosione di violenza minorile molto
si è detto, come sempre, sulle responsabilità della società, della scuola,
della famiglia, dei videogiochi, dei cellulari e chi più ne ha più ne
metta… A me ha colpito un particolare
secondario, che non dice niente sulla violenza ma molto sulla sciatteria. In
entrambi i casi la televisione ha mostrato le scuole dove gli episodi si sono
verificati, ed entrambe le scuole avevano la stessa intitolazione: “Scuola
media L. da Vinci”. Proprio così: “L. da
Vinci” , da non credere! Elle puntato invece di scrivere per intero il nome di
quel genio italiano! Chissà se è stata una indicazione del ministero sulla opportunità
di risparmiare sulle dimensioni della targa.
Sulle scuse e sul perdono
Più di una volta,
ultimamente, mi è capitato di sentire l’autore di un omicidio, anche efferato,
o i suoi parenti, chiedere scusa ai famigliari della vittima. Scusa? Ma scusa
si chiede, ad esempio, dopo avere urtato involontariamente una persona, non
dopo averla uccisa intenzionalmente. In questo caso, tutt’al più, mi aspetto
che l’omicida – che sia sincero o no – chieda il perdono, non certo di essere
scusato. Una richiesta però che niente ha a che vedere con quella del solito
giornalista arrembante che dopo il delitto si precipita davanti all’abitazione
della vittima per chiedere al parente più stretto se intende perdonare l’assassino.
Qui siamo nel giornalismo spettacolo che spera in una risposta che, in un senso
o nell’altro, susciti polemiche. Il perdono invece, concesso anche senza essere
richiesto, è una cosa seria che ha a che fare con un autentico sentimento
cristiano.
Delmastro e la “leggerezza”
La presidente del consiglio Meloni, non solo prima ma anche dopo il referendum, quando ha invitato il sottosegretario alla giustizia Delmastro a dare le dimissioni, ha detto che si era comportato con “leggerezza” associandosi in un’impresa commerciale con la figlia appena maggiorenne di un noto prestanome di un altrettanto noto clan camorristico. Il dimissionario Delmastro si è giustificato dicendo che non sapeva che la ragazza appena maggiorenne con cui si era associato fosse figlia del suddetto prestanome (e come tale condannato in via definitiva), quindi ha ammesso di essere stato “leggero”, ben felice di concordare con la premier su un termine che, in tutta evidenza, sminuiva la sua colpa. Non ha detto sono stato superficiale, avventato, incauto, sprovveduto. No, ha detto sono stato leggero.
Ebbene, se Delmastro
conoscesse le Lezioni americane di Calvino,
saprebbe che ce n’è una dedicata proprio alla “leggerezza”. Ma la leggerezza di
cui parla Calvino è una condizione privilegiata, una virtù, un obiettivo non
alla portata di tutti: è quella di Cavalcanti
che, “come colui che leggerissimo era”, con un salto sopra una pietra
tombale si libera di una brigata che lo stava importunando; è la leggerezza di Emily Dickinson che si sente lei
stessa quella rosa che descrive con un linguaggio di rarefatta consistenza ed è
la leggerezza di Leopardi che,
ogni volta che descrive l’apparizione della luna, “toglie al linguaggio ogni
peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare”.
No, Delmastro non è stato leggero. E’ stato pesante, in questa occasione come in altre precedenti. E’ una pesantezza che appartiene alla sua natura e che non ha niente a che vedere con la leggerezza – comunque la si voglia interpretare.
“Sì” o “no” al referendum?
Alcuni amici chiedono
il mio parere sul voto al referendum
che si terrà il 22 e 23 marzo prossimi. Per quanto io non sia un esperto
della materia oggetto del referendum, mi sono informato e dunque prima di tutto
cercherò di spiegare, nella maniera più chiara e sintetica possibile, i termini
della questione e il punto di vista degli opposti schieramenti. Quindi non
tacerò la mia opinione e la mia scelta di voto.
Si tratta del voto sulla cosiddetta “separazione delle carriere” fra magistratura giudicante (i giudici) e magistratura requirente (i pubblici ministeri). In verità non solo su questo si dirà sì o no nello stesso referendum, ma anche sulla istituzione di due CSM (Consigli Superiori della Magistratura: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri) al posto dell’unico a tutt’oggi esistente, nonché sulla istituzione di una Alta Corte, con la funzione di valutare i magistrati sotto l’aspetto disciplinare (funzione finora esercitata dal CSM). Non è tutto. I componenti dei due CSM e dell’Alta Corte disciplinare non saranno eletti, ma sorteggiati: precisamente, i due terzi dei componenti dei due CSM saranno estratti a sorte fra tutti i magistrati giudicanti e requirenti (sono i cosiddetti “togati”), mentre un terzo sarà estratto a sorte da un elenco composto da avvocati c on almeno quindici anni di esercizio e professori universitari in materie giuridiche, scelti dal Parlamento in seduta comune (sono i cosiddetti “laici”). Quanto all’Alta Corte, a parte i tre componenti nominati dal Presidente della Repubblica, per i nove “togati” (sei "giudicanti" e tre "requirenti") e per i tre “laici” vale lo stesso metodo di sorteggio descritto sopra.
I
sostenitori del “sì” (si tratta ovviamente della
maggioranza governativa, ma ci sono anche esponenti dell’opposizione che hanno
dichiarato il loro voto per il “sì”) ritengono che la separazione delle
carriere garantisca la “terzietà”
(cioè, la imparzialità) del giudice fra accusa e difesa. Se il giudice e il PM (il pubblico ministero), che rappresenta l’accusa, hanno la stessa
formazione, appartengono allo stesso mondo, addirittura possono passare da una funzione all’altra (dalla
giudicante alla requirente e viceversa, tanto che si è parlato di “porte girevoli” e conflitti di interesse),
è conseguente che nel processo ci sia un vantaggio per l’accusa e uno svantaggio
per la difesa. Quanto al sorteggio, invece dell’elezione, dei componenti dei
due CSM e dell’Alta Corte, si tratta di una soluzione che si è resa necessaria,
visto che le precedenti elezioni erano
caratterizzate dalla lotta fra le diverse correnti interne alla magistratura,
una lotta che portava alla elezione non
dei più capaci, ma dei più fedeli alla linea della corrente. E’ infine
infondata l’accusa da parte degli oppositori che con questa riforma si mini
l’autonomia del potere giudiziario e l’azione del PM finisca per essere
indirizzata dal potere esecutivo (cioè, dal governo); accusa infondata, perché niente nella riforma modifica i
principi costituzionali che sanciscono l’autonomia della magistratura.
I
sostenitori del “no” obiettano anzitutto, a proposito
della separazione delle carriere, che gli
esiti dei processi (dove le richieste della accusa e della difesa vengono
accolte o respinte in maniera paritaria) dimostrano
ampiamente la “terzietà” del giudice, che dunque non è per niente
schiacciato sulla posizione del PM. Va inoltre ricordato che, mentre l’avvocato
difende in tutti i modi (come è giusto) l’imputato, il PM, a norma dell’articolo 358 del codice di procedura penale,
è tenuto a cercare anche le prove a favore dell’imputato e, nel caso, a
chiederne l’archiviazione o l’assoluzione. Quanto al passaggio da una funzione all’altra, a seguito della riforma
Cartabia del 2022, esso è consentito una
sola volta, entro i primi dieci anni della carriera, e per di più cambiando
regione (dunque non ci sarebbero quelle “porte girevoli” di cui parlano i
sostenitori del “sì”). Sul metodo del sorteggio per la nomina dei componenti
dei due CSM e dell’Alta Corte si fanno le seguenti osservazioni: anche se è
vero che la lotta fra le correnti ha portato a riprovevoli pratiche spartitorie
(ad esempio, per quanto riguarda le nomine dei dirigenti nei diversi uffici
giudiziari), non è per niente detto che con il sorteggio tali pratiche
vengano eliminate; e certamente il sorteggio non garantisce che siano i più
competenti e capaci a far parte dei suddetti organismi; al contrario, i
componenti “laici” sono sì sorteggiati, ma all’interno di un ristretto
elenco predisposto dal Parlamento (dove ovviamente si farà valere la
maggioranza politica esistente); e dunque tale componente, anche se
minoritaria, non potrà non incidere in maniera significativa in organismi in
cui i “togati” sono scelti in maniera assolutamente casuale. Infine, per
quanto i sostenitori del “sì” lo neghino, la
riforma sembra orientata a limitare l’autonomia della magistratura e, in
prospettiva, a fare del PM, tramite
leggi ordinarie, un esecutore dell’indirizzo politico della maggioranza
governativa.
Credo di avere elencato
i punti più importanti, anche se altre argomentazioni si potrebbero portare a
sostegno dell’una e dell’altra posizione. Aggiungo solo che il voto al referendum avrà inevitabilmente
anche un valore politico, poiché la vittoria del “sì” rafforzerà il
governo in carica, autore della riforma, la vittoria del “no” smentirà il
governo e dunque rafforzerà l’opposizione.
Io non sono neutrale, una mia idea me la sono fatta, ho già deciso quale sarà il mio voto e lo dico chiaramente: voterò “no”. Faccio alcune osservazioni. Sul principio della separazione delle carriere mi trovo pienamente d’accordo con quanto sostengono gli oppositori. Non sono per niente convinto che nella situazione attuale sia a rischio la “terzietà” del giudice; temo invece che la separazione delle carriere punti a sottoporre il PM al potere dell’esecutivo. Nemmeno mi piace il metodo del sorteggio per un organismo costituzionale quale il CSM; non mi è mai piaciuto il principio dell’uno vale uno di grillina memoria; fatto salvo il diritto di ognuno ad aspirare alle più alte cariche, in ogni campo ci sono i più capaci e competenti e i meno capaci e competenti. Altre osservazioni si potrebbero fare ma mi limito a dire che trovo deprecabile sostenere, in maniera più o meno esplicita, che con questa riforma si porrà fine ai mali atavici della giustizia italiana, come la sua lentezza o certe sue disfunzioni messe in evidenza da casi mediaticamente famosi (il caso Tortora, il caso Garlasco…). La riforma in questione non incide per niente su questi aspetti e sostenere, o lasciare intendere, il contrario è un modo di ingannare gli elettori. Infine, a nome di coloro che ritengono che con questa riforma si voglia limitare il potere della magistratura e far valere il potere della politica, vorrei chiedere al ministro della giustizia Nordio: mi spieghi che cosa intendeva dire quando ha detto che “la riforma fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale”, ed anche quando ha detto, rivolgendosi alla segretaria del PD, Schlein, che dovrebbe essere contenta della riforma perché gioverà anche al centrosinistra quando un domani sarà al governo. Che cosa intendeva dire se non che con questa riforma la maggioranza governativa si può proteggere da eventuali indagini della magistratura? Non vedo altra risposta diversa da questa. E non mi piace.
Sul diritto internazionale (Trump, Tucidide e il
Marchese del Grillo)
Il candidato al premio
Nobel per la pace, D. Trump, dimostrando disprezzo per il diritto
internazionale, per la Carta delle Nazioni Unite e per ogni altra conquista del
progresso civile, non solo ha ordinato il rapimento del presidente di uno
Stato straniero, ma ha anche minacciato simili interventi in altri paesi
(Colombia, Messico, per ora…), come se l’intera America latina fosse il cortile
di casa sua. E non si è fatto scrupolo di dirlo chiaramente: le Americhe
sono sotto il controllo degli USA, che sono lo Stato militarmente più forte non
solo dell’occidente, ma dell’intero pianeta. A dimostrazione di questa
verità ora pretende l’annessione della
Groenlandia, poi, immagino, toccherà al Canada. Come non riconoscere in
tutto ciò la volontà spudorata, senza veli, di far valere la legge del più
forte? Si tratta dello stesso atteggiamento del Marchese del Grillo, quando rispondeva, con parole rozze ma
ben comprensibili, a chi gli chiedeva il perché di una prepotenza: “Perché
io so’ io, e voi non siete un cazzo”.
Ma queste parole non
sono che la versione popolare e comica
di una tragica realtà, riconosciuta agli albori della nostra civiltà da Tucidide, quando riporta, nella
sua opera sulla guerra del Peloponneso, il “dialogo terribile” (così lo chiama Nietzsche) fra gli ambasciatori ateniesi e i governanti dell’isola di
Melo. Questi ultimi vorrebbero restare neutrali in quella guerra che
vede lo scontro micidiale fra Atene e Sparta. Gli ambasciatori ateniesi invece
pretendono la sottomissione dell’isola, e lo dicono senza giri di parole, senza alcuna giustificazione di ordine
giuridico, politico, militare, economico e tanto meno morale; dicono
semplicemente e chiaramente che giustizia
e diritto valgono fra uguali che dispongono di pari forze, altrimenti “chi è più forte esige quanto è possibile e
chi è più debole acconsente”; e nemmeno serve ai Melii appellarsi alla
giustizia divina, giacché gli dei stessi
avallano la legge del più forte, una legge – concludono gli Ateniesi - “di cui ci serviamo senza averla istituita noi
per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per
tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo
se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza”.
I Melii non vollero cedere e subirono una punizione durissima: l’isola fu
messa a ferro e fuoco, gli uomini trucidati, donne e bambini venduti come
schiavi.
Torniamo a noi. Oggi i rapporti fra uguali, che dispongono di pari forze, è fra USA, Cina e Russia. Su tutti gli altri, che non si rassegnino a sottomettersi, incombe la minaccia del destino dei Melii.
Il caso Del Mastro e un giudice a Berlino
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è stato recentemente condannato a otto mesi di carcere e a un anno di interdizione dai pubblici uffici, in quanto riconosciuto colpevole del reato di rivelazione di segreti d’ufficio. Aveva infatti passato al collega di partito Donzelli documenti riservati relativi al caso dell’anarchico Alfredo Cospito, il quale, in sciopero della fame per protesta contro il regime del 41 bis, aveva ricevuto in carcere la visita di una delegazione del Partito Democratico. Di tali documenti Donzelli aveva fatto uso in parlamento per attaccare violentemente i componenti della suddetta delegazione, accusandoli di supportare non solo l’anarchico Cospito ma anche i mafiosi condannati al 41 bis. Appena sentita la sentenza di condanna, Delmastro, convinto di essere stato vittima di una giustizia politicizzata, ha esclamato: “Ci sarà pure un giudice a Berlino!”.
La frase da alcuni è
attribuita a Brecht, ma nella sua opera non se ne ha riscontro. Proviene invece
da un’opera di Emilio Broglio (Vita di Federico il Grande, 1874),
il quale racconta di un mugnaio il quale subisce un evidente sopruso da un
potente, un barone che aveva fatto deviare a proprio vantaggio un corso d’acqua
che alimentava il mulino, riducendo sul lastrico il povero mugnaio. Costui, sebbene
alcuni giudici, compiacenti o corrotti, diano ragione al barone, non si perde
d’animo e confida talmente nella giustizia che esclama: “Ci sarà pure un
giudice a Berlino!”. E infatti un giudice ci fu, la ragione del mugnaio fu riconosciuta
e il barone dovette recedere dalla sua intenzione.
Ma dunque la vicenda di Delmastro può paragonarsi
a quella del mugnaio? Direi proprio di no, visto anzitutto che in questo caso il potente è lui
che, in qualità di sottosegretario alla Giustizia, si è fatto mandare dalla
direzione penitenziaria quei documenti riservati; ed è lui che ha commesso un
abuso, passando quei documenti riservati al collega (ed anche coinquilino)
Donzelli perché ne facesse l’uso politico che abbiamo visto.
A me pare in conclusione che il Delmastro il giudice a Berlino l’abbia trovato. Ed è esattamente quello che l’ha condannato.
Aspirazione alla pace e realtà delle guerre
Diceva Moravia che l’uomo dovrebbe introiettare il tabù della guerra così come ha introiettato il tabù dell’incesto. Come non essere d’accordo, soprattutto oggi che una guerra combattuta con le armi nucleari provocherebbe l’autodistruzione dell’intera umanità? Eppure per millenni le guerre si sono combattute e tuttora si combattono, per millenni i popoli si sono armati e tuttora si armano, incapaci di introiettare il tabù della guerra, anche se consapevoli che la guerra porta morte e distruzione.
La ragione di ciò, a mio parere, è
piuttosto semplice. Al mondo ci sono uomini miti e uomini
violenti, uomini pacifici e uomini prepotenti, uomini
rispettosi delle regole del vivere civile e uomini che non si
fanno scrupolo di violare tali regole. Per quale ragione se non per
questa le comunità si sono sempre dotate di forze dell’ordine? Se
non ci fossero le forze dell’ordine i miti e pacifici sarebbero
sopraffatti dai violenti e prepotenti, non varrebbe la ragione contro il
torto, varrebbe la ragione del più forte. Le forze
dell’ordine garantiscono, per quanto possibile, che questo non accada, la loro
presenza distoglie, per quanto possibile, i violenti e prepotenti dalla loro
intenzione di imporsi sui miti e pacifici.
Questo discorso si può
estendere al rapporto fra gli Stati. Io non credo che esistano popoli
aggressivi e popoli pacifici per natura, credo anzi che tutti i popoli, nella
grande maggioranza, siano amanti della pace. Credo però che negli Stati,
particolarmente (ma non solo) in quelli in cui non vigono le regole della
democrazia, si possano imporre gruppi dirigenti, governi, avidi
di conquista, teorici della supremazia e dunque minacciosi nei confronti di
altri Stati. Questa è la ragione per cui anche gli Stati che
ripudiano la guerra si devono dotare di forze armate in funzione difensiva. Le
forze armate fungono da deterrenza nei confronti di Stati che hanno intenzioni
aggressive, così come, all’interno di uno Stato, le forze dell’ordine fungono
da deterrenza nei confronti di individui violenti e prepotenti.
Naturalmente mantenere le
forze armate, così come mantenere le forze dell’ordine, ha un costo e
tutti noi vorremmo che i soldi, invece di spenderli per le armi, si spendessero
per la sanità e l’istruzione. Pace e disarmo sono una nobile e
sacrosanta aspirazione, purtroppo però, dopo millenni di storia mi pare
che non esistano ancora le condizioni per realizzarla. Io spero che tutti i
popoli, tutti, a mio avviso, in maggioranza ostili alla guerra, facciano
valere il loro desiderio di pace e che, progressivamente, si
possano ridurre le spese per la difesa e impiegare le
risorse economiche e le energie intellettuali non per armarsi sempre più e
sempre meglio, ma per bonificare i deserti, combattere la fame nel mondo,
contrastare i terremoti, diffondere l’istruzione, curare le malattie mortali.
Dalla democrazia alla oclocrazia
Recupero un appunto da me scritto qualche anno fa, al tempo del primo governo Conte.
Quando ho sentito il ministro dell’interno (Salvini) contestare ai magistrati il diritto di incriminarlo, in quanto non eletti, e poi il portavoce del premier (Conte) promettere una “megavendetta” alla ragioneria dello Stato, credevo di averle sentite tutte. L’arroganza, mi dicevo, si fonde e confonde con l’ignoranza della struttura dello Stato, del funzionamento delle istituzioni, della divisione e del bilanciamento dei poteri. Ma mi mancava l’ultima chicca: sentire i due vice-premier (Salvini e Di Maio) che invitavano sarcasticamente a candidarsi alle elezioni politiche uomini della Banca d’Italia e dell’Inps, colpevoli di mettere in guardia il governo sui costi insostenibili di riforme prospettate nel DEF. Allora mi è venuta in mente la teoria classica dell’anakiklosis, ovvero la teoria della ciclicità delle tre forme di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia), secondo cui ogni forma è destinata a degenerare e quindi ad essere sostituita dalla forma successiva. E dunque, visto che la nostra attuale forma di governo è la democrazia, non dovremmo meravigliarci di assistere alla sua degenerazione in oclocrazia, ovvero nel governo della massa ignorante, della plebaglia (oclos); è la fase in cui trionfa la demagogia, cioè (leggo dalla Treccani) ”la pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni, specialmente economiche, con promesse difficilmente realizzabili”. Non pare che sia esattamente il nostro caso? E, se è così, ci si deve aspettare il passaggio successivo, ovvero il ritorno della monarchia, cioè del governo di uno solo, che oggi si chiama dittatura. Non ci resta che sperare che la teoria dell’anakiklosis sia infondata…
Su
Trump
Ai tanti motivi di
preoccupazione suscitati dalla presidenza Trump io vorrei aggiungerne un altro.
Siamo sicuri che un tale uomo, che si ritiene chiamato da Dio per fare di nuovo
l’America grande, allo scadere del suo secondo mandato si rassegnerà a tornare
un privato cittadino? Io temo che farà
di tutto per aggirare o abrogare il XXII° emendamento della Costituzione che
vieta ulteriori mandati, certamente supportato dalle violente manifestazioni dei
suoi seguaci, di cui abbiamo già avuto prova nell’indimenticabile assalto a Capitol
Hill.
Sul ministro Valditara
Il ministro Valditara
nella lettera a Repubblica del 19/12/2024, a difesa del suo famoso tweet
“dileggiato da Lagioia” in quanto sgrammaticato, scrive che “tre illustri linguisti, fra cui il
presidente onorario della Crusca, lo hanno considerato rispettoso delle regole
grammaticali e dunque affatto sgrammaticato”. Dubito che gli illustri linguisti
di cui sopra ritengano corretta l’espressione “affatto sgrammaticato” nel senso
di “per niente sgrammaticato”, visto che quell’espressione significa esattamente
il contrario, ovvero “del tutto sgrammaticato”.
Sul diritto internazionale
Non c’è motivo di preoccuparsi, la pace mondiale a
me pare molto vicina. Putin si prende l’Ucraina, Trump si prende la
Groenlandia, Xi Jinping si prende Taiwan e siamo tutti a posto. O no?
Sui contributi di banche e
assicurazioni
Ogni volta che sento
parlare di contributi richiesti a banche e assicurazioni, metto mano al
portafoglio. Sono infatti convinto che gli enti suddetti non intendano perdere
nemmeno un centesimo dei loro profitti, quindi si rifarebbero su noi
correntisti e assicurati, aumentando tariffe, commissioni e spese varie.
Pertanto, onde evitare un’altra tassa occulta a carico del cittadino,
suggerirei al governo di lasciar perdere…
Su Cottarelli e l'uso corretto della lingua italiana
Leggo sul Corriere della sera un articolo di Carlo Cottarelli, esperto di economia e di finanza, sulla questione di un emendamento alla legge di bilancio presentato da Fratelli d’Italia. Si tratta dell’emendamento con cui si rivendica per il popolo italiano la proprietà dell’oro detenuto e gestito dalla Banca d’Italia. Non entro nel merito delle argomentazioni di Cottarelli, che peraltro condivido, ma mi soffermo su una questione grammaticale, ovvero di uso corretto della lingua italiana. A un certo punto Cottarelli si chiede se il motivo di tale emendamento stia nella “potenziale volontà, in un futuro non ben definito, di vendere l’oro, una volta usciti dai trattati europei, ossia dall’euro”. Quindi aggiunge: “non credo che nessuno abbia in mente questo, per fortuna”. Ora, la doppia negazione “non credo che nessuno” comporta un significato contrario a ciò che intendeva Cottarelli, ovvero “credo che qualcuno”. L’espressione corretta sarebbe dovuta essere “credo che nessuno”, oppure “non credo che qualcuno”.
Questioni
di lingua nella ordinanza sull’imam di Torino
Leggo sul Corriere della sera alcune frasi virgolettate tratte
dall’ordinanza con cui i giudici della corte d’appello di Torino hanno
deliberato che l’imam di Torino, Mohamed Shahin, trattenuto nel Cpr di
Caltanissetta, debba tornare libero. Non entro nel merito di tale delibera,
convinto come sono che i giudici abbiano ben valutato i diversi aspetti del
caso in questione e deciso secondo il diritto. Mi disturbano invece, dal
punto di vista linguistico, alcune espressioni, che trovo, come dicevo,
virgolettate. Si parla di “considerazioni di carattere etico e morale”,
mettendo in campo un’accoppiata (“etico
e morale”) che, al solo vederla o sentirla pronunciare, a me fa venire l’orticaria.
Si tratta infatti di una ridondanza,
tipica di chi si vuol dare un tono ma ignora il significato delle parole: etico
e morale significano la stessa cosa, in quanto significano la stessa cosa le
radici delle due parole, l’una dal greco (ethos) e l’altra dal
latino (mos), ovvero “comportamento”,
“costume”. Dunque basta usare una sola
della due parole. Più oltre leggo, a proposito del suddetto imam, la seguente
espressione, sempre virgolettata: si tratta di un cittadino “perfettamente
integrato e completamente incensurato”. Ma che vuol dire “completamente incensurato”? Uno o è incensurato o non lo è, non può
esserlo parzialmente o completamente. Sarebbe come dire di una donna che è “completamente incinta”,
come se potesse esserlo parzialmente.
Naturalmente, se le frasi riportate dal Corriere (mio unico riferimento), non corrispondono a quanto scritto nella ordinanza, mi scuso per le mie osservazioni critiche.
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