Delmastro
e la “leggerezza”
La presidente del
consiglio Meloni, non solo
prima ma anche dopo il referendum, quando ha
invitato il sottosegretario alla giustizia Delmastro a dare le dimissioni,
ha detto che si era comportato con “leggerezza”
associandosi in un’impresa commerciale con la figlia appena maggiorenne di un
noto prestanome di un altrettanto noto clan camorristico. Il dimissionario
Delmastro si è giustificato dicendo che non sapeva che la ragazza appena
maggiorenne con cui si era associato fosse figlia del suddetto prestanome (e
come tale condannato in via definitiva), quindi ha ammesso di essere stato “leggero”, ben felice di
concordare con la premier su un termine che, in tutta evidenza, sminuiva la sua
colpa. Non ha detto sono stato superficiale, avventato, incauto,
sprovveduto. No, ha detto sono stato leggero.
Ebbene, se Delmastro
conoscesse le Lezioni americane di Calvino,
saprebbe che ce n’è una dedicata proprio alla “leggerezza”. Ma la leggerezza di
cui parla Calvino è una condizione privilegiata, una virtù, un obiettivo non
alla portata di tutti: è quella di Cavalcanti
che, “come colui che leggerissimo era”, con un salto sopra una pietra
tombale si libera di una brigata che lo stava importunando; è la leggerezza di Emily Dickinson che si sente lei
stessa quella rosa che descrive con un linguaggio di rarefatta consistenza ed è
la leggerezza di Leopardi che,
ogni volta che descrive l’apparizione della luna, “toglie al linguaggio ogni
peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare”.
No, Delmastro non è stato leggero. E’ stato pesante, in questa occasione come in altre precedenti. E’ una pesantezza che appartiene alla sua natura e che non ha niente a che vedere con la leggerezza – comunque la si voglia interpretare.
“Sì” o “no” al referendum?
Alcuni amici chiedono
il mio parere sul voto al referendum
che si terrà il 22 e 23 marzo prossimi. Per quanto io non sia un esperto
della materia oggetto del referendum, mi sono informato e dunque prima di tutto
cercherò di spiegare, nella maniera più chiara e sintetica possibile, i termini
della questione e il punto di vista degli opposti schieramenti. Quindi non
tacerò la mia opinione e la mia scelta di voto.
Si tratta del voto sulla cosiddetta “separazione delle carriere” fra magistratura giudicante (i giudici) e magistratura requirente (i pubblici ministeri). In verità non solo su questo si dirà sì o no nello stesso referendum, ma anche sulla istituzione di due CSM (Consigli Superiori della Magistratura: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri) al posto dell’unico a tutt’oggi esistente, nonché sulla istituzione di una Alta Corte, con la funzione di valutare i magistrati sotto l’aspetto disciplinare (funzione finora esercitata dal CSM). Non è tutto. I componenti dei due CSM e dell’Alta Corte disciplinare non saranno eletti, ma sorteggiati: precisamente, i due terzi dei componenti dei due CSM saranno estratti a sorte fra tutti i magistrati giudicanti e requirenti (sono i cosiddetti “togati”), mentre un terzo sarà estratto a sorte da un elenco composto da avvocati c on almeno quindici anni di esercizio e professori universitari in materie giuridiche, scelti dal Parlamento in seduta comune (sono i cosiddetti “laici”). Quanto all’Alta Corte, a parte i tre componenti nominati dal Presidente della Repubblica, per i nove “togati” (sei "giudicanti" e tre "requirenti") e per i tre “laici” vale lo stesso metodo di sorteggio descritto sopra.
I
sostenitori del “sì” (si tratta ovviamente della
maggioranza governativa, ma ci sono anche esponenti dell’opposizione che hanno
dichiarato il loro voto per il “sì”) ritengono che la separazione delle
carriere garantisca la “terzietà”
(cioè, la imparzialità) del giudice fra accusa e difesa. Se il giudice e il PM (il pubblico ministero), che rappresenta l’accusa, hanno la stessa
formazione, appartengono allo stesso mondo, addirittura possono passare da una funzione all’altra (dalla
giudicante alla requirente e viceversa, tanto che si è parlato di “porte girevoli” e conflitti di interesse),
è conseguente che nel processo ci sia un vantaggio per l’accusa e uno svantaggio
per la difesa. Quanto al sorteggio, invece dell’elezione, dei componenti dei
due CSM e dell’Alta Corte, si tratta di una soluzione che si è resa necessaria,
visto che le precedenti elezioni erano
caratterizzate dalla lotta fra le diverse correnti interne alla magistratura,
una lotta che portava alla elezione non
dei più capaci, ma dei più fedeli alla linea della corrente. E’ infine
infondata l’accusa da parte degli oppositori che con questa riforma si mini
l’autonomia del potere giudiziario e l’azione del PM finisca per essere
indirizzata dal potere esecutivo (cioè, dal governo); accusa infondata, perché niente nella riforma modifica i
principi costituzionali che sanciscono l’autonomia della magistratura.
I
sostenitori del “no” obiettano anzitutto, a proposito
della separazione delle carriere, che gli
esiti dei processi (dove le richieste della accusa e della difesa vengono
accolte o respinte in maniera paritaria) dimostrano
ampiamente la “terzietà” del giudice, che dunque non è per niente
schiacciato sulla posizione del PM. Va inoltre ricordato che, mentre l’avvocato
difende in tutti i modi (come è giusto) l’imputato, il PM, a norma dell’articolo 358 del codice di procedura penale,
è tenuto a cercare anche le prove a favore dell’imputato e, nel caso, a
chiederne l’archiviazione o l’assoluzione. Quanto al passaggio da una funzione all’altra, a seguito della riforma
Cartabia del 2022, esso è consentito una
sola volta, entro i primi dieci anni della carriera, e per di più cambiando
regione (dunque non ci sarebbero quelle “porte girevoli” di cui parlano i
sostenitori del “sì”). Sul metodo del sorteggio per la nomina dei componenti
dei due CSM e dell’Alta Corte si fanno le seguenti osservazioni: anche se è
vero che la lotta fra le correnti ha portato a riprovevoli pratiche spartitorie
(ad esempio, per quanto riguarda le nomine dei dirigenti nei diversi uffici
giudiziari), non è per niente detto che con il sorteggio tali pratiche
vengano eliminate; e certamente il sorteggio non garantisce che siano i più
competenti e capaci a far parte dei suddetti organismi; al contrario, i
componenti “laici” sono sì sorteggiati, ma all’interno di un ristretto
elenco predisposto dal Parlamento (dove ovviamente si farà valere la
maggioranza politica esistente); e dunque tale componente, anche se
minoritaria, non potrà non incidere in maniera significativa in organismi in
cui i “togati” sono scelti in maniera assolutamente casuale. Infine, per
quanto i sostenitori del “sì” lo neghino, la
riforma sembra orientata a limitare l’autonomia della magistratura e, in
prospettiva, a fare del PM, tramite
leggi ordinarie, un esecutore dell’indirizzo politico della maggioranza
governativa.
Credo di avere elencato
i punti più importanti, anche se altre argomentazioni si potrebbero portare a
sostegno dell’una e dell’altra posizione. Aggiungo solo che il voto al referendum avrà inevitabilmente
anche un valore politico, poiché la vittoria del “sì” rafforzerà il
governo in carica, autore della riforma, la vittoria del “no” smentirà il
governo e dunque rafforzerà l’opposizione.
Io non sono neutrale, una mia idea me la sono fatta, ho già deciso quale sarà il mio voto e lo dico chiaramente: voterò “no”. Faccio alcune osservazioni. Sul principio della separazione delle carriere mi trovo pienamente d’accordo con quanto sostengono gli oppositori. Non sono per niente convinto che nella situazione attuale sia a rischio la “terzietà” del giudice; temo invece che la separazione delle carriere punti a sottoporre il PM al potere dell’esecutivo. Nemmeno mi piace il metodo del sorteggio per un organismo costituzionale quale il CSM; non mi è mai piaciuto il principio dell’uno vale uno di grillina memoria; fatto salvo il diritto di ognuno ad aspirare alle più alte cariche, in ogni campo ci sono i più capaci e competenti e i meno capaci e competenti. Altre osservazioni si potrebbero fare ma mi limito a dire che trovo deprecabile sostenere, in maniera più o meno esplicita, che con questa riforma si porrà fine ai mali atavici della giustizia italiana, come la sua lentezza o certe sue disfunzioni messe in evidenza da casi mediaticamente famosi (il caso Tortora, il caso Garlasco…). La riforma in questione non incide per niente su questi aspetti e sostenere, o lasciare intendere, il contrario è un modo di ingannare gli elettori. Infine, a nome di coloro che ritengono che con questa riforma si voglia limitare il potere della magistratura e far valere il potere della politica, vorrei chiedere al ministro della giustizia Nordio: mi spieghi che cosa intendeva dire quando ha detto che “la riforma fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale”, ed anche quando ha detto, rivolgendosi alla segretaria del PD, Schlein, che dovrebbe essere contenta della riforma perché gioverà anche al centrosinistra quando un domani sarà al governo. Che cosa intendeva dire se non che con questa riforma la maggioranza governativa si può proteggere da eventuali indagini della magistratura? Non vedo altra risposta diversa da questa. E non mi piace.
Sul diritto internazionale (Trump, Tucidide e il
Marchese del Grillo)
Il candidato al premio
Nobel per la pace, D. Trump, dimostrando disprezzo per il diritto
internazionale, per la Carta delle Nazioni Unite e per ogni altra conquista del
progresso civile, non solo ha ordinato il rapimento del presidente di uno
Stato straniero, ma ha anche minacciato simili interventi in altri paesi
(Colombia, Messico, per ora…), come se l’intera America latina fosse il cortile
di casa sua. E non si è fatto scrupolo di dirlo chiaramente: le Americhe
sono sotto il controllo degli USA, che sono lo Stato militarmente più forte non
solo dell’occidente, ma dell’intero pianeta. A dimostrazione di questa
verità ora pretende l’annessione della
Groenlandia, poi, immagino, toccherà al Canada. Come non riconoscere in
tutto ciò la volontà spudorata, senza veli, di far valere la legge del più
forte? Si tratta dello stesso atteggiamento del Marchese del Grillo, quando rispondeva, con parole rozze ma
ben comprensibili, a chi gli chiedeva il perché di una prepotenza: “Perché
io so’ io, e voi non siete un cazzo”.
Ma queste parole non
sono che la versione popolare e comica
di una tragica realtà, riconosciuta agli albori della nostra civiltà da Tucidide, quando riporta, nella
sua opera sulla guerra del Peloponneso, il “dialogo terribile” (così lo chiama Nietzsche) fra gli ambasciatori ateniesi e i governanti dell’isola di
Melo. Questi ultimi vorrebbero restare neutrali in quella guerra che
vede lo scontro micidiale fra Atene e Sparta. Gli ambasciatori ateniesi invece
pretendono la sottomissione dell’isola, e lo dicono senza giri di parole, senza alcuna giustificazione di ordine
giuridico, politico, militare, economico e tanto meno morale; dicono
semplicemente e chiaramente che giustizia
e diritto valgono fra uguali che dispongono di pari forze, altrimenti “chi è più forte esige quanto è possibile e
chi è più debole acconsente”; e nemmeno serve ai Melii appellarsi alla
giustizia divina, giacché gli dei stessi
avallano la legge del più forte, una legge – concludono gli Ateniesi - “di cui ci serviamo senza averla istituita noi
per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per
tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo
se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza”.
I Melii non vollero cedere e subirono una punizione durissima: l’isola fu
messa a ferro e fuoco, gli uomini trucidati, donne e bambini venduti come
schiavi.
Torniamo a noi. Oggi i rapporti fra uguali, che dispongono di pari forze, è fra USA, Cina e Russia. Su tutti gli altri, che non si rassegnino a sottomettersi, incombe la minaccia del destino dei Melii.
Il caso Del Mastro e un giudice a Berlino
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è stato recentemente condannato a otto mesi di carcere e a un anno di interdizione dai pubblici uffici, in quanto riconosciuto colpevole del reato di rivelazione di segreti d’ufficio. Aveva infatti passato al collega di partito Donzelli documenti riservati relativi al caso dell’anarchico Alfredo Cospito, il quale, in sciopero della fame per protesta contro il regime del 41 bis, aveva ricevuto in carcere la visita di una delegazione del Partito Democratico. Di tali documenti Donzelli aveva fatto uso in parlamento per attaccare violentemente i componenti della suddetta delegazione, accusandoli di supportare non solo l’anarchico Cospito ma anche i mafiosi condannati al 41 bis. Appena sentita la sentenza di condanna, Delmastro, convinto di essere stato vittima di una giustizia politicizzata, ha esclamato: “Ci sarà pure un giudice a Berlino!”.
La frase da alcuni è
attribuita a Brecht, ma nella sua opera non se ne ha riscontro. Proviene invece
da un’opera di Emilio Broglio (Vita di Federico il Grande, 1874),
il quale racconta di un mugnaio il quale subisce un evidente sopruso da un
potente, un barone che aveva fatto deviare a proprio vantaggio un corso d’acqua
che alimentava il mulino, riducendo sul lastrico il povero mugnaio. Costui, sebbene
alcuni giudici, compiacenti o corrotti, diano ragione al barone, non si perde
d’animo e confida talmente nella giustizia che esclama: “Ci sarà pure un
giudice a Berlino!”. E infatti un giudice ci fu, la ragione del mugnaio fu riconosciuta
e il barone dovette recedere dalla sua intenzione.
Ma dunque la vicenda di Delmastro può paragonarsi
a quella del mugnaio? Direi proprio di no, visto anzitutto che in questo caso il potente è lui
che, in qualità di sottosegretario alla Giustizia, si è fatto mandare dalla
direzione penitenziaria quei documenti riservati; ed è lui che ha commesso un
abuso, passando quei documenti riservati al collega (ed anche coinquilino)
Donzelli perché ne facesse l’uso politico che abbiamo visto.
A me pare in conclusione che il Delmastro il giudice a Berlino l’abbia trovato. Ed è esattamente quello che l’ha condannato.
Aspirazione alla pace e realtà delle guerre
Diceva Moravia che l’uomo dovrebbe introiettare il tabù della guerra così come ha introiettato il tabù dell’incesto. Come non essere d’accordo, soprattutto oggi che una guerra combattuta con le armi nucleari provocherebbe l’autodistruzione dell’intera umanità? Eppure per millenni le guerre si sono combattute e tuttora si combattono, per millenni i popoli si sono armati e tuttora si armano, incapaci di introiettare il tabù della guerra, anche se consapevoli che la guerra porta morte e distruzione.
La ragione di ciò, a mio parere, è
piuttosto semplice. Al mondo ci sono uomini miti e uomini
violenti, uomini pacifici e uomini prepotenti, uomini
rispettosi delle regole del vivere civile e uomini che non si
fanno scrupolo di violare tali regole. Per quale ragione se non per
questa le comunità si sono sempre dotate di forze dell’ordine? Se
non ci fossero le forze dell’ordine i miti e pacifici sarebbero
sopraffatti dai violenti e prepotenti, non varrebbe la ragione contro il
torto, varrebbe la ragione del più forte. Le forze
dell’ordine garantiscono, per quanto possibile, che questo non accada, la loro
presenza distoglie, per quanto possibile, i violenti e prepotenti dalla loro
intenzione di imporsi sui miti e pacifici.
Questo discorso si può
estendere al rapporto fra gli Stati. Io non credo che esistano popoli
aggressivi e popoli pacifici per natura, credo anzi che tutti i popoli, nella
grande maggioranza, siano amanti della pace. Credo però che negli Stati,
particolarmente (ma non solo) in quelli in cui non vigono le regole della
democrazia, si possano imporre gruppi dirigenti, governi, avidi
di conquista, teorici della supremazia e dunque minacciosi nei confronti di
altri Stati. Questa è la ragione per cui anche gli Stati che
ripudiano la guerra si devono dotare di forze armate in funzione difensiva. Le
forze armate fungono da deterrenza nei confronti di Stati che hanno intenzioni
aggressive, così come, all’interno di uno Stato, le forze dell’ordine fungono
da deterrenza nei confronti di individui violenti e prepotenti.
Naturalmente mantenere le
forze armate, così come mantenere le forze dell’ordine, ha un costo e
tutti noi vorremmo che i soldi, invece di spenderli per le armi, si spendessero
per la sanità e l’istruzione. Pace e disarmo sono una nobile e
sacrosanta aspirazione, purtroppo però, dopo millenni di storia mi pare
che non esistano ancora le condizioni per realizzarla. Io spero che tutti i
popoli, tutti, a mio avviso, in maggioranza ostili alla guerra, facciano
valere il loro desiderio di pace e che, progressivamente, si
possano ridurre le spese per la difesa e impiegare le
risorse economiche e le energie intellettuali non per armarsi sempre più e
sempre meglio, ma per bonificare i deserti, combattere la fame nel mondo,
contrastare i terremoti, diffondere l’istruzione, curare le malattie mortali.
Considerazioni occasionali
Dalla democrazia alla oclocrazia
Recupero un appunto da me scritto qualche anno fa, al tempo del primo governo Conte.
Quando ho sentito il ministro dell’interno (Salvini) contestare ai magistrati il diritto di incriminarlo, in quanto non eletti, e poi il portavoce del premier (Conte) promettere una “megavendetta” alla ragioneria dello Stato, credevo di averle sentite tutte. L’arroganza, mi dicevo, si fonde e confonde con l’ignoranza della struttura dello Stato, del funzionamento delle istituzioni, della divisione e del bilanciamento dei poteri. Ma mi mancava l’ultima chicca: sentire i due vice-premier (Salvini e Di Maio) che invitavano sarcasticamente a candidarsi alle elezioni politiche uomini della Banca d’Italia e dell’Inps, colpevoli di mettere in guardia il governo sui costi insostenibili di riforme prospettate nel DEF. Allora mi è venuta in mente la teoria classica dell’anakiklosis, ovvero la teoria della ciclicità delle tre forme di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia), secondo cui ogni forma è destinata a degenerare e quindi ad essere sostituita dalla forma successiva. E dunque, visto che la nostra attuale forma di governo è la democrazia, non dovremmo meravigliarci di assistere alla sua degenerazione in oclocrazia, ovvero nel governo della massa ignorante, della plebaglia (oclos); è la fase in cui trionfa la demagogia, cioè (leggo dalla Treccani) ”la pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni, specialmente economiche, con promesse difficilmente realizzabili”. Non pare che sia esattamente il nostro caso? E, se è così, ci si deve aspettare il passaggio successivo, ovvero il ritorno della monarchia, cioè del governo di uno solo, che oggi si chiama dittatura. Non ci resta che sperare che la teoria dell’anakiklosis sia infondata…
Su
Trump
Ai tanti motivi di
preoccupazione suscitati dalla presidenza Trump io vorrei aggiungerne un altro.
Siamo sicuri che un tale uomo, che si ritiene chiamato da Dio per fare di nuovo
l’America grande, allo scadere del suo secondo mandato si rassegnerà a tornare
un privato cittadino? Io temo che farà
di tutto per aggirare o abrogare il XXII° emendamento della Costituzione che
vieta ulteriori mandati, certamente supportato dalle violente manifestazioni dei
suoi seguaci, di cui abbiamo già avuto prova nell’indimenticabile assalto a Capitol
Hill.
Sul ministro Valditara
Il ministro Valditara
nella lettera a Repubblica del 19/12/2024, a difesa del suo famoso tweet
“dileggiato da Lagioia” in quanto sgrammaticato, scrive che “tre illustri linguisti, fra cui il
presidente onorario della Crusca, lo hanno considerato rispettoso delle regole
grammaticali e dunque affatto sgrammaticato”. Dubito che gli illustri linguisti
di cui sopra ritengano corretta l’espressione “affatto sgrammaticato” nel senso
di “per niente sgrammaticato”, visto che quell’espressione significa esattamente
il contrario, ovvero “del tutto sgrammaticato”.
Sul diritto internazionale
Non c’è motivo di preoccuparsi, la pace mondiale a
me pare molto vicina. Putin si prende l’Ucraina, Trump si prende la
Groenlandia, Xi Jinping si prende Taiwan e siamo tutti a posto. O no?
Sui contributi di banche e
assicurazioni
Ogni volta che sento
parlare di contributi richiesti a banche e assicurazioni, metto mano al
portafoglio. Sono infatti convinto che gli enti suddetti non intendano perdere
nemmeno un centesimo dei loro profitti, quindi si rifarebbero su noi
correntisti e assicurati, aumentando tariffe, commissioni e spese varie.
Pertanto, onde evitare un’altra tassa occulta a carico del cittadino,
suggerirei al governo di lasciar perdere…
Su Cottarelli e l'uso corretto della lingua italiana
Leggo sul Corriere della sera un articolo di Carlo Cottarelli, esperto di economia e di finanza, sulla questione di un emendamento alla legge di bilancio presentato da Fratelli d’Italia. Si tratta dell’emendamento con cui si rivendica per il popolo italiano la proprietà dell’oro detenuto e gestito dalla Banca d’Italia. Non entro nel merito delle argomentazioni di Cottarelli, che peraltro condivido, ma mi soffermo su una questione grammaticale, ovvero di uso corretto della lingua italiana. A un certo punto Cottarelli si chiede se il motivo di tale emendamento stia nella “potenziale volontà, in un futuro non ben definito, di vendere l’oro, una volta usciti dai trattati europei, ossia dall’euro”. Quindi aggiunge: “non credo che nessuno abbia in mente questo, per fortuna”. Ora, la doppia negazione “non credo che nessuno” comporta un significato contrario a ciò che intendeva Cottarelli, ovvero “credo che qualcuno”. L’espressione corretta sarebbe dovuta essere “credo che nessuno”, oppure “non credo che qualcuno”.
Questioni
di lingua nella ordinanza sull’imam di Torino
Leggo sul Corriere della sera alcune frasi virgolettate tratte
dall’ordinanza con cui i giudici della corte d’appello di Torino hanno
deliberato che l’imam di Torino, Mohamed Shahin, trattenuto nel Cpr di
Caltanissetta, debba tornare libero. Non entro nel merito di tale delibera,
convinto come sono che i giudici abbiano ben valutato i diversi aspetti del
caso in questione e deciso secondo il diritto. Mi disturbano invece, dal
punto di vista linguistico, alcune espressioni, che trovo, come dicevo,
virgolettate. Si parla di “considerazioni di carattere etico e morale”,
mettendo in campo un’accoppiata (“etico
e morale”) che, al solo vederla o sentirla pronunciare, a me fa venire l’orticaria.
Si tratta infatti di una ridondanza,
tipica di chi si vuol dare un tono ma ignora il significato delle parole: etico
e morale significano la stessa cosa, in quanto significano la stessa cosa le
radici delle due parole, l’una dal greco (ethos) e l’altra dal
latino (mos), ovvero “comportamento”,
“costume”. Dunque basta usare una sola
della due parole. Più oltre leggo, a proposito del suddetto imam, la seguente
espressione, sempre virgolettata: si tratta di un cittadino “perfettamente
integrato e completamente incensurato”. Ma che vuol dire “completamente incensurato”? Uno o è incensurato o non lo è, non può
esserlo parzialmente o completamente. Sarebbe come dire di una donna che è “completamente incinta”,
come se potesse esserlo parzialmente.
Naturalmente, se le frasi riportate dal Corriere (mio unico riferimento), non corrispondono a quanto scritto nella ordinanza, mi scuso per le mie osservazioni critiche.
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