domenica 4 ottobre 2026

SU USTICA

 Una cosa che non credo

E’ stata recentemente salutata con un certo entusiasmo la decisione della Francia di dare piena collaborazione all’Italia, inviando tutta la documentazione in suo possesso, al fine di fare luce su quel che successe 46 anni fa (il 26 giugno del 1980) all’aereo DC-9 Itavia che precipitò in mare nei pressi di Ustica, con la conseguente morte delle 81 persone a bordo. A tutt’oggi non sappiamo esattamente la verità su quel tragico evento, ma la ricostruzione giudiziaria più credibile è che il DC-9 sia stato coinvolto in una battaglia nei cieli, dove caccia francesi e/o americani avevano intercettato e intendevano abbattere un aereo militare libico. Si ipotizza che in questo contesto un missile lanciato contro l’aereo libico abbia colpito per errore il DC-9, causandone l’abbattimento. Sull’evento calò il segreto di Stato, per cui seguirono depistaggi di vario tipo, tracce radar mancanti, registri tagliati, omissioni, silenzi imposti, come ampiamente dimostrato dal giornalista Andrea Purgatori in tanti suoi scritti e nel film di Marco Risi, Il muro di Gomma, cui Purgatori collaborò.

A questo punto che senso ha la disponibilità della Francia a offrire piena collaborazione? Va ricordato che questa collaborazione è stata richiesta più volte nel corso degli anni, ma alle domande poste dalla magistratura italiana (sulle tracce dei radar francesi, sulla posizione delle portaerei Clemenceau e Foch, sul personale presente nella base di Solenzara in Corsica, ecc.) non furono mai date risposte esaustive. Del resto, checché ne dicano i francesi (che sostengono di avere sempre collaborato), la loro reticenza è comprensibile, visto che sono fra i maggiori indiziati a proposito del lancio del missile. Proprio Cossiga, che nel 1980 era presidente del consiglio, anni dopo rivelò di aver saputo dai servizi segreti che il DC-9 era stato abbattuto da un missile francese.

Concludo. Mi riesce difficile credere che improvvisamente ai francesi sia venuta voglia di consegnare tutti i documenti in loro possesso (tutti!), soprattutto se questi documenti dimostrano una presenza dei loro caccia nei cieli di Ustica quel 26 giugno del 1980. Credo piuttosto che sarà consegnato qualche documento poco significativo, che non consentirà di fare alcuna luce sull’episodio. E saremo daccapo. Spero di sbagliarmi. Staremo a vedere.

SU GARLASCO

Una cosa che non capisco

Guardando la televisione è inevitabile incrociare nei vari canali le animate discussioni sul caso Garlasco fra avvocati, giornalisti ed esperti vari. Ormai sappiamo tutto di tutti e ci chiediamo: Sempio è innocente e Stasi, già condannato in via definitiva a 16 anni di carcere, è l’unico colpevole? O viceversa Sempio è il vero colpevole e Stasi è vittima di un errore giudiziario? Confesso che in merito non ho alcuna convinzione, ma c’è una cosa che, per quanto mi sforzi, non riesco a capire. Si tratta della famosa bicicletta nera che, secondo l’accusa, Stasi avrebbe usato quando è andato a casa Poggi dove avrebbe ucciso Chiara. Ora, da una parte si dice che Stasi avrebbe cambiato i pedali (che infatti non sono quelli originali montati su quel tipo di bicicletta) perché sporchi di sangue; dall’altra si dice che in quei pedali è stata trovata una traccia di sangue dove è senza dubbio presente il DNA di Chiara. C’è qualcosa che non mi torna, perché mi pare difficile che le due affermazioni possano coesistere: se Stasi ha cambiato i pedali, non si spiega quella traccia di sangue, se invece quella traccia di sangue è sicura, non è credibile che Stasi abbia cambiato i pedali. Non capisco, qualcuno mi può chiarire le idee?

domenica 27 settembre 2026

PUTIN E I NEONAZISTI

 Neonazisti buoni o cattivi?

Io ricordo che quando Putin nel febbraio del 2022 decise di invadere l’Ucraina (o, secondo le sue parole, di intraprendere una “operazione militare speciale”) usò, fra gli altri argomenti, anche quello secondo cui si trattava di “denazificare” quel paese, governato – a suo dire – da nazionalisti di estrema destra. Di fatto non era un argomento del tutto infondato, visto che esistevano in Ucraina gruppi di estrema destra, con richiami al nazismo nei simboli e nell’ideologia (penso al battaglione Azov). Ma era del tutto infondato nella rappresentazione di un paese governato o comunque controllato da neonazisti, giacchè Zelenskyj, che è di origine ebraica e ben lontano da ideologie neonaziste, fu eletto nel 2019 col 73% dei voti in elezioni riconosciute come assolutamente regolari. E dunque mi pare quanto meno azzardato dire che con Zelenskyj è entrato in carica un governo neonazista o controllato dai neonazisti.

Tuttavia Putin voleva “denazificare” l’Ucraina. Ovviamente questo era un ottimo argomento agli occhi di chi, come la stessa popolazione russa, durante la seconda guerra mondiale aveva combattuto contro il nazismo pagando un prezzo altissimo in vite umane. Ciò che mi lascia perplesso è il fatto che formazioni di estrema destra in Europa, con evidenti richiami al nazismo (penso alla AfD in Germania) o al fascismo (penso a Futuro Nazionale di Vannacci in Italia) siano esplicitamente sostenitori di Putin e della sua guerra. E Putin, da parte sua, plaude al successo e alla crescita di tali formazioni, che, lo ripeto, non nascondono la matrice che li ispira.

Ma dunque c’è qualcosa che non funziona, i conti non mi tornano. I neonazisti vanno combattuti ed eliminati in Ucraina, e invece non solo sono benvenuti ma anche  sostenuti nei paesi europei? I neonazisti sono cattivi in Ucraina e buoni nei paesi europei?  Allora diciamoci la verità, questa mancanza di coerenza si spiega in un solo modo: a Putin non importa granché del neonazismo in via di principio, importa solo ciò che è funzionale alla sua guerra. E dire di voler eliminare il neonazismo in Ucraina è funzionale tanto quanto lo è sostenere i neonazisti che nei paesi europei si oppongono ai governi solidali con l’Ucraina aggredita.

sabato 22 agosto 2026

TRAVAGLIO SU FALCONE

 

Travaglio ci crede tutti imbecilli?

Marco Travaglio è solito pubblicare al lunedì, sul giornale che dirige, una sorta di editoriale intitolato “Ma mi faccia il piacere”, in cui riporta frasi di politici o giornalisti, frasi che commenta con battute più o meno spiritose. Lunedì scorso (17/8) ha riportato il seguente passo, tratto da il Foglio, intitolandolo “Gli smemorati di Collegno”: “Parlano Violante, Grasso e Ayala: ‘Falcone non avrebbe cenato con Lavitola’”. Seguiva quindi il commento-battuta di Travaglio: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”.

Il giorno dopo la sorella di Falcone, Maria, ha espresso la sua indignazione per quella battuta che altro non era che una denigrazione infamante di quel magistrato, che è sempre stato solo al servizio dello Stato e non di questo o quel governo. Politici e giornalisti hanno espresso solidarietà a Maria Falcone e accusato Travaglio per quella battuta quanto meno di cattivo gusto.

Il giorno successivo Travaglio ha risposto sul suo giornale sostenendo in sostanza che chi lo accusava non aveva capito il senso di quel commento, perché il fatto che Falcone lavorasse nel governo Andreotti non significava che si fosse adeguato alle relazioni poco limpide del premier con personaggi siciliani notoriamente in odore di mafia; tutt’altro, Falcone, accettando quel ruolo politico nel governo Andreotti (era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia), intendeva combattere la mafia dall’interno, cosa che fece come dimostrano gli atti compiuti. Dunque “mononeuroni” o “sciacalli imbucati” coloro che non hanno capito quella battuta.

E qui mi viene da pensare che Travaglio ci creda tutti imbecilli. La si può girare come la si vuole, ma il senso di quel commento-battuta era inequivocabile. Si allude chiaramente al fatto che la scelta di Falcone, di lavorare nel governo Andreotti, fosse moralmente peggiore di quella di Ranucci, che cenava abitualmente con un noto pregiudicato quale Lavitola. E non credo proprio che Ranucci intendesse combattere dall’interno il mondo di Lavitola… Dunque, per comprendere l’interpretazione che Travaglio ha dato a posteriori di quella battuta – che invece i “mononeuroni” non hanno capito – ci vorrebbe tanta buona volontà e non basterebbero miliardi di neuroni, altro che uno solo.       

lunedì 22 giugno 2026

DEMOCRAZIA E ANTIFASCISMO

Democrazia e antifascismo 

Sul rapporto fra democrazia e antifascismo ho un ricordo preciso legato al tempo in cui insegnavo. Parlavo della Costituzione italiana, di quando è nata, di chi l’ha elaborata e delle sue caratteristiche, quindi mi trovai ad affermare che la nostra Costituzione è per sua natura democratica e antifascista. Qualcuno dei ragazzi obiettò che questa era un’affermazione contraddittoria perché non si può essere democratici e allo stesso tempo anti qualcuno o qualche idea. No, risposi io, è un’affermazione tautologica e ti spiego perché. Se il fascismo è – come lo è stato storicamente – dittatura, soppressione della libertà di stampa e dei partiti, imposizione del partito unico e infine leggi razziali, il fascismo è l’antitesi della democrazia. Dunque dire antifascista equivale a dire democratico e dire che la nostra Costituzione è democratica e antifascista non è per niente contraddittorio, ma è, appunto, tautologico.

Questo lo ripeterei oggi a tutti i sedicenti democratici che rifiutano di definirsi antifascisti. Evidentemente hanno delle idee particolari tanto sulla democrazia quanto sul fascismo.

sabato 16 maggio 2026

L'ITALIA E IL RIPESCAGGIO AI MONDIALI

 Ripescare l’Italia?

Mi è capitato di assistere ad alcune discussioni in TV sulla questione dell’eventuale ripescaggio dell’Italia ai prossimi mondiali di calcio. So bene che ipotesi di ripescaggio, assolutamente immotivate, erano circolate anche nelle precedenti due occasioni in cui l’Italia non si era qualificata sul campo. Questa volta l’ipotesi si fonda sulla possibilità che l’Iran, in guerra con gli USA, sia costretto a rinunciare ai mondiali che si terranno proprio negli USA (oltre che in Messico e Canada). Ora, a parte il fatto che anche questa volta l’ipotesi ripescaggio sembra destinata a cadere nel vuoto, visto che sia il presidente della FIFA sia la stessa squadra iraniana hanno garantito la partecipazione dell’Iran ai mondiali, a me interessa esprimere il mio parere proprio sulla eventualità che il ripescaggio si renda necessario.

Ho sentito sia giornalisti che ex giocatori di calcio (ad esempio Tardelli e Collovati) sostenere con forza che il ripescaggio dell’Italia sarebbe moralmente inaccettabile, perché la qualificazione si deve ottenere sul campo.  A me pare ovvio che la qualificazione si debba ottenere sul campo, ma allora che si dovrebbe fare nel caso in cui una squadra, per qualsiasi ragione, rinunci a partecipare? In questo caso si è sempre ricorso al ripescaggio (vedi il caso famoso della Danimarca, ripescata, a seguito dell’esclusione della Jugoslavia, agli Europei del 1992, che poi addirittura vinse) ed è altrettanto ovvio che la squadra ripescata, quale che sia, non aveva ottenuto la qualificazione sul campo. Dunque non ha senso parlare di inaccettabilità di un ripescaggio dell’Italia. Caso mai è un’altra l’obiezione che ha senso, e cioè che la squadra con diritto ad essere eventualmente ripescata è la squadra asiatica che è arrivata seconda nel girone in cui si era qualificato l’Iran (la terza in questo caso, ovvero gli Emirati Arabi Uniti, dato che la seconda, l’Uzbekistan, si era qualificata direttamente). E’ questa l’obiezione che condivido, non contano, secondo me, né il ranking FIFA (dove l’Italia è dodicesima), né i mondiali vinti (quattro dall’Italia). Ma, ripeto, a me pare una sciocchezza l’idea che il ripescaggio sia, in via di principio, moralmente inaccettabile. Se, per qualche ragione puramente ipotetica, la Norvegia o la Bosnia avessero dovuto rinunciare ai mondiali, l’Italia non avrebbe forse avuto il diritto di essere ripescata?  


martedì 21 aprile 2026

SULLE SCUSE E SUL PERDONO

 

Scuse, perdono e giornalismo spettacolo

Più di una volta, ultimamente, mi è capitato di sentire l’autore di un omicidio, anche efferato, o i suoi parenti, chiedere scusa ai famigliari della vittima. Scusa? Ma scusa si chiede, ad esempio, dopo avere urtato involontariamente una persona, non dopo averla uccisa intenzionalmente. In questo caso, tutt’al più, mi aspetto che l’omicida – che sia sincero o no – chieda il perdono, non certo di essere scusato. Una richiesta però che niente ha a che vedere con quella del solito giornalista arrembante che dopo il delitto si precipita davanti all’abitazione della vittima per chiedere al parente più stretto se intende perdonare l’assassino. Qui siamo nel giornalismo spettacolo che spera in una risposta che, in un senso o nell’altro, susciti polemiche. Il perdono invece, concesso anche senza essere richiesto, è una cosa seria che ha a che fare con un autentico sentimento cristiano.

SU LEONARDO MENOMATO

 

Scuola media L. da Vinci

Recentemente, in un paio di occasioni, la cronaca ha parlato di violenza a base di coltello da parte di minori nelle scuole. Su questa esplosione di violenza minorile molto si è detto, come sempre, sulle responsabilità della società, della scuola, della famiglia, dei videogiochi, dei cellulari e chi più ne ha più ne metta…  A me ha colpito un particolare secondario, che non dice niente sulla violenza ma molto sulla sciatteria. In entrambi i casi la televisione ha mostrato le scuole dove gli episodi si sono verificati, ed entrambe le scuole avevano la stessa intitolazione: “Scuola media L. da Vinci”.  Proprio così: “L. da Vinci” , da non credere! Elle puntato invece di scrivere per intero il nome di quel genio italiano! Chissà se è stata una indicazione del ministero sulla opportunità di risparmiare sulle dimensioni della targa.

martedì 31 marzo 2026

DELMASTRO E LA "LEGGEREZZA"


Delmastro è stato “leggero” ?


La presidente del consiglio Meloni, non solo prima ma anche dopo il referendum, quando ha invitato il sottosegretario alla giustizia Delmastro a dare le dimissioni, ha detto che si era comportato con “leggerezza” associandosi in un’impresa commerciale con la figlia appena maggiorenne di un noto prestanome di un altrettanto noto clan camorristico. Il dimissionario Delmastro si è giustificato dicendo che non sapeva che la ragazza appena maggiorenne con cui si era associato fosse figlia del suddetto prestanome (e come tale condannato in via definitiva), quindi ha ammesso di essere stato “leggero”, ben felice di concordare con la premier su un termine che, in tutta evidenza, sminuiva la sua colpa. Non ha detto sono stato superficiale, avventato, incauto, sprovveduto. No, ha detto sono stato leggero.

Ebbene, se Delmastro conoscesse le Lezioni americane di Calvino, saprebbe che ce n’è una dedicata proprio alla “leggerezza”. Ma la leggerezza di cui parla Calvino è una condizione privilegiata, una virtù, un obiettivo non alla portata di tutti: è quella di Cavalcanti che, “come colui che leggerissimo era”, con un salto sopra una pietra tombale si libera di una brigata che lo stava importunando; è la leggerezza di Emily Dickinson che si sente lei stessa quella rosa che descrive con un linguaggio di rarefatta consistenza ed è la leggerezza di Leopardi che, ogni volta che descrive l’apparizione della luna, “toglie al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare”.

No, Delmastro non è stato leggero. E’ stato pesante, in questa occasione come in altre precedenti. E’ una pesantezza che appartiene alla sua natura e che non ha niente a che vedere con la leggerezza – comunque la si voglia interpretare. 



giovedì 26 febbraio 2026

SUL REFERENDUM DEL 22 E 23 MARZO

 

“Sì” o “no” al referendum?

Alcuni amici chiedono il mio parere sul voto al referendum che si terrà il 22 e 23 marzo prossimi. Per quanto io non sia un esperto della materia oggetto del referendum, mi sono informato e dunque prima di tutto cercherò di spiegare, nella maniera più chiara e sintetica possibile, i termini della questione e il punto di vista degli opposti schieramenti. Quindi non tacerò la mia opinione e la mia scelta di voto.

Si tratta del voto sulla cosiddetta “separazione delle carriere” fra magistratura giudicante (i giudici) e magistratura requirente (i pubblici ministeri). In verità  non solo su questo si dirà sì o no nello stesso referendum, ma anche sulla istituzione di due CSM (Consigli Superiori della Magistratura: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri) al posto dell’unico a tutt’oggi esistente, nonché sulla istituzione di una Alta Corte, con la funzione di valutare i magistrati sotto l’aspetto disciplinare (funzione finora esercitata dal CSM). Non è tutto. I componenti dei due CSM e dell’Alta Corte disciplinare non saranno eletti, ma sorteggiati: precisamente, i due terzi dei componenti dei due CSM  saranno estratti a sorte fra tutti i magistrati giudicanti e requirenti (sono i cosiddetti “togati”), mentre un terzo sarà estratto a sorte da un elenco composto da avvocati c on almeno quindici anni di esercizio e professori universitari in materie giuridiche, scelti dal Parlamento in seduta comune (sono i cosiddetti “laici”). Quanto all’Alta Corte, a parte i tre componenti nominati dal Presidente della Repubblica, per i nove “togati” (sei "giudicanti" e tre "requirenti") e per i tre “laici” vale lo stesso metodo di sorteggio descritto sopra.

I sostenitori del “sì” (si tratta ovviamente della maggioranza governativa, ma ci sono anche esponenti dell’opposizione che hanno dichiarato il loro voto per il “sì”) ritengono che la separazione delle carriere garantisca la “terzietà” (cioè, la imparzialità) del giudice fra accusa e difesa. Se il giudice e il PM (il pubblico ministero), che rappresenta l’accusa, hanno la stessa formazione, appartengono allo stesso mondo, addirittura possono passare da una funzione all’altra (dalla giudicante alla requirente e viceversa, tanto che si è parlato di “porte girevoli” e conflitti di interesse), è conseguente che nel processo ci sia un vantaggio per l’accusa e uno svantaggio per la difesa. Quanto al sorteggio, invece dell’elezione, dei componenti dei due CSM e dell’Alta Corte, si tratta di una soluzione che si è resa necessaria, visto che le precedenti elezioni erano caratterizzate dalla lotta fra le diverse correnti interne alla magistratura, una lotta che portava alla elezione non dei più capaci, ma dei più fedeli alla linea della corrente. E’ infine infondata l’accusa da parte degli oppositori che con questa riforma si mini l’autonomia del potere giudiziario e l’azione del PM finisca per essere indirizzata dal potere esecutivo (cioè, dal governo); accusa infondata, perché niente nella riforma modifica i principi costituzionali che sanciscono l’autonomia della magistratura.

I sostenitori del “no” obiettano anzitutto, a proposito della separazione delle carriere, che gli esiti dei processi (dove le richieste della accusa e della difesa vengono accolte o respinte in maniera paritaria) dimostrano ampiamente la “terzietà” del giudice, che dunque non è per niente schiacciato sulla posizione del PM. Va inoltre ricordato che, mentre l’avvocato difende in tutti i modi (come è giusto) l’imputato, il PM, a norma dell’articolo 358 del codice di procedura penale, è tenuto a cercare anche le prove a favore dell’imputato e, nel caso, a chiederne l’archiviazione o l’assoluzione. Quanto al passaggio da una funzione all’altra, a seguito della riforma Cartabia del 2022, esso è consentito una sola volta, entro i primi dieci anni della carriera, e per di più cambiando regione (dunque non ci sarebbero quelle “porte girevoli” di cui parlano i sostenitori del “sì”). Sul metodo del sorteggio per la nomina dei componenti dei due CSM e dell’Alta Corte si fanno le seguenti osservazioni: anche se è vero che la lotta fra le correnti ha portato a riprovevoli pratiche spartitorie (ad esempio, per quanto riguarda le nomine dei dirigenti nei diversi uffici giudiziari), non è per niente detto che con il sorteggio tali pratiche vengano eliminate; e certamente il sorteggio non garantisce che siano i più competenti e capaci a far parte dei suddetti organismi; al contrario, i componenti “laici” sono sì sorteggiati, ma all’interno di un ristretto elenco predisposto dal Parlamento (dove ovviamente si farà valere la maggioranza politica esistente); e dunque tale componente, anche se minoritaria, non potrà non incidere in maniera significativa in organismi in cui i “togati” sono scelti in maniera assolutamente casuale. Infine, per quanto i sostenitori del “sì” lo neghino, la riforma sembra orientata a limitare l’autonomia della magistratura e, in prospettiva,  a fare del PM, tramite leggi ordinarie, un esecutore dell’indirizzo politico della maggioranza governativa.  

Credo di avere elencato i punti più importanti, anche se altre argomentazioni si potrebbero portare a sostegno dell’una e dell’altra posizione. Aggiungo solo che il voto al referendum avrà inevitabilmente anche un valore politico, poiché la vittoria del “sì” rafforzerà il governo in carica, autore della riforma, la vittoria del “no” smentirà il governo e dunque rafforzerà l’opposizione.

Io non sono neutrale, una mia idea me la sono fatta, ho già deciso quale sarà il mio voto e lo dico chiaramente: voterò “no”. Faccio alcune osservazioni. Sul principio della separazione delle carriere mi trovo pienamente d’accordo con quanto sostengono gli oppositori. Non sono per niente convinto che nella situazione attuale sia a rischio la “terzietà” del giudice; temo invece che la separazione delle carriere punti a sottoporre il PM al potere dell’esecutivo. Nemmeno mi piace il metodo del sorteggio per un organismo costituzionale quale il CSM; non mi è mai piaciuto il principio dell’uno vale uno di grillina memoria; fatto salvo il diritto di ognuno ad aspirare alle più alte cariche, in ogni campo ci sono i più capaci e competenti e i meno capaci e competenti. Altre osservazioni si potrebbero fare ma mi limito a dire che trovo deprecabile sostenere, in maniera più o meno esplicita, che con questa riforma si porrà fine ai mali atavici della giustizia italiana, come la sua lentezza o certe sue disfunzioni messe in evidenza da casi mediaticamente famosi (il caso Tortora, il caso Garlasco…). La riforma in questione non incide per niente su questi aspetti e sostenere, o lasciare intendere, il contrario è un modo di ingannare gli elettori. Infine, a nome di coloro che ritengono che con questa riforma si voglia limitare il potere della magistratura e far valere il potere della politica, vorrei chiedere al ministro della giustizia Nordio: mi spieghi che cosa intendeva dire quando ha detto che “la riforma fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale”, ed anche quando ha detto, rivolgendosi alla segretaria del PD, Schlein, che dovrebbe essere contenta della riforma perché gioverà anche al centrosinistra quando un domani sarà al governo. Che cosa intendeva dire se non che con questa riforma la maggioranza governativa si può proteggere da eventuali indagini della magistratura? Non vedo altra risposta diversa da questa. E non mi piace.

mercoledì 7 gennaio 2026

TRUMP, TUCIDIDE E IL MARCHESE DEL GRILLO

Sul diritto internazionale (Trump, Tucidide e il Marchese del Grillo)

Il candidato al premio Nobel per la pace, D. Trump, dimostrando disprezzo per il diritto internazionale, per la Carta delle Nazioni Unite e per ogni altra conquista del progresso civile, non solo ha ordinato il rapimento del presidente di uno Stato straniero, ma ha anche minacciato simili interventi in altri paesi (Colombia, Messico, per ora…), come se l’intera America latina fosse il cortile di casa sua. E non si è fatto scrupolo di dirlo chiaramente: le Americhe sono sotto il controllo degli USA, che sono lo Stato militarmente più forte non solo dell’occidente, ma dell’intero pianeta. A dimostrazione di questa verità ora pretende l’annessione della Groenlandia, poi, immagino, toccherà al Canada. Come non riconoscere in tutto ciò la volontà spudorata, senza veli, di far valere la legge del più forte? Si tratta dello stesso atteggiamento del Marchese del Grillo, quando rispondeva, con parole rozze ma ben comprensibili, a chi gli chiedeva il perché di una prepotenza: “Perché io so’ io, e voi non siete un cazzo”.

Ma queste parole non sono che la versione popolare e comica di una tragica realtà, riconosciuta agli albori della nostra civiltà da Tucidide, quando riporta, nella sua opera sulla guerra del Peloponneso, il “dialogo terribile” (così lo chiama Nietzsche) fra gli ambasciatori ateniesi e i governanti dell’isola di Melo. Questi ultimi vorrebbero restare neutrali in quella guerra che vede lo scontro micidiale fra Atene e Sparta. Gli ambasciatori ateniesi invece pretendono la sottomissione dell’isola, e lo dicono senza giri di parole, senza alcuna giustificazione di ordine giuridico, politico, militare, economico e tanto meno morale; dicono semplicemente e chiaramente che giustizia e diritto valgono fra uguali che dispongono di pari forze, altrimenti “chi è più forte esige quanto è possibile e chi è più debole acconsente”; e nemmeno serve ai Melii appellarsi alla giustizia divina, giacché gli dei stessi avallano la legge del più forte, una legge – concludono gli Ateniesi -  “di cui ci serviamo senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza”. I Melii non vollero cedere e subirono una punizione durissima: l’isola fu messa a ferro e fuoco, gli uomini trucidati, donne e bambini venduti come schiavi.

Torniamo a noi. Oggi i rapporti fra uguali, che dispongono di pari forze, è fra USA, Cina e Russia. Su tutti gli altri, che non si rassegnino a sottomettersi, incombe la minaccia del destino dei Melii. 

martedì 16 dicembre 2025

L'ORDINANZA SULL'IMAM DI TORINO

 

Questioni di lingua nella ordinanza sull’imam di Torino

Leggo sul Corriere della sera alcune frasi virgolettate tratte dall’ordinanza con cui i giudici della corte d’appello di Torino hanno deliberato che l’imam di Torino, Mohamed Shahin, trattenuto nel Cpr di Caltanissetta, debba tornare libero. Non entro nel merito di tale delibera, convinto come sono che i giudici abbiano ben valutato i diversi aspetti del caso in questione e deciso secondo il diritto. Mi disturbano invece, dal punto di vista linguistico, alcune espressioni, che trovo, come dicevo, virgolettate. Si parla di “considerazioni di carattere etico e morale”, mettendo in campo un’accoppiata (“etico e morale”) che, al solo vederla o sentirla pronunciare, a me fa venire l’orticaria. Si tratta infatti di una ridondanza, tipica di chi si vuol dare un tono ma ignora il significato delle parole: etico e morale significano la stessa cosa, in quanto significano la stessa cosa le radici delle due parole, l’una dal greco (ethos) e l’altra dal latino (mos), ovvero “comportamento”, “costume”. Dunque basta usare una sola della due parole. Più oltre leggo, a proposito del suddetto imam, la seguente espressione, sempre virgolettata: si tratta di un cittadino “perfettamente integrato e completamente incensurato”.  Ma che vuol dire “completamente incensurato”? Uno o è incensurato o non lo è, non può esserlo parzialmente o completamente. Sarebbe come dire di una donna che è “completamente incinta”, come se potesse esserlo parzialmente.

Naturalmente, se le frasi riportate dal Corriere (mio unico riferimento), non corrispondono a quanto scritto nella ordinanza, mi scuso per le mie osservazioni critiche.