sabato 24 ottobre 2026

MUSSOLINI E LA SERIE TELEVISIVA

 Sulla serie M, il figlio del secolo

Viene riproposta in televisione la serie M, il figlio del secolo, tratta dal romanzo di Antonio Scurati, una serie già molto apprezzata a suo tempo dalla maggioranza dei commentatori, e tuttavia duramente criticata da una minoranza. Faccio parte di questa minoranza e ribadisco che non riesco a capire come si possa apprezzare una simile ricostruzione delle origini del fascismo. A parte gli svarioni storici (che non è poco…) denunciati da Giordano Bruno Guerri, faccio fatica ad accettare l’immagine macchiettistica, caricaturale di Mussolini e nell’insieme la banalizzazione del fascismo. Altrettanto inaccettabile, perché incomprensibile, il passaggio improvviso dal tono suddetto ad uno splatter di infimo ordine, con violenza da macelleria e sangue che sprizza da tutte le parti. A che serva un’opera così, priva di una seria ricostruzione storica, proprio non saprei. Ho sentito lo sceneggiatore Bises dire che in Mussolini si è voluto rappresentare il tipico italiano, vile ed opportunista, ben personificato nel cinema da Alberto Sordi. Allora, per chi non lo sapesse, ricordo che fascisti e neofascisti hanno sempre detestato Alberto Sordi, indicato come un modello assolutamente negativo, l’italiano da eliminare, proprio perché vile ed opportunista, l’italiano “in pantofole” e del “tengo famiglia”. Dunque anche in questo caso direi a Bises che hanno rappresentato Mussolini secondo una loro idea, sbagliata, non corrispondente alla realtà storica.

Quanto a Scurati, che ha avallato l’operazione, lo ritengo un mediocre suggestionato, suppongo, dal regista (Wright) e da chissà chi altro, visto che la ricostruzione della serie non corrisponde pienamente alla parte documentata del romanzo,  dove gli elementi storici per comprendere le origini del fascismo ci sono, senza doverle ridurre ad una specie di barzelletta.

Nemmeno mi è piaciuta la scelta teatrale dei cosiddetti “a parte”, ovvero i momenti in cui Mussolini si rivolge direttamente a noi spettatori facendo anche qualche riferimento al nostro presente, una scelta invece tanto apprezzata da tanti. Ma siamo sempre lì: non mi piace quel Mussolini che mi sorride, ammicca e mi fa anche l’occhiolino, non mi piace perché mi ricorda un pagliaccio e non quel personaggio tragico che invece è stato.

 

martedì 13 ottobre 2026

SAGGEZZA DI SOLONE

 Affrontare i malanni

In questa fase della mia vita mi viene in mente un passo tratto dai Fatti e detti memorabili di Valerio Massimo (precisamente VII, 2, ext. 2), laddove è riportato un aneddoto attribuito a Solone, il quale, volendo consolare un amico gravemente afflitto (graviter maerentem), lo esorta a smettere di piangere come se fossero solo suoi i malanni che invece sono propri di tutti gli uomini di tutte le generazioni (mitte mortalium incommoda tamquam propria deflere). Quindi dice: “Si in unum locum cuncti mala sua contulissent, futurum ut propria deportare domum quam ex communi miseriarum acervo portionem suam ferre mallent”. E cioè: se tutti avessero portato i propri malanni in un unico luogo, preferirebbero riportare a casa i propri piuttosto che prendere la propria quota (a caso) dal mucchio comune delle sofferenze.

Certo, questa è una bella verità, ma dipende anche dalla gravità dei mali che si portano nel mucchio, per cui non escluderei che qualcuno potrebbe preferire una quota a caso piuttosto che riprendersi i propri.

sabato 10 ottobre 2026

SUI CONTRIBUTI DI BANCHE ED ASSICURAZIONI

Pagheranno i cittadini

Poiché se ne torna a parlare, ripropongo identico lo stesso commento che ho postato nel dicembre dello scorso anno.

Ogni volta che sento parlare di contributi richiesti a banche e assicurazioni, metto mano al portafoglio. Sono infatti convinto che gli enti suddetti non intendano perdere nemmeno un centesimo dei loro profitti, quindi si rifarebbero su noi correntisti e assicurati, aumentando tariffe, commissioni e spese varie. Pertanto, onde evitare un’altra tassa occulta a carico del cittadino, suggerirei al governo di lasciar perdere…

domenica 4 ottobre 2026

SU USTICA

 Una cosa che non credo

E’ stata recentemente salutata con un certo entusiasmo la decisione della Francia di dare piena collaborazione all’Italia, inviando tutta la documentazione in suo possesso, al fine di fare luce su quel che successe 46 anni fa (il 26 giugno del 1980) all’aereo DC-9 Itavia che precipitò in mare nei pressi di Ustica, con la conseguente morte delle 81 persone a bordo. A tutt’oggi non sappiamo esattamente la verità su quel tragico evento, ma la ricostruzione giudiziaria più credibile è che il DC-9 sia stato coinvolto in una battaglia nei cieli, dove caccia francesi e/o americani avevano intercettato e intendevano abbattere un aereo militare libico. Si ipotizza che in questo contesto un missile lanciato contro l’aereo libico abbia colpito per errore il DC-9, causandone l’abbattimento. Sull’evento calò il segreto di Stato, per cui seguirono depistaggi di vario tipo, tracce radar mancanti, registri tagliati, omissioni, silenzi imposti, come ampiamente dimostrato dal giornalista Andrea Purgatori in tanti suoi scritti e nel film di Marco Risi, Il muro di Gomma, cui Purgatori collaborò.

A questo punto che senso ha la disponibilità della Francia a offrire piena collaborazione? Va ricordato che questa collaborazione è stata richiesta più volte nel corso degli anni, ma alle domande poste dalla magistratura italiana (sulle tracce dei radar francesi, sulla posizione delle portaerei Clemenceau e Foch, sul personale presente nella base di Solenzara in Corsica, ecc.) non furono mai date risposte esaustive. Del resto, checché ne dicano i francesi (che sostengono di avere sempre collaborato), la loro reticenza è comprensibile, visto che sono fra i maggiori indiziati a proposito del lancio del missile. Proprio Cossiga, che nel 1980 era presidente del consiglio, anni dopo rivelò di aver saputo dai servizi segreti che il DC-9 era stato abbattuto da un missile francese.

Concludo. Mi riesce difficile credere che improvvisamente ai francesi sia venuta voglia di consegnare tutti i documenti in loro possesso (tutti!), soprattutto se questi documenti dimostrano una presenza dei loro caccia nei cieli di Ustica quel 26 giugno del 1980. Credo piuttosto che sarà consegnato qualche documento poco significativo, che non consentirà di fare alcuna luce sull’episodio. E saremo daccapo. Spero di sbagliarmi. Staremo a vedere.

SU GARLASCO

Una cosa che non capisco

Guardando la televisione è inevitabile incrociare nei vari canali le animate discussioni sul caso Garlasco fra avvocati, giornalisti ed esperti vari. Ormai sappiamo tutto di tutti e ci chiediamo: Sempio è innocente e Stasi, già condannato in via definitiva a 16 anni di carcere, è l’unico colpevole? O viceversa Sempio è il vero colpevole e Stasi è vittima di un errore giudiziario? Confesso che in merito non ho alcuna convinzione, ma c’è una cosa che, per quanto mi sforzi, non riesco a capire. Si tratta della famosa bicicletta nera che, secondo l’accusa, Stasi avrebbe usato quando è andato a casa Poggi dove avrebbe ucciso Chiara. I pedali di quella bici sono stati analizzati dal RIS di Parma, con risultati oggetto di scontri fra le parti e conseguenti accuse al RIS di trascuratezza, di errori, se non di malafede. Questa sarebbe la questione centrale, ma a me interessa una questione apparentemente secondaria, ed è la seguente: da una parte si dice che Stasi avrebbe cambiato i pedali (che infatti non sarebbero quelli originali montati su quel tipo di bicicletta) perché sporchi di sangue; dall’altra si dice che in quei pedali è stata trovata una traccia – non si sa se di sangue – dove è senza dubbio presente il DNA di Chiara. C’è qualcosa che non mi torna, perché mi pare difficile che le due affermazioni possano coesistere: se Stasi ha cambiato i pedali, non si spiega quella traccia, se invece quella traccia è sicura, non è credibile che Stasi abbia cambiato i pedali. Non capisco, si sta forse parlando di due biciclette diverse? A me non sembra, qualcuno mi può chiarire le idee?



domenica 27 settembre 2026

PUTIN E I NEONAZISTI

 Neonazisti buoni o cattivi?

Io ricordo che quando Putin nel febbraio del 2022 decise di invadere l’Ucraina (o, secondo le sue parole, di intraprendere una “operazione militare speciale”) usò, fra gli altri argomenti, anche quello secondo cui si trattava di “denazificare” quel paese, governato – a suo dire – da nazionalisti di estrema destra. Di fatto non era un argomento del tutto infondato, visto che esistevano in Ucraina gruppi di estrema destra, con richiami al nazismo nei simboli e nell’ideologia (penso al battaglione Azov). Ma era del tutto infondato nella rappresentazione di un paese governato o comunque controllato da neonazisti, giacchè Zelenskyj, che è di origine ebraica e ben lontano da ideologie neonaziste, fu eletto nel 2019 col 73% dei voti in elezioni riconosciute come assolutamente regolari. E dunque mi pare quanto meno azzardato dire che con Zelenskyj è entrato in carica un governo neonazista o controllato dai neonazisti.

Tuttavia Putin voleva “denazificare” l’Ucraina. Ovviamente questo era un ottimo argomento agli occhi di chi, come la stessa popolazione russa, durante la seconda guerra mondiale aveva combattuto contro il nazismo pagando un prezzo altissimo in vite umane. Ciò che mi lascia perplesso è il fatto che formazioni di estrema destra in Europa, con evidenti richiami al nazismo (penso alla AfD in Germania) o al fascismo (penso a Futuro Nazionale di Vannacci in Italia) siano esplicitamente sostenitori di Putin e della sua guerra. E Putin, da parte sua, plaude al successo e alla crescita di tali formazioni, che, lo ripeto, non nascondono la matrice che li ispira.

Ma dunque c’è qualcosa che non funziona, i conti non mi tornano. I neonazisti vanno combattuti ed eliminati in Ucraina, e invece non solo sono benvenuti ma anche  sostenuti nei paesi europei? I neonazisti sono cattivi in Ucraina e buoni nei paesi europei?  Allora diciamoci la verità, questa mancanza di coerenza si spiega in un solo modo: a Putin non importa granché del neonazismo in via di principio, importa solo ciò che è funzionale alla sua guerra. E dire di voler eliminare il neonazismo in Ucraina è funzionale tanto quanto lo è sostenere i neonazisti che nei paesi europei si oppongono ai governi solidali con l’Ucraina aggredita.

sabato 22 agosto 2026

TRAVAGLIO SU FALCONE

 Travaglio ci crede tutti imbecilli?

Marco Travaglio è solito pubblicare al lunedì, sul giornale che dirige, una sorta di editoriale intitolato “Ma mi faccia il piacere”, in cui riporta frasi di politici o giornalisti, frasi che commenta con battute più o meno spiritose. Lunedì scorso (17/8) ha riportato il seguente passo, tratto da il Foglio, intitolandolo “Gli smemorati di Collegno”: “Parlano Violante, Grasso e Ayala: ‘Falcone non avrebbe cenato con Lavitola’”. Seguiva quindi il commento-battuta di Travaglio: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”.

Il giorno dopo la sorella di Falcone, Maria, ha espresso la sua indignazione per quella battuta che altro non era che una denigrazione infamante di quel magistrato, che è sempre stato solo al servizio dello Stato e non di questo o quel governo. Politici e giornalisti hanno espresso solidarietà a Maria Falcone e accusato Travaglio per quella battuta quanto meno di cattivo gusto.

Il giorno successivo Travaglio ha risposto sul suo giornale sostenendo in sostanza che chi lo accusava non aveva capito il senso di quel commento, perché il fatto che Falcone lavorasse nel governo Andreotti non significava che si fosse adeguato alle relazioni poco limpide del premier con personaggi siciliani notoriamente in odore di mafia; tutt’altro, Falcone, accettando quel ruolo politico nel governo Andreotti (era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia), intendeva combattere la mafia dall’interno, cosa che fece come dimostrano gli atti compiuti. Dunque “mononeuroni” o “sciacalli imbucati” coloro che non hanno capito quella battuta.

E qui mi viene da pensare che Travaglio ci creda tutti imbecilli. La si può girare come la si vuole, ma il senso di quel commento-battuta era inequivocabile. Si allude chiaramente al fatto che la scelta di Falcone, di lavorare nel governo Andreotti, fosse moralmente peggiore di quella di Ranucci, che cenava abitualmente con un noto pregiudicato quale Lavitola. E non credo proprio che Ranucci intendesse combattere dall’interno il mondo di Lavitola… Dunque, per comprendere l’interpretazione che Travaglio ha dato a posteriori di quella battuta – che invece i “mononeuroni” non hanno capito – ci vorrebbe tanta buona volontà e non basterebbero miliardi di neuroni, altro che uno solo.       

lunedì 22 giugno 2026

DEMOCRAZIA E ANTIFASCISMO

Democrazia e antifascismo 

Sul rapporto fra democrazia e antifascismo ho un ricordo preciso legato al tempo in cui insegnavo. Parlavo della Costituzione italiana, di quando è nata, di chi l’ha elaborata e delle sue caratteristiche, quindi mi trovai ad affermare che la nostra Costituzione è per sua natura democratica e antifascista. Qualcuno dei ragazzi obiettò che questa era un’affermazione contraddittoria perché non si può essere democratici e allo stesso tempo anti qualcuno o qualche idea. No, risposi io, è un’affermazione tautologica e ti spiego perché. Se il fascismo è – come lo è stato storicamente – dittatura, soppressione della libertà di stampa e dei partiti, imposizione del partito unico e infine leggi razziali, il fascismo è l’antitesi della democrazia. Dunque dire antifascista equivale a dire democratico e dire che la nostra Costituzione è democratica e antifascista non è per niente contraddittorio, ma è, appunto, tautologico.

Questo lo ripeterei oggi a tutti i sedicenti democratici che rifiutano di definirsi antifascisti. Evidentemente hanno delle idee particolari tanto sulla democrazia quanto sul fascismo.

sabato 16 maggio 2026

L'ITALIA E IL RIPESCAGGIO AI MONDIALI

 Ripescare l’Italia?

Mi è capitato di assistere ad alcune discussioni in TV sulla questione dell’eventuale ripescaggio dell’Italia ai prossimi mondiali di calcio. So bene che ipotesi di ripescaggio, assolutamente immotivate, erano circolate anche nelle precedenti due occasioni in cui l’Italia non si era qualificata sul campo. Questa volta l’ipotesi si fonda sulla possibilità che l’Iran, in guerra con gli USA, sia costretto a rinunciare ai mondiali che si terranno proprio negli USA (oltre che in Messico e Canada). Ora, a parte il fatto che anche questa volta l’ipotesi ripescaggio sembra destinata a cadere nel vuoto, visto che sia il presidente della FIFA sia la stessa squadra iraniana hanno garantito la partecipazione dell’Iran ai mondiali, a me interessa esprimere il mio parere proprio sulla eventualità che il ripescaggio si renda necessario.

Ho sentito sia giornalisti che ex giocatori di calcio (ad esempio Tardelli e Collovati) sostenere con forza che il ripescaggio dell’Italia sarebbe moralmente inaccettabile, perché la qualificazione si deve ottenere sul campo.  A me pare ovvio che la qualificazione si debba ottenere sul campo, ma allora che si dovrebbe fare nel caso in cui una squadra, per qualsiasi ragione, rinunci a partecipare? In questo caso si è sempre ricorso al ripescaggio (vedi il caso famoso della Danimarca, ripescata, a seguito dell’esclusione della Jugoslavia, agli Europei del 1992, che poi addirittura vinse) ed è altrettanto ovvio che la squadra ripescata, quale che sia, non aveva ottenuto la qualificazione sul campo. Dunque non ha senso parlare di inaccettabilità di un ripescaggio dell’Italia. Caso mai è un’altra l’obiezione che ha senso, e cioè che la squadra con diritto ad essere eventualmente ripescata è la squadra asiatica che è arrivata seconda nel girone in cui si era qualificato l’Iran (la terza in questo caso, ovvero gli Emirati Arabi Uniti, dato che la seconda, l’Uzbekistan, si era qualificata direttamente). E’ questa l’obiezione che condivido, non contano, secondo me, né il ranking FIFA (dove l’Italia è dodicesima), né i mondiali vinti (quattro dall’Italia). Ma, ripeto, a me pare una sciocchezza l’idea che il ripescaggio sia, in via di principio, moralmente inaccettabile. Se, per qualche ragione puramente ipotetica, la Norvegia o la Bosnia avessero dovuto rinunciare ai mondiali, l’Italia non avrebbe forse avuto il diritto di essere ripescata?  


martedì 21 aprile 2026

SULLE SCUSE E SUL PERDONO

 

Scuse, perdono e giornalismo spettacolo

Più di una volta, ultimamente, mi è capitato di sentire l’autore di un omicidio, anche efferato, o i suoi parenti, chiedere scusa ai famigliari della vittima. Scusa? Ma scusa si chiede, ad esempio, dopo avere urtato involontariamente una persona, non dopo averla uccisa intenzionalmente. In questo caso, tutt’al più, mi aspetto che l’omicida – che sia sincero o no – chieda il perdono, non certo di essere scusato. Una richiesta però che niente ha a che vedere con quella del solito giornalista arrembante che dopo il delitto si precipita davanti all’abitazione della vittima per chiedere al parente più stretto se intende perdonare l’assassino. Qui siamo nel giornalismo spettacolo che spera in una risposta che, in un senso o nell’altro, susciti polemiche. Il perdono invece, concesso anche senza essere richiesto, è una cosa seria che ha a che fare con un autentico sentimento cristiano.

SU LEONARDO MENOMATO

 

Scuola media L. da Vinci

Recentemente, in un paio di occasioni, la cronaca ha parlato di violenza a base di coltello da parte di minori nelle scuole. Su questa esplosione di violenza minorile molto si è detto, come sempre, sulle responsabilità della società, della scuola, della famiglia, dei videogiochi, dei cellulari e chi più ne ha più ne metta…  A me ha colpito un particolare secondario, che non dice niente sulla violenza ma molto sulla sciatteria. In entrambi i casi la televisione ha mostrato le scuole dove gli episodi si sono verificati, ed entrambe le scuole avevano la stessa intitolazione: “Scuola media L. da Vinci”.  Proprio così: “L. da Vinci” , da non credere! Elle puntato invece di scrivere per intero il nome di quel genio italiano! Chissà se è stata una indicazione del ministero sulla opportunità di risparmiare sulle dimensioni della targa.

martedì 31 marzo 2026

DELMASTRO E LA "LEGGEREZZA"


Delmastro è stato “leggero” ?


La presidente del consiglio Meloni, non solo prima ma anche dopo il referendum, quando ha invitato il sottosegretario alla giustizia Delmastro a dare le dimissioni, ha detto che si era comportato con “leggerezza” associandosi in un’impresa commerciale con la figlia appena maggiorenne di un noto prestanome di un altrettanto noto clan camorristico. Il dimissionario Delmastro si è giustificato dicendo che non sapeva che la ragazza appena maggiorenne con cui si era associato fosse figlia del suddetto prestanome (e come tale condannato in via definitiva), quindi ha ammesso di essere stato “leggero”, ben felice di concordare con la premier su un termine che, in tutta evidenza, sminuiva la sua colpa. Non ha detto sono stato superficiale, avventato, incauto, sprovveduto. No, ha detto sono stato leggero.

Ebbene, se Delmastro conoscesse le Lezioni americane di Calvino, saprebbe che ce n’è una dedicata proprio alla “leggerezza”. Ma la leggerezza di cui parla Calvino è una condizione privilegiata, una virtù, un obiettivo non alla portata di tutti: è quella di Cavalcanti che, “come colui che leggerissimo era”, con un salto sopra una pietra tombale si libera di una brigata che lo stava importunando; è la leggerezza di Emily Dickinson che si sente lei stessa quella rosa che descrive con un linguaggio di rarefatta consistenza ed è la leggerezza di Leopardi che, ogni volta che descrive l’apparizione della luna, “toglie al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare”.

No, Delmastro non è stato leggero. E’ stato pesante, in questa occasione come in altre precedenti. E’ una pesantezza che appartiene alla sua natura e che non ha niente a che vedere con la leggerezza – comunque la si voglia interpretare.