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mercoledì 29 novembre 2017

Leopardi: il pensiero (III parte)



La noia

1.      Queste considerazioni sull’insoddisfazione, sul tedio, sulla noia del vivere a prescindere da occasioni specifiche di sofferenza, si ritrovano in un altro scritto di Leopardi, in un pensiero specifico sulla noia, con il conseguente corollario, che l’animo infinito sarebbe soddisfatto solo abbracciando l’infinito universo, un corollario presente anche nel Canto notturno, laddove il poeta dice che vorrebbe “volar su le nubi, e noverar le stelle ad una ad una, o come il tuono errar di giogo in giogo”

La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani… Il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali. (dai Pensieri, LXVIII)

2.      Qualcosa di simile si trova anche in Schopenhauer:

Il desiderio è, per sua natura, dolore: il conseguimento genera tosto sazietà: la meta era solo apparente: il possesso disperde l’attrazione: in nuova forma si ripresenta il desiderio, il dolore: altrimenti, segue monotonia, vuoto, noia, contro cui è battaglia altrettanto tormentosa quanto contro il bisogno. (da Il mondo come volontà e rappresentazione)

La teoria del piacere

3.      Sono considerazioni che ci mettono di fronte ad un’altra argomentazione, decisiva per la convinzione di Leopardi che l’infelicità sia un dato insopprimibile di natura, sia connaturata all’esistenza.  
4.      Mi pare che tale argomentazione si debba individuare nella elaborazione della teoria del piacere, iniziata nel luglio del 20 e più volte ripresa successivamente (Zibaldone: 12/2/21, 2/5/22). Il ragionamento è semplice e stringente nella sua logica: esistere comporta “amor proprio” e della propria conservazione; l’amor proprio, che è senza limite, implica a sua volta il desiderio, per sé, del piacere; tale desiderio del piacere, adeguato ad un amor proprio senza limite, non riesce ad essere colmato da nessun piacere particolare, e quindi (per quanto possa essere, occasionalmente, “ingannato”, “mitigato”, “addormentato”) resta in stato di perenne tensione insoddisfatta; se ne conclude che l’insoddisfazione, ovvero l’infelicità, è congenita all’esistenza e non ha termine se non con il termine dell’esistenza. L’infelicità è quindi opera di una natura che, al fondo, non è benigna verso le sue creature, siano esse uomini civilizzati o uomini primitivi; di più: siano uomini o animali o piante: tutto ciò che esiste, sarà questa la conclusione, è in condizioni di sofferenza. Sono affermazioni che si possono ritrovare più volte nello Zibaldone:
La felicità è impossibile a chi la desidera, perché il desiderio, sì come è desiderio assoluto di felicità, e non di una tal felicità, è senza limiti necessariamente... Dunque questo desiderio stesso è cagione a se medesimo di non poter essere soddisfatto. Ora questo desiderio è conseguenza necessaria, anzi si può dir tutt’uno coll’amor proprio. E questo amore è conseguenza necessaria della vita... Dunque ogni vivente, per ciò stesso che vive (e quindi si ama, e quindi desidera assolutamente la felicità, vale a dire una felicità senza limiti, e questa è impossibile, e quindi il desiderio suo non può essere soddisfatto), per ciò stesso, dico, che vive, non può essere attualmente felice.” (648, 12/2/21)
“Dove non v’ha piacere, quivi ha patimento, perché v’ha desiderio non soddisfatto di piacere, e il desiderio non soddisfatto è pena. Né v’ha stato intermedio, come si crede, tra il soffrire e il godere; perché il vivente desiderando sempre per necessità di natura il piacere, e desiderando perciò appunto ch’ei vive, quando e’ non gode, ei soffre.... Né altrimenti ei può cessare o intermettere di soffrire, che o cessando veramente di vivere, o non sentendo la vita, ch’ è quasi come intermetterla, e lasciare per un certo intervallo di essere vivente. In questi soli casi il vivente può non soffrire. Vivendo e sentendo di vivere, ei nol può mai; e ciò per propria essenza sua e della vita, e perciò appunto ch’egli è vivente, ed in quanto egli è tale...(3551-52, 29/9/23).” 
5.      Ed è una condizione che riguarda non solo l’uomo, ma, secondo una certa gradazione, ogni essere vivente:
“Una specie di viventi rispetto all’altra o all’altre generalm. ec. è tanto più felice, cioè tanto meno infelice, tanto più scarsa d’infelicità positiva, quanto meno dell’altra ella sente l’esistenza, cioè quanto men vive e più s’accosta ai generi non animali. (Dunque la specie de’ polipi, zoofiti ec. è la più felice delle viventi)”. (3848, 7/11/23)  
“... resta che non solo gli uomini e gli animali, ma niun essere vi sia, che possa essere né sia felice, che la felicità... sia di sua natura impossibile, e che l’universo sia di propria natura incapace della felicità, la quale viene ad essere un ente di ragione e una pura immaginazione degli uomini. E siccome d’altronde l’assenza della felicità negli esseri amanti se med. importa infelicità, segue che la vita, ossia il sentimento di questa esistenza divisa fra tutti gli esseri dell’universo, sia di natura sua, e per virtù dell’ordine eterno e del modo di essere delle cose, inseparabile e quasi tutt’uno colla infelicità e importante infelicità, onde vivente e infelice sieno quasi sinonimi.” (4137, 3/5/25)    
“Riconosciuta la impossibilità tanto dell’esser felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo sopra tutto, anzi unicamente... riconosciuto che l’infelicità dei viventi, universale e necessaria, non consiste in altro né deriva da altro, che da questa tendenza, e dal non potere essa raggiungere il suo scopo; riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore in ciascuna specie o individuo animale, quanto la detta tendenza è più sentita; resta che il sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d’infelicità, consista nel minor possibile sentimento di detta tendenza. Le specie e gli individui animali meno sensibili, men vivi per natura loro, hanno il minor grado possibile di tal sentimento.”  (4186, 13/7/26)
6.      L’idea che la sofferenza degli esseri viventi sia proporzionale alla capacità di sentire la vita, e sia quindi più intensa nelle forme di vita superiori, è un’idea che si ritrova anche in Schopenhauer, con il conseguente corollario che fra gli individui umani la sofferenza sia proporzionale allo sviluppo dell’intelligenza:

Così Leopardi: “Dunque il più stupido degli uomini è di questi il più felice” (Zib., 3848); “Gli stati d’animo meno sviluppato, e quindi di minor vita dell’animo, sono i meno sensibili, e quindi i meno infelici degli stati umani.” (Zib., 4186). E così Schopenhauer: “La più elevata forza intellettuale fa proprio costoro [i più intelligenti] capaci di ben maggiori sofferenze, di quante non possano mai sentire i più ottusi..” (Die Welt..., op. cit., p. 414).

7.       Che sia una verità valida non solo per i viventi “senzienti”, come uomini e animali (verità poeticamente ribadita, abbiamo visto, nella chiusa del Canto notturno) ma anche per i viventi di vita vegetativa, lo si vede soprattutto nel passo famoso dello Zibaldone in cui viene rovesciato il topos del locus amoenus:
Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi. Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta… Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi.… Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere. (4175-77, 22/4/26)


Leopardi: il pensiero (II parte)


Il “pessimismo cosmico”

1.      Il passaggio al cosiddetto “pessimismo cosmico” non è così netto,  ma certo non si sbaglia individuando nelle Operette morali il luogo e il tempo (attorno al ’24) in cui la nuova concezione è messa a punto.

2.      In operette come il Dialogo della natura e un islandese o il Cantico del gallo silvestre emerge con chiarezza l’idea di una natura non benevola nei confronti delle sue creature, ma indifferente al loro dolore, e quindi “madre di parto, e di voler matrigna(così nella Ginestra, peraltro unico luogo in cui si trova l’appellativo di “matrigna”). 

3.      E’ un islandese che vuol sapere dalla natura il senso della infelicità umana. L’islandese si è messo a viaggiare per il mondo, credendo che la causa della sua infelicità fosse il fatto di risiedere in una terra inospitale quale l’Islanda, una terra particolarmente sfavorita dalla natura. Ma viaggiando si è reso conto che sofferenza e infelicità sono ovunque, quindi ne chiede ragione alla Natura, che lui incontra nell’interno dell’Africa, in figura di una donna gigantesca “seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna”. Interrogata dall’Islandese, la Natura si dichiara indifferente alla sorte delle sue creature, bada solo alla conservazione della totalità dell’universo mondo, attraverso un “perpetuo ciclo di produzione e distruzione”:



Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie… sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo…: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.



4.       Ma l’Islandese insiste, pone la questione in altri termini, si serve di un esempio:



Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.



5.      La risposta della Natura a questo punto, più che con parole è data con i fatti. Ecco la conclusione dell’operetta, una conclusione terribile, anche se esposta con sorridente leggerezza:



Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.



6.      Dunque se così è, se “quel che è distrutto patisce, e quel che distrugge non gode”, si tratta di una “vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono”. Non c’è possibilità di felicità, in nessuna condizione, civilizzata o naturale, antica o moderna, umana, animale o vegetale. Così si rivolge al sole il gallo silvestre

Vedi tu di presente o vedesti mai la felicità dentro ai confini del mondo? In qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano? Forse si nasconde dal tuo cospetto, e siede nell’imo delle spelonche, o nel profondo della terra e del mare? Qual cosa animata ne partecipa, qual pianta o che altro che tu vivifichi, qual creatura provveduta o sfornita di virtù vegetative o animali? 

7.      Ma ricordate anche il finale del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, laddove il pastore, che dichiara di sentirsi sempre insoddisfatto, assalito dal tedio, si rivolge al gregge che gli pare, invece, capace di sentirsi appagato:



O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perchè d'affanno

Quasi libera vai;

Ch'ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perchè giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,

Tu se' queta e contenta;

E gran parte dell'anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,

E un fastidio m'ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perchè giacendo

A bell'agio, ozioso,

S'appaga ogni animale;

Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?



Forse s'avess'io l'ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

E' funesto a chi nasce il dì natale.

Leopardi: il pensiero (I parte)


Premessa

1.      Ho pensato di parlare del pensiero di Leopardi, piuttosto che della sua poesia, sia perché della sua poesia si parla già abbastanza spesso, sia perché Leopardi è stato, sì, un grande poeta, ma è stato anche un grande pensatore. Ho sentito una volta un esperto di filosofia come Massimo Cacciari dire che Leopardi è stato un gigante della filosofia europea dell’Ottocento.

2.      Il pensiero di Leopardi spazia in diversi campi, ma io vorrei soffermarmi su due aspetti: anzitutto chiarire le caratteristiche del cosiddetto pessimismo leopardiano, quindi parlare del suo pensiero politico.

3.      Di tale pensiero sono documento, com’è ovvio, le sue stesse poesie, che non sono poesie idilliache ma testimoniano passo dopo passo il progredire di una consapevolezza sempre più acuta della dolorosa condizione dell’esistenza umana; ma lo sono anche le prose delle Operette morali e lo sono soprattutto le pagine dello Zibaldone, una vera e propria miniera di riflessioni filosofiche, filologiche, poetiche, esistenziali.

4.      Lo Zibaldone è come un grande laboratorio in cui prendono corpo le idee che poi diventano materia per l’opera letteraria; raccoglie riflessioni varie dal luglio del 1817 al dicembre del 1832. Tenendo conto che Leopardi muore nel 1837, le ultime testimonianze del suo pensiero sono affidate alle ultime poesie (in particolare a quello straordinario componimento che è La ginestra) e alle opere di satira politica (i Paralipomeni della Batracomiomachia, la Palinodia al marchese Gino Capponi, la satira I nuovi credenti).

5.      Ciò che mi ha sempre colpito seguendo l’evoluzione di questo pensiero, sia che parli della natura della poesia, sia che parli della condizione umana, è una sorta di rovesciamento delle posizioni di partenza; in altre parole, Leopardi finisce per abbracciare le idee che, in una prima fase, aveva avversato.



Il “pessimismo storico”



6.      Penso che tutti abbiate memoria di quella distinzione scolastica fra “pessimismo storico” e “pessimismo cosmico”; è una distinzione proposta da Carducci che, pur nel suo schematismo, serve a mostrare il ribaltamento di cui dicevo; ed è un ribaltamento che investe specificamente le idee di “natura” e di “ragione”.

7.      Per “pessimismo storico” si intende la fase in cui Leopardi ritiene che l’infelicità sia causata dal divenire storico, dal progresso, dalla crescita della ragione, scientifica e filosofica, mentre i popoli antichi e primitivi, nelle condizioni di totale naturalità, di innocenza e di armonia con la natura, privi delle conoscenze filosofiche e scientifiche e invece ricchi di immaginazione come i fanciulli, erano sostanzialmente felici. La ragione indagatrice, nel momento in cui svela le verità scientifiche e filosofiche connesse all’esistenza, toglie anche, senza rimedio, il piacere delle illusioni, di quelli che Leopardi chiama gli “ameni inganni”, su cui si fondava la felicità primitiva.

8.      Nella evoluzione storica della società succede la stessa cosa che succede nella crescita dell’individuo, che passa dall’infanzia all’età adulta, per cui l’età primitiva è come l’età fanciulla, dominata dalla fantasia (e quindi dalla poesia) e non dalla ragione (e quindi dalla scienza), la quale invece è propria dell’età adulta, così come dell’umanità progredita. Così nel Discorso di un italiano sulla poesia romantica:

quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia…. Ora che la memoria della fanciullezza e dei pensieri e delle immaginazioni di quell’età ci sia straordinariamente cara e dilettevole nel progresso della vita nostra, non voglio nè dimostrarlo nè avvertirlo: non è uomo vivo che non lo sappia e non lo provi alla giornata…. Ecco dunque manifesta e palpabile in noi, e manifesta e palpabile a chicchessia la prepotente inclinazione al primitivo…. dal genio che tutti abbiamo alle memorie della puerizia si deve stimare quanto sia quello che tutti abbiamo alla natura invariata e primitiva, la quale è nè più nè meno quella natura che si palesa e regna ne’ putti, e le immagini fanciullesche e la fantasia che dicevamo, sono appunto le immagini e la fantasia degli antichi …” (p. 479-80, Discorso)

9.      E ancora, nelle prime pagine dello Zibaldone:

La ragione è nemica di ogni grandezza, la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. (Voglio dire che un uomo tanto meno, o tanto più difficilmente, sarà grande, quanto più sarà dominato dalla ragione; ché pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni)

10.  Sempre nello Zibaldone, Leopardi si serve della favola di Psiche (che lui associa al racconto del peccato originale nella Genesi: l’infelicità dell’umanità nasce dalla volontà di Adamo ed Eva di sapere, mangiando il frutto dell’albero della scienza del bene e del male; così, nel romanzo di Apuleio, l’infelicità di Psiche nasce dalla sua volontà di conoscere il suo amante segreto, Amore, che la visita solo di notte) per convalidare questa idea della negatività della ragione, della conoscenza del vero che soppianta l’immaginazione:

“la favola di Psiche, cioè dell'Anima, che era felicissima senza conoscere, e contentandosi di godere, e la cui infelicità provenne dal voler conoscere, mi pare un emblema così conveniente e preciso, e nel tempo stesso così profondo, della natura dell'uomo e delle cose, della nostra destinazione vera su questa terra, del danno del sapere, della felicità che ci conveniva, che unendo questa considerazione, al manifesto significato del nome di Psiche, appena posso discredere che quella favola non sia un parto della più profonda sapienza, e cognizione della natura dell’uomo e di questo mondo… Del resto combinando quest’osservazione col racconto della Genesi, dove l’origine immediata della infelicità e decadimento dell’uomo si attribuisce manifestamente al sapere… mi si fa verisimile che queste gran massime, l’uomo non è fatto per il sapere, la cognizione del vero è nemica della felicità, la ragione è nemica della natura… fossero non solamente note, ma proprie e quasi fondamentali dell’antica sapienza…” (10/2/21, pp. 637-638);

Dalle lunghe considerazioni da me fatte circa quello che voglia significare nella Genesi l'albero della scienza ec., dalla favola di Psiche della quale ho parlato altrove, e da altre o favole o dogmi ec. antichissimi… si può raccogliere non solo quello che generalmente si dice, che la corruzione e decadenza del genere umano da uno stato migliore, sia comprovata da una remotissima, universale, costante e continua tradizione, ma che eziandio sia comprovato da una tal tradizione e dai monumenti della più antica storia e sapienza, che questa corruttela e decadimento del genere umano da uno stato felice, sia nato dal sapere, e dal troppo conoscere, e che l'origine della sua infelicità sia stata la scienza e di se stesso e del mondo, e il troppo uso della ragione.”(luglio 23)

11.  Ed è una concezione che si ritrova anche nelle canzoni giovanili, ad esempio nella canzone Ad Angelo Mai, dove, dopo aver ricordato l’impresa di Colombo, e quindi la scoperta, oltre le mitiche colonne d’Ercole,  di terre prima sconosciute all’umanità, così continua:

Ahi, ahi! ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.

     Nostri sogni leggiadri ove son giti
dell’ignoto ricetto
d’ignoti abitatori, o del diurno
degli astri albergo, e del rimoto letto
della giovane Aurora, e del notturno
occulto sonno del maggior pianeta?
Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco, tutto è simile, e, discoprendo,
solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
il vero, appena è giunto,
o caro immaginar; da te s’apparta
nostra mente in eterno; allo stupendo
poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
e il conforto perí de’ nostri affanni.

mercoledì 4 novembre 2015

Leopardi: il coraggio della verità

dal Dialogo di Tristano e un amico
 
TRISTANO – …. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. Nessun filosofo che insegnasse l'una di queste tre cose, avrebbe fortuna né farebbe setta, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono coraggio e fortezza d'animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita… Io per me, come l'Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl'inganni non dell'immaginazione, ma dell'intelletto. Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano.

Leopardi: affrontate il mio pensiero invece di "accusare i miei malanni"

“Quali che siano le mie sventure, che si è creduto giusto sbandierare e forse un po’ esagerare..., io ho avuto abbastanza coraggio per non cercare di diminuirne il peso, né con frivole speranze di una pretesa felicità futura, né con una vile rassegnazione... Ed è proprio per questo coraggio che, essendo stato condotto dalle mie vicende ad una filosofia disperata, non ho esitato ad abbracciarla tutta intera; mentre, d’altro canto, è stato solo per effetto della debolezza degli uomini, che hanno bisogno d’essere persuasi del valore dell’esistenza, che si è voluto vedere le mie opinioni filosofiche come il risultato delle mie sofferenze individuali e che ci si ostina ad attribuire alle mie circostanze materiali, ciò che si deve solo al mio intelletto. Prima di morire, io voglio protestare contro queste invenzioni della debolezza e della volgarità, e pregherò i miei lettori di cercare di demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti, piuttosto che accusare i miei malanni. (dalla lettera al De Sinner del 24/5/1832)

Leopardi: il pessimismo e la noia

Il pessimismo “cosmico”
Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.  (Zibaldone, 22. Apr. 1826)
La noia
La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali. (Pensieri, LXVIII)

lunedì 25 maggio 2015

Risposte ai quesiti di Italiano (Letteratura - classe V)


1) Qual è il senso del discorso di Cassandra, con cui si conclude il carme Dei Sepolcri?

Cassandra nel finale del carme spiega ai nipoti, che ha condotto presso i sepolcri degli antenati, che gli eroi che hanno combattuto a Troia non periranno mai, in quanto le loro imprese (in particolare di Ettore, che è morto per difendere la patria) saranno cantate dalla poesia di Omero. Foscolo vuol dire che, al di là del sepolcro che può essere corroso dal tempo, solo la poesia è capace di resistere al tempo e di rendere eterno il ricordo dei grandi uomini.


2) Da che cosa prende spunto e quale messaggio vuole comunicare il I coro dell’Adelchi ?

Il I coro dell’Adelchi prende spunto dalla vittoria dei Franchi sui Longobardi. Poiché i Latini (gli Italiani), al vedere in fuga i loro antichi dominatori (i Longobardi), alzano la testa illudendosi di avere recuperato la libertà, Manzoni li disillude, spiegando che i Franchi non hanno certo intrapreso una guerra per liberare un popolo straniero (gli Italiani). Il risultato sarà che i nuovi dominatori si associeranno agli antichi, a danno dei dominati. Questi ultimi devono imparare che un popolo conquista la libertà solo con le proprie forze, non con l’aiuto di altri.

3) Quale lingua adotta Manzoni nell’edizione definitiva dei Promessi sposi e perché?
 
La lingua adottata è il fiorentino parlato dalle persone colte. Manzoni infatti ricerca una lingua che sia popolare e nazionale. Il fiorentino (essendo Firenze la capitale linguistica d’Italia) garantisce il carattere nazionale; il fatto che sia il fiorentino parlato (e non quello letterario) garantisce la popolarità; il fatto che sia parlato dalle persone colte garantisce che non scada al livello di un dialetto (e pertanto sia comprensibile solo a livello locale).

4) Di quali argomenti parlano i commensali al palazzotto di don Rodrigo quando vi giunge fra Cristoforo?

I commensali (e precisamente, il conte Attilio e il podestà) stanno discutendo su una questione di cavalleria: se sia lecito o no bastonare un ambasciatore che non abbia chiesto il permesso prima di consegnare un messaggio. Successivamente parlano di politica (precisamente, della guerra tra Francia e Spagna per la successione al ducato di Mantova) e poi della carestia (sostenendo che la soluzione migliore sarebbe quella di impiccare qualche fornaio).

5) Che differenza c’è, per Leopardi, fra poesia d’immaginazione e poesia sentimentale?

La poesia d’immaginazione è quella propria antichi, ed è la vera poesia in quanto si fonda non sulla conoscenza del vero, ma sulla immaginazione di favole (tali sono i miti della poesia classica), e in quanto persegue il fine proprio della poesia, cioè il diletto. La poesia sentimentale è invece quella  propria dei moderni, nei quali la ragione ha preso il sopravvento sull’immaginazione: è una poesia  filosofica, che presuppone la conoscenza del vero (e quindi non è vera poesia, ma è l’unica che i  moderni possono fare).

  6) Spiegate la differenza fra il cosiddetto "pessimismo storico" e il cosiddetto "pessimismo cosmico" nello sviluppo del pensiero di Leopardi.

Per "pessimismo storico" s’intende la fase in cui Leopardi ritiene che l’uomo, in condizioni di natura, sia felice e che l’infelicità sia un prodotto della storia (e cioè del progresso scientifico che riduce, fino ad eliminare, la facoltà immaginativa). La fase del "pessimismo cosmico" è invece quella in cui Leopardi esprime la convinzione che l’infelicità sia un dato di natura, indipendente dallo sviluppo storico, e che non solo l’uomo, ma tutto ciò che vive sia in condizioni di sofferenza.

7) Tanto ne L’infinito quanto ne La sera del dì di festa sono indicate delle sensazioni uditive che suscitano nel poeta il pensiero dello scorrere infinito del tempo. Di che si tratta?

Ne L’infinito il pensiero dello scorrere infinito del tempo è suscitato dallo stormire del vento tra le fronde, uno stormire che contrasta con il silenzio e la quiete in cui era sprofondata la mente del poeta. Lo stesso effetto ne La sera del dì di festa è prodotto dal canto dell’artigiano che torna a casa a tarda notte, un canto che risalta nel silenzio circostante e che diventa sempre più flebile man mano che si allontana.

8) Contestualizzate e spiegate letteralmente i seguenti versi, tratti dal II coro dell’Adelchi: “Te dalla rea progenie / degli oppressor discesa, / cui fu prodezza il numero / cui fu ragion l'offesa, / e dritto il sangue, e gloria / il non aver pietà, te collocò la provida / sventura in fra gli oppressi: / muori compianta e placida; / scendi a dormir con essi: / alle incolpate ceneri / nessuno insulterà.”

Manzoni si rivolge ad Ermengarda, che è morta stroncata dal dolore per il ripudio subito da parte di Carlo, e le dice che la sofferenza, da lei ingiustamente patita, la riscatta dalla condizione di appartenente ad una stirpe di oppressori. Letteralmente: "La provvidenziale sofferenza ha collocato te fra gli oppressi, te che sei discesa dalla stirpe colpevole degli oppressori (tali sono i Longobardi, di cui Ermengarda è principessa), da quegli oppressori per i quali fu motivo di coraggio l'essere numerosi, motivo di (avere) ragione la violenza, motivo di (avere) diritto (sui vinti) il sangue versato, motivo di gloria l'essere spietati; ora puoi morire compianta e serena, puoi scendere a risposare con gli oppressi: nessuno oserà insultare le tue ceneri incolpevoli"

9) Contestualizzate e spiegate letteralmente i seguenti versi, tratti dalla canzone Ad Angelo Mai: “Ma la tua vita era allor con gli astri e il mare, / ligure ardita prole, / quand’oltre alle colonne, ed oltre ai liti / cui strider l’onde all’attuffar del sole / parve udir su la sera, agl’infiniti / flutti commesso, ritrovasti il raggio / del sol caduto, e il giorno / che nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo;”

 
Leopardi, dopo aver ricordato con nostalgia i tempi del Rinascimento, quando si riportavano alla luce le opere degli autori classici e sembrava rivivere la grandezza antica, si rivolge idealmente a Colombo come a colui che, scoprendo l'America, ha posto fine alla possibilità di fantasticare su quel mondo sconosciuto: Letteralmente: "Ma allora (ai tempi del Rinascimento) tu vivevi fra le stelle e il mare (in quanto in viaggio nell'oceano), coraggioso figlio della Liguria, quando al di là delle colonne (d'Ercole), al di là di quelle coste (le coste atlantiche dell'Europa occidentale), dalle quali sembrava di sera sentire stridere le onde del mare perché il sole ci si tuffava dentro, tu, affidato (commesso) allo sterminato oceano, ritrovasti (nell'altro emisfero) la luce del sole che era tramontato (nel nostro emisfero) e ritrovasti (sempre nell'altro emisfero) il giorno che nasce allorché nel nostro emisfero è giunto al termine"

 

venerdì 10 aprile 2015

Leopardi e la sapienza silenica (IV parte)


VI. Colpisce, a questo punto, la somiglianza fra queste riflessioni di Leopardi e quelle che, quasi contemporaneamente, Schopenhauer veniva formulando nel suo Die Welt als Wille und Vorstellung. Si tratta, come è noto, di una somiglianza già rilevata in un saggio memorabile da De Sanctis, il quale per altro, avendo dello Zibaldone una conoscenza limitata, non poteva avvertire di quella somiglianza tutte le dettagliate articolazioni.

La “volontà di vivere” (Wille zum Leben) di Schopenhauer, inesauribile ed incolmabile nel suo “aspirare” (Streben) senza fine,  ricorda quell’“amor proprio”, che alimenta il desiderio perennemente insoddisfatto, di cui parla Leopardi; parimenti, anche per Schopenhauer tutto ciò che vive è in condizioni di sofferenza, secondo una scala che conduce dalle forme inferiori di vita a quelle superiori:

Ogni aspirare proviene da mancanza, da insoddisfazione del proprio stato: è quindi dolore, finché non sia appagato; ma nessun appagamento è durevole, anzi non è che il principio di una nuova aspirazione... Non ha termine l’aspirare, non ha dunque misura e termine il soffrire. Ma quel che così sol con più acuta attenzione scopriamo nella natura priva di conoscenza, limpido ci appare nella conoscente, nella vita animale, il cui perenne soffrire è facile a dimostrarsi. E, senza indugiare in questo grado intermedio, ci volgeremo là, dove, dalla più luminosa conoscenza rischiarato, tutto nel modo più chiaro si disvela: nella vita dell’uomo. Imperocché come il fenomeno della volontà diventa più compiuto, così diventa anche più e più palese il dolore. Nella pianta non è ancora sensibilità, e quindi punto dolore; un grado certamente tenue di sofferenza è insito negli animali infimi, infusori e radiolari; perfino negli insetti è la capacità di sentire e di soffrire ancora limitata: solo col perfetto sistema nervoso dei vertebrati la si presenta in alto grado, e sempre più alto, quanto più l’intelligenza si sviluppa...[1]

Già vedemmo la natura priva di conoscenza avere per suo intimo essere un continuo aspirare, senza meta e senza posa; ben più evidente ci apparisce quest’aspirazione considerando l’animale e l’uomo. Volere e aspirare è tutta l’essenza loro, affatto simile a inestinguibile sete. Ma la base di ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore, a cui l’uomo è vincolato dall’origine, per natura...[2]

Simile, in Leopardi e Schopenhauer, è anche l’idea, logicamente conseguente, secondo cui fra gli individui umani la capacità di soffrire è direttamente proporzionale all’intelligenza[3]; ed ancora, simile è la concezione della noia come sentimento di una mancanza non appagabile da alcun bene determinato, e quindi come sintomo, più propriamente umano, del “male di vivere”[4].

La conclusione, anche per Schopenhauer, ci rimanda alla sapienza silenica. Se il “peccato originale” è l’esistenza di per sé (la forma fenomenica nella quale la volontà si è determinata, secondo il principium individuationis), se è vero che, come dice il “poeta veggente” Calderón de la Barca, il delitto maggiore dell’uomo è l’essere nato (el delito mayor del hombre es haber nacido)[5], se ne deve concludere che “non essere, essere nulla” sia la condizione migliore:

E forse non si darà mai il caso che un uomo, al termine della sua vita, se capace di riflessione e in pari tempo sincero, desideri di ricominciarla; ma invece ben più volentieri sceglierà il completo non essere. [6]

Ed è la stessa conclusione, è ancora Schopenhauer a ricordarcelo, cui giunge Amleto nel celeberrimo monologo: not to be è senz’altro lo stato preferibile e desiderabilissimo (a consummation devoutly to be wish’d). Ed Amleto si trattiene dal suicidio solo perché teme che nemmeno la morte comporti l’annientamento totale (the dread of something after death /.... puzzles th will / and makes us rather bear the ills we have / than fly to others that we know not of )[7].

Ma il suicidio, si sa, non è una scelta accettabile, né per Leopardi, né per Schopenhauer, apparentemente per ragioni diverse, sostanzialmente per la stessa. Il filosofo tedesco ritiene che il suicidio sia, paradossalmente, niente altro che un’estrema manifestazione di quella stessa volontà di vivere che si vorrebbe negare. Il poeta italiano ne parla, per bocca di Plotino, come di un atto estremo di egoismo, di amor proprio (ma l’“amor proprio” in Leopardi, abbiamo visto, sembra essere l’equivalente della “volontà” in Schopenhauer), un atto che non tiene in alcun conto il dolore “dei parenti, degl’intrinsechi, dei compagni”.  E’ invece da percorrersi - continua Plotino, ma gli stessi accenti risuonano nella Ginestra - la strada della solidarietà, dell’aiuto reciproco fra uomini che si riconoscono partecipi della stessa miseria. E la solidarietà è anche per Schopenhauer la scelta giusta e necessaria di chi ha visto nell’altro da sé il ripetersi del suo stesso destino: è il primo atto di chi ha cominciato a rifiutare di lasciarsi determinare dalla cieca  “volontà di vivere”, il primo atto in un processo che contempla, come suo compimento, l’annullamento totale della volontà nella scelta dell’ascesi.

 
VII. E dunque, il cosiddetto “pessimismo cosmico” di Leopardi viene da lontano: né la sua particolare biografia, né – con buona pace di Luporini - la “delusione storica” patita dalla sua generazione[8] possono spiegare appieno un pensiero che ha radici tanto profonde.

E’ un pensiero che emerge più volte, ancorché occasionalmente, nella cultura occidentale, trova una organizzazione sistematica con Leopardi e Schopenhauer, persiste oltre di loro. Basti pensare a Carlo Michelstaedter, il pensatore goriziano degli inizi del Novecento, che fa esplicito riferimento a Leopardi e Schopenhauer e che sembra evocare, ancora una volta, la sapienza silenica, nel momento in cui oppone, alle falsificazioni della “rettorica”, la verità della “persuasione”[9].

Ma il Sileno non ha bisogno di sistemi filosofici per far sentire la sua voce. E a me piace ricordare, per concludere, il più “intellettuale” dei personaggi verghiani, Rosso Malpelo, il quale così ammaestra Ranocchio presso la discarica ove giace la carcassa del grigio :

Gliele vedi quelle costole al  grigio? Adesso non soffre più. (...) Ecco come vanno le cose! Anche il grigio ha avuto dei colpi di zappa e delle guidalesche; anch’esso quando piegava sotto il peso, o gli mancava il fiato per andare innanzi, aveva di quelle occhiate, mentre lo battevano, che sembrava dicesse: - Non più! Non più! - Ma ora gli occhi se li mangiano i cani, ed esso se ne ride dei colpi e delle guidalesche, con quella bocca spolpata e tutta denti. Ma se non fosse mai nato sarebbe stato meglio. [10]

 
 

Marcello TARTAGLIA
ordinario di Italiano e Latino
  presso il Liceo Scientifico “E. Fermi”
di Bologna

 

 

Articolo pubblicato su “Cultura e scuola
Anno XXXIV, n. 135-136 (luglio-dicembre 1995)

 

 

 



[1]A. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, tr. it. Bari 1984 [1928], p. 409-410.
[2]A. Schopenhauer, ibidem, p. 411-412.
[3]Così Leopardi: “Dunque il più stupido degli uomini è di questi il più felice” (Zib., 3848); “Gli stati d’animo meno sviluppato, e quindi di minor vita dell’animo, sono i meno sensibili, e quindi i meno infelici degli stati umani.” (Zib., 4186). E così Schopenhauer: “La più elevata forza intellettuale fa proprio costoro [i più intelligenti] capaci di ben maggiori sofferenze, di quante non possano mai sentire i più ottusi..” (Die Welt..., op. cit., p. 414).
[4]Così Schopenhauer: “Il desiderio è, per sua natura, dolore: il conseguimento genera tosto sazietà: la meta era solo apparente: il possesso disperde l’attrazione: in nuova forma si ripresenta il desiderio, il dolore: altrimenti, segue monotonia, vuoto, noia, contro cui è battaglia altrettanto tormentosa quanto contro il bisogno.” (Die Welt..., op. cit., p. 414). In Leopardi, come si sa, è un pensiero ampiamente diffuso; basterà ricordarne la formulazione nei Pensieri : “... immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali.” (Pensieri, LXVIII; cfr. Leopardi, Le poesie e le prose, II, Milano 1968 [1940], p. 42).
[5]P. Calderón de la Barca, La vida es sueño  (atto I, scena II).
[6]A. Schopenhauer, Die Welt..., op.  cit., p. 427.
[7]W. Shakespeare, Hamlet  (atto III, scena I).
[8] cfr. C. Luporini, Leopardi progressivo, in Filosofi vecchi e nuovi, Firenze 1947.
[9] Mi riferisco alla sua opera più significativa, La persuasione e la rettorica, laddove Michelstaedter, per spiegare lo stato di perenne aspirazione insoddisfatta, sviluppa, con grande efficacia, un esempio tratto da Schopenhauer: quello del peso che, in quanto tale, ha sempre “fame” del punto più basso; e quando non l’avesse più, non sarebbe quello che è, cioè un peso (cfr. A. Schopenhauer, Die Welt..., op. cit., p. 176 e 408; e C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Milano 1982, pp. 39-40).
[10]G. Verga, Rosso Malpelo, in Opere  (Milano-Napoli 1961, p. 169); sottolineatura mia.