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lunedì 14 dicembre 2015

La collaborazione col tiranno, in Tacito e in Guicciardini

Tacito intende difendere il suocero Agricola dall’accusa di non essersi opposto, ma di avere collaborato con un governo tirannico quale è stato quello di Domiziano. Lo fa con l’argomento che segue, un argomento che ricorda molto quello usato da Guicciardini quando, nei Ricordi, sostiene le buone ragioni della propria collaborazione con il governo dei Medici
 
Proprium humani ingenii est odisse quem laeseris: Domitiani vero natura praeceps in iram, et quo obscurior, eo inrevocabilior, moderatione tamen prudentiaque Agricolae leniebatur, quia non contumacia neque inani iactatione libertatis famam fatumque provocabat. Sciant, quibus moris est inlicita mirari, posse etiam sub malis principibus magnos viros esse, obsequiumque ac modestiam, si industria ac vigor adsint, eo laudis excedere, quo plerique per abrupta, sed in nullum rei publicae usum ambitiosa morte inclaruerunt. (Tacito, Agricola, XLII)
 
E’ tipico della natura umana odiare chi hai offeso; Domiziano, d'altra parte, pur incline per indole all'ira, tanto più implacabile se soffocata, era in parte acquietato dalla misurata prudenza di Agricola, che non cercava la gloria sfidando la morte con spavalderia e con vana esibizione di libertà di spirito. Sappiano coloro che son soliti ammirare i gesti di ribellione che anche sotto cattivi principi vi possono essere uomini grandi e che una riservata obbedienza, se accompagnata da energica operosità, può innalzare al vertice di quella gloria di cui molti si ammantano ostentando il sacrificio della propria vita, attraverso arduo percorso e senza vantaggio per lo Stato.
 
Credo sia uficio di buoni cittadini, quando la patria viene in mano di tiranni, cercare d'avere luogo con loro per potere persuadere el bene e detestare el male; e certo interesse della città che in qualunque tempo gli uomini da bene abbino autorità. E ancora che gli ignoranti e passionati di Firenze l'abbino sempre intesa altrimenti, si
accorgerebbono quanto pestifero sarebbe el governo de' Medici se non avessi intorno altri che pazzi e cattivi. (Guicciardini, Ricordi, 220)

mercoledì 18 novembre 2015

Guicciardini: alcuni Ricordi

Dai Ricordi di Guicciardini
 
*      6
       
                    È grande errore parlare delle cose del mondo
               indistintamente e assolutamente e, per dire così, per
               regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per
               la varietà delle circunstanze, le quali non si possono
               fermare con una medesima misura: e queste distinzione e
               eccezione non si truovano scritte in su' libri, ma bisogna
               le insegni la discrezione.
 
 
*      60
       
                    Lo ingegno più che mediocre è dato agli uomini per loro
               infelicità e tormento, perché non serve loro a altro che a
               tenergli con molte più fatiche e ansietà che non hanno
               quegli che sono più positivi.
 
 
*      61
       
                    Sono varie le nature degli uomini: certi sperano tanto che
               mettono per certo quello che non hanno, altri temono tanto
               che mai sperano se non hanno in mano. Io mi accosto più a
               questi secondi che a' primi: e chi è di questa natura si
               inganna manco, ma vive con più tormento.
 
 
*      147
       
                    Erra chi crede che la vittoria delle imprese consista nello
               essere giuste o ingiuste, perché tutto dì si vede el
               contrario: che non la ragione, ma la prudenza, le forze e la
               buona fortuna danno vinte le imprese. E ben vero che in chi
               ha ragione nasce una certa confidenza, fondata in sulla
               opinione che Dio dia vittoria alle imprese giuste, la quale
               fa gli uomini arditi e ostinati: dalle quali due condizione
               nascono talvolta le vittorie. Così l'avere la causa giusta
               può per indiretto giovare, ma è falso che lo faccia
               direttamente.
 
 
*      160
       
                    È certo gran cosa che tutti sappiamo avere a morire, tutti
               viviamo come se fussimo certi avere sempre a vivere. Non
               credo sia la ragione di questo perché ci muova più quello
               che è innanzi agli occhi e che apparisce al senso che le
               cose lontane e che non si veggono: perché la morte è
               propinqua e si può dire che per la esperienza quotidiana ci
               apparisca a ogni ora. Credo proceda perché la natura ha
               voluto che noi viviamo secondo che ricerca el corso overo
               ordine di questa machina mondana: la quale non volendo resti
               come morta e sanza senso, ci ha dato propietà di non pensare
               alla morte, alla quale se pensassimo, sarebbe pieno el mondo
               di ignavia e di torpore.
 
*      161
       
                    Quando io considero a quanti accidenti e pericoli di
               infirmità, di caso, di violenza, e in modi infiniti, è
               sottoposta la vita dell'uomo, quante cose bisogna concorrino
               nello anno a volere che la ricolta sia buona, non è cosa di
               che io mi maravigli più che vedere uno uomo vecchio, uno
               anno fertile.
 
*      220
       
                    Credo sia uficio di buoni cittadini, quando la patria viene
               in mano di tiranni, cercare d'avere luogo con loro per
               potere persuadere el bene e detestare el male; e certo è
               interesse della città che in qualunque tempo gli uomini da
               bene abbino autorità. E ancora che gli ignoranti e
               passionati di Firenze l'abbino sempre intesa altrimenti, si
               accorgerebbono quanto pestifero sarebbe el governo de'
               Medici se non avessi intorno altri che pazzi e cattivi.