domenica 28 giugno 2015

La poesia trobadorica


 

La poesia trobadorica: una lettura sociologica

 

E. KÖHLER, Sociologia della fin’amor,
Liviana 1976, in M. I., vol. I, pp. 169-171.

 

C’è un gruppo sociale (la piccola nobiltà) che, non potendo più pretendere (per ragioni storiche) un feudo, chiede l’“onore” dello stato cavalleresco: tale prestigio sociale è ottenuto mediante il servigio d’amore. La dama infatti è come il signore, con diritti, ma anche con doveri: precisamente è lei che con la sua grazia (il surrogato del compenso in feudi) può integrare nella nobiltà.

Si definisce così tutta una serie di doti (la liberalità, la cortesia, ecc.) che fanno la vera nobiltà, indipendentemente dal possesso di terre.

A proposito delle caratteristiche dell’amor cortese, si può rilevare quanto segue:

1) la gelosia non è tollerata; l’amante non parla della sua gelosia, se non come colpa; e il marito geloso è degno di disprezzo (è un “villano”);

2) sul piano sociale, il corrispettivo è il rifiuto della proprietà privata; o meglio: il desiderio di una utilizzazione collettiva della proprietà del grande feudatario (questo sarebbe implicito nella esaltazione della liberalità);

3) ciò, naturalmente, non sarebbe che l’espressione ideologica della volontà della piccola nobiltà di integrarsi nella classe dominante (vedi M. I., vol. I, pp. 260-261).

 

Il discorso sulla piccola nobiltà che si dà un sistema di valori (di idealità) per integrarsi nella classe dominante, mi pare accettabile, e del resto è assimilabile al discorso di Hauser sui ministeriales (v. p. 2). Mi pare invece una forzatura la tesi (fondata su quali elementi?) che associa il disprezzo della gelosia al rifiuto della proprietà privata. Noto peraltro che c’è un passo del De amore (Guanda 1980, pp. 127 e segg., e altrove) in cui si afferma che la gelosia (riprovevole tra coniugi) è la sostanza stessa dell’amore, il quale, anche per questo, non si può che sviluppare fuori del matrimonio.

L' "amor cortese" (1)


L’amor cortese

 

C. S. LEWIS, L’allegoria d’amore,
Einaudi 1969, pp. 3-43.

 

1) Eccezionale la novità dell’“amor cortese”, fatto di Umiltà, Cortesia, Adulterio e Religione d’Amore. Il servizio d’amore (o Frauendienst) è ricalcato su quello del vassallaggio, tanto è vero che l’appellativo della dama è “midons“ (mio signore). E il nemico non è il marito, ma il “rivale”.

2) Nella letteratura antica l’amore è una gioiosa sensualità, o una tragica follia (una malattia che può portare al delitto: vedi Medea, Fedra, Didone); all’altro estremo, troviamo riconosciuta la comodità e l’utilità di una buona moglie (Odisseo ama Penelope alla stregua del resto dei suoi possedimenti). Certo, l’Arte d’amare di Ovidio raccomanda il “servizio” per raggiungere lo scopo (la conquista). Ma il tono è ironico, e allora per il Medioevo si tratterebbe di un Ovidio frainteso.

3) Nemmeno fu il cristianesimo a portare ad una idealizzazione della concezione dell’amore: è più probabile che il culto della Vergine sia un effetto che una causa dell’amor cortese. Da scartare è anche la derivazione germanica: è vero che Tacito, nella Germania, rileva il particolare rispetto di quelle popolazioni per le donne; ma questo, caso mai, avrebbe portato ad una concezione paritaria, non alla sottomissione maschile. Più interessante è il rilievo del rapporto d’amore esistente fra vassallo e signore (di Rolando per Carlo, ad esempio): ma questo spiega perché l’amor cortese, quando compare, si travesta da rapporto di vassallaggio. E, certo, tale “travestimento” ci fa capire il connotato dell’Umiltà. Quanto alla Cortesia, si spiega con l’ambiente: nella corte provenzale l’elemento femminile funge da mitigatore della rozzezza maschile.

4) Circa l’Adulterio, va detto che in una società dove il matrimonio ha scopi utilitari, ogni idealizzazione dell’amore deve cominciare con l’idealizzare l’adulterio. Del resto, secondo la teologia medievale, per la passione d’amore non c’è posto nemmeno all’interno del matrimonio: il matrimonio è per la procreazione, non è certo il luogo dell’amore, del desiderio (che allora si affermeranno al di fuori del matrimonio) (1).

5) Come il vassallaggio si riversa nel nuovo tipo d’amore, così le forme del sentimento religioso si insinuano nella poesia amorosa: ecco spiegata la devozione al dio d’Amore. Tutt’altro che derivarne, questa religione si pone come rivale o parodia di quella vera (come dimostra il Concilio di monache di Remiremont) (2). Solo più tardi (con Dante) si avrà la fusione fra esperienza amorosa e religiosa.


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1) Sul contrasto fra amor cortese e matrimonio insistono sia Lewis (pp. 36-37, ove interpreta il De amore  di A. Capellano) che D. de Rougemont (in L’amore e l’occidente  - vedi scheda - analizza il romanzo di Tristano e trova che il vero amore, cortese, pone un dovere di fedeltà sconosciuto al matrimonio legale: pp. 76-79). G. Duby invece (Il cavaliere, la donna e il prete, CDE 1984, pp. 187-200: anche lui interpreta il trattato di Capellano, in particolare la ritrattazione del III libro) vede nell’amore adulerino soltanto una tappa, propria dell’età giovanile, del percorso che conduce alla maturità, segnata dal rito del matrimonio, cui i cavalieri tendono come alla meta ideale.

2) Un testo del XII sec. descrive un concilio di monache (a Remiremont) dove al posto dei vangeli si leggono le opere di Ovidio e la questione all'ordine del giorno concerne le teorie e le pratiche in materia d'amore.

L' "amor cortese" (2)


L’amor cortese

 

H. HAUSER, Storia sociale dell’arte,
Einaudi 1956, vol. I, pp. 234-247.

 

Con la cavalleria nasce il nuovo ideale amoroso: la donna diviene il centro ideale di questa società, fatto nuovo, visto che era sempre stata considerata proprietà dell’uomo (nell’Iliade, Elena e Briseide sono semplici oggetti di lite; nell’Odissea, Penelope fa parte della proprietà della casa; nei lirici si tratta di un amore sensuale, fonte di gioia o dolore; in Ovidio è una malattia che toglie la ragione). Nuova è questa concezione romantico-sentimentale dell’amore, per cui l’uomo corteggia e spasima, si fa vassallo della donna, si esalta anche nel più duro insuccesso (l’amore diventa strumento di autoperfezionamento).

Il fatto è ancor più strano se si pensa che, in questo rigoroso Medioevo, è a una donna maritata che ci si rivolge (l’amore è adulterino).

Si tratta di una trasposizione del rapporto politico di vassallaggio nel rapporto con la donna, ovvero di una sublimazione della sudditanza? Il tutto diventerebbe una sorta di gioco di società, e sarebbe escluso che la donna ricambiasse, adulterinamente (1).

Piuttosto, dobbiamo pensare a un mondo (il castello) con molti uomini e poche donne: il trovatore (un cadetto ramingo) (2) si fa cantore della tensione erotica che inevitabilmente si crea. (3)

Non è dimostrabile che all’origine ci sia una ballata popolare (la canzone della malmaritata, col motivo della sposa che, una volta all’anno, si prende un giovane amante): caso mai, è il contrario. Stessa cosa può dirsi del culto di Maria.
 
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1) E' la tesi di E. Wechssler (Frauendienst und Vasallitat, 1902), secondo cui si può supporre che, in assenza dei signori impegnati nelle guerre, il potere feudale fosse esercitato dalle donne. Ma l'idea di una "sublimazione della sudditanza" si scontra con il fatto che Guglielmo IX d'Aquitania, il più antico trovatore, non era un vassallo, ma un gran principe.
2) Non a caso: è uno "spostato" che rimuove i tabù e dà voce all'erotismo.
3) Malgrado il comandamento religioso della continenza, tutta l'epoca è pervasa da una costante tensione erotica (nei tornei, i cavalieri portavano sulla pelle il velo o la camicia dell'amata).

 

La cavalleria nel Medioevo


La formazione della cavalleria

 

A. HAUSER, Storia sociale dell’arte,
Einaudi 1955, vol. I, pp. 228-233.

 

Il sistema feudale fa perno sulla cavalleria: il feudo non è altro che la ricompensa per il servizio prestato a cavallo (1). A un certo punto (fra il X e il XIII sec., per le maggiori esigenze delle guerre) questa categoria (la cavalleria) viene invasa dai ministeriales (o sergenti: di origine servile, amministratori di terre, al seguito del feudatario) i quali, perdurando l’economia naturale, sono compensati con terre; quindi conquistano l’ereditarietà del feudo, nonché del servizio.

E’ a questo punto (perché gli ultimi arrivati sono i più intransigenti) che la cavalleria diventa un ceto chiuso e si foggia l’ideale cavalleresco: ovvero, tutto un sistema etico (fatto di generosità verso i vinti, protezione del debole, culto della donna), in cui si esprime una vera e propria coscienza di classe, che si contrappone (con i suoi valori: prodigalità, gusto per la cerimonia, disprezzo del lavoro manuale) allo spirito borghese del guadagno.

 
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1) Tale servizio diventa importante (e costoso) in seguito all'invenzione sia della ferratura a chiodi (che consente al cavallo una maggiore aderenza sui terreni più diversi, ed evita lesioni ed usura degli zoccoli), sia, soprattutto, della staffa (che, consentendo una maggiore agilità e saldezza in sella - impossibile con la sola pressione delle ginocchia - trasforma la cavalleria in una forza d'urto micidiale).
 

sabato 27 giugno 2015

La leggenda del santo Graal


La leggenda del santo Graal

 

A. VISCARDI, Letterature d’oc e d’oil,
Nuova Accademia 1962, pp. 267-281.
DIZ. BOMPIANI delle opere e dei personaggi,
voci Perceval, Galaad, Storia del Graal.

 

La leggenda nasce con il romanzo-poema di Chretien de Troyes (attivo in Francia fra il 1160 e il 1190), Perceval, ou le conte dou Graal : si tratta di un’opera non conclusa, per la morte dell’autore, in cui c’è per la prima volta il motivo del Graal (Perceval lo vede nel castello del Re Pescatore, ferito da insanabile ferita: lo regge a due mani una damigella gentile, ed è così scintillante che fa impallidire la luce delle candele; l’ingresso nella sala della damigella è stato preceduto da quello di un paggio che impugna una lancia bianca dalla cui punta sgorga sangue vermiglio; Perceval, pur bramoso di sapere, non osa chiedere niente, perché Gournemanz, colui che lo ha iniziato alla cavalleria, gli ha insegnato a guardarsi da indiscreto parlare; dopo varie avventure, sarà un santo eremita a rivelargli una parte del mistero: il Graal si serve al padre (?) del Re Pescatore, e contiene un’ostia con cui quegli sostenta la sua vita) (1); ed è un motivo funzionale alla problematica che sta a cuore a Chretien, ovvero quella della crescita del protagonista dalla primitività istintiva alla piena coscienza di sè, realizzata nell’incontro con il santo romito (centrale è il motivo dell’abbandono della madre da parte di Perceval per seguire la cavalleria; lei ne morrà di crepacuore, e di tale colpa, di cui per altro non è consapevole, Perceval porterà il peso per tutto il romanzo, finché il romito gliela rivelerà appieno e lo avvierà ad una vita di penitenza).

Il tema del Graal, come tema a sè stante, è ripreso e sviluppato dai continuatori di Chretien: soprattutto da Robert de Boron (vive in Inghilterra alla fine del sec. XII), il quale nel Romans de l’estoire dou Graal e nel Merlin stabilisce la connessione fra leggenda cristiana (tratta dai vangeli apocrifi) e ciclo bretone-arturiano (il Graal è il vaso servito alla celebrazione eucaristica nell’ultima cena; in esso Giuseppe d’Arimatea ha raccolto il sangue uscito dal costato di Cristo, e la lancia non è altro che quella con cui Longino ha colpito al fianco il Crocefisso; dopo la distruzione di Gerusalemme, Giuseppe fonda una sorta di ordine di fedeli del Graal, che si riuniscono attorno ad una tavola con una sedia libera, destinata ad essere occupata dal futuro difensore del Graal; è Bron, cognato di Giuseppe, a portare in occidente la sacra reliquia; con ciò siamo in Bretagna, dove, in continuità con la tavola dell’ultima cena e con quella di Giuseppe, si costituisce una terza tavola, ovvero la Tavola rotonda di Artù, con un seggio vacante riservato all’eroe eletto a por fine agli incantamenti).

Appartiene a compilazioni più o meno anonime l’ulteriore svolgimento che fa di Lancillotto un “cercatore” del Graal; ma poichè costui si è macchiato della colpa di adulterio con Ginevra, la grazia del compimento dell’impresa è concessa da Dio al di lui figlio (generato dall’unione fra Lancillotto, che crede di essere fra le braccia di Ginevra, e la figlia del Re Pescatore), Galaad, l’eroe vergine e perfetto, il puro tra i puri, colui che può conquistare il Graal non in forza di cortesia e audacia, ma grazie ad un assoluto grado di elevazione spirituale. E’ in un romanzo intitolato Giuseppe d’Arimatea che si parla di tale conquista: tanti cavalieri partono, ma tre sono gli eletti: Boors de Gaunes, Perceval e Galaad; ma il primo pecca, il secondo, pur essendo il puro per definizione, è soggetto alle tentazioni del demonio; solo Galaad rimane il compiuto cavaliere di Dio e potrà presenziare ai misteri del sacro Graal.

Il tema di Perceval arriva fino a Wagner (Parsifal, 1877) attraverso Wolfram von Eschenbach (circa 1170-1220), massimo poeta tedesco del Medio Evo, che nel suo Parzifal  aveva ritessuto la trama del poema di Chretien (ne riprende la struttura di Bildungsroman, ovvero di romanzo di formazione).
 
 
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1) Curtius (Letteratura europea e Medio Evo latino, La Nuova Italia 1992, p. 129) accredita l’interpretazione secondo cui la malattia del Re Pescatore sarebbe l’impotenza virile (nel suo paese sono inaridite fonti e vegetazione e la guarigione del re comporterebbe il ritorno della fertilità; del resto certi riti di fertilità erano connessi, nella tarda antichità e nel Medio Evo, con il simbolismo dell’eucarestia; tale motivo sarebbe poi andato perduto nelle rielaborazioni successive della leggenda del Graal).
 

 

Un'interpretazione del Cantico delle creature


Il Cantico delle creature  contro il catarismo

 

G. DUBY, L’arte e la società medievale,
Ed. CDE, 1984, p. 179 e segg.

 

Nel XII sec. il catarismo (in questo erede del manicheismo) aveva affermato il dualismo irriducibile fra principio spirituale e principio materiale, fra bene (Dio e la parte divina dell’uomo, l’anima, che però è imprigionata nel corpo) e male (Satana e tutto ciò che è materiale). Siamo nell’eresia, perché la materia è contrapposta a Dio, mentre la teologia ortodossa ritiene che tutto il creato risplenda della luce divina (si veda il trattato De coelesti hyerarchia  dello pseudo-Dionigi).

Complementare all’eresia sul piano dogmatico è il movimento pauperistico (in Italia abbiamo i patarini lombardi e i flagellanti - o disciplinati - umbri). A tale movimento (che, evidentemente, oltre a denunciare il tradimento del vangelo da parte della Chiesa, si fa portatore di radicali rivendicazioni sociali) appartiene anche il francescanesimo. La istituzionalizzazione dell’ordine (cosiccome di quello domenicano) rivela la volontà riformatrice della Chiesa, ma anche l’intenzione di battere l’eresia assumendone le istanze non eretiche sul piano dogmatico.

Il Cantico delle creature (o di frate Sole) rivela appunto un atteggiamento nei confronti della natura decisamente anti-cataro: certo, il mondo (inteso come beni materiali) è disprezzato (vedi anche in Jacopone), ma la natura è esaltata come partecipe della luce divina, non negata come partecipe del male.

 

Dante definisce lo stil novo


Il recupero dello stilnovismo
nel XXIV del Purgatorio

 

BOSCO-REGGIO, commento al Purgatorio;
introduzione al canto XXIV.

 

La dichiarazione di poetica stilnovistica, tutt’altro che essere fuori luogo, come è stato detto, ben s’inserisce nel contesto dell’incontro con Forese: alla rievocazione della dissipata vita giovanile (e del gusto letterario che ne era il riflesso) segue il ricordo della riconquista della moralità (ovvero, della celebrazione stilnovistica dell’amore-virtù).

La novità della poetica in questione non consiste (come si potrebbe pensare, ad una lettura superficiale dei famosi versi di risposta a Bonagiunta Orbicciani) in una sorta di realismo sentimentale svuotato di ornamenti letterari (giacché, anzi, il carattere colto e dottrinale è una caratteristica del gruppo).

Anzitutto, la “dolcezza”: ha a che fare con la lingua, che non presenta più le dissonanze e gli aggrovigliamenti sintattici di un Guittone, ma si fonda su vocaboli dal suono non “aspro e chioccio”: prevalentemente di misura trisillabica, piani, cioè non sdruccioli né tronchi; senza z  o x, doppia liquida (l, r) o incontro di muta (o occlusiva: p, b, t, d ) più liquida.

Quanto alla “novità”, essa è da ricercarsi in quel capitolo della Vita Nova ove Dante riconosce il valore dell’amore in sé, indipendentemente dalla corresponsione: ciò comporta che la sua rappresentazione cessa di essere quella di una vicenda sentimentale a due (come era stata per i poeti precedenti, ed anche per gli stilnovisti: Guinizzelli aveva, sì, estremamente spiritualizzato l’amore, ma lo stilnovismo non si era liberato dal peso della tradizione, che imponeva preghiere di corresponsione, lamenti per l’indifferenza della donna; ancor peggio, Cavalcanti vedeva l’amore come angoscia mortale, obnubilamento della ragione) per diventare pura introspezione (“noto” quel che amore “ditta dentro”), descrizione dei sentimenti esaltanti provocati dalla presenza della donna amata, slancio verso l’alto. E’ l’amore-passione (oltre il quale non sa sollevarsi Cavalcanti) che può recare dolore, non questo amore-virtù, che è aspirazione al bene.

Questo è, però, lo stilnovismo di Dante, che egli, qui, attribuisce a tutto il gruppo: evidentemente egli pensa che anche gli altri (escluso Cavalcanti?) tendevano, pur senza averne coscienza, a questo amore-virtù. Da questo punto di vista, gli sembra che la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore dia voce ad una esigenza collettiva, fin allora inespressa.

Il dolce stil novo


La novità del dolce stil novo

 

A. RONCAGLIA, in Pazzaglia, vol. I, p. 217;
U. BOSCO, in Giudice-Bruni (4ª), vol. I, p. 140.

 

Secondo Roncaglia, visto che solamente con Dante si può parlare di una “angelicazione” della donna, ovvero di una spiritualizzazione religiosa dell’amore (giacché prima, e ancora fino a Guinizzelli, si tratta di una trasposizione metaforica di immagini dal linguaggio religioso al linguaggio profano), la novità di Guinizzelli consiste nell’approfondimento teologico-filosofico di detta metafora: come le intelligenze angeliche attualizzano la potenza di Dio, così la donna traduce in atto, cioè in amore, la potenza del cor gentile.

Così si spiega anche l’insistenza sull’elemento visivo della luminosità: corrisponde proprio a quella teologia della luce che da S. Bonaventura giungeva a Bologna attraverso Bartolomeo da Bologna (Dio è luce, e tanto più luminose sono le creature vicine a lui).

Bosco invece, partendo dalla famosa terzina dantesca (“Io mi son un che quando / amor mi spira, noto, ed a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando ”), rileva che qui si mette l’accento sull’amore come pura interiorità (a prescindere, quindi, dalle vicende esterne: illusioni e delusioni, speranze e disperazioni; Bosco sottolinea: a prescindere anche dall’interpretazione romantica che ci vede una dichiarazione di sincerità sentimentale), come introspezione, cioè analisi del meccanismo di perfezionamento che si realizza nel poeta-amante (1): tant’è vero che la donna tende a scomparire come protagonista, a favore del protagonismo assoluto del poeta, che medita sull’essenza dell’amore, sul processo intimo che lo sta perfezionando (2).

Ecco perché la richiesta di corrispondenza, il desiderio di appagamento sensuale (presenti dai provenzali ai siciliani) tende a scomparire: si tratta qui di un amore-virtù che ha valore di per sé (3).

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1) o anche, direi, del meccanismo di abbattimento, nel caso di Cavalcanti.

2) o abbattendo.

3) Ma questo sarebbe più propriamente l’approdo di Dante, secondo quanto dice Bosco nel commento al XXIV del Purgatorio (vedi scheda).

Stilnovismo e cor gentile


Stilnovismo e cor gentile

 

M. I., vol. III,
pp. 707-710.

 

In Guinizzelli è posto il nesso tra amore e cor gentile: l’amore alberga spontaneamente e necessariamente nel “cor gentile”. La novità, sottolineata, è che la gentilezza non consiste nella (non dipende dalla) nobiltà ereditaria, ma in (da) qualità morali (1).

Non si tratta però di una concezione “democratica”, perché è la natura che rende “asletto, pur, gentile ” il cuore (e poi la donna lo innamora), così come il sole purifica la pietra preziosa (e poi la stella le infonde la virtù).

Insomma, se la gentilezza perde i suoi connotati di stato sociale, mantiene, tramite il concetto di natura, il suo carattere elitario: di una elite  tale non per nobiltà di sangue, ma per finezza di sentimenti, di cultura.

In Dante (Vita Nova, XXI) il concetto di gentilezza è allargato, perché si ammette che Amore ingentilisce ogni cuore, anche quello non predisposto dalla natura. (p. 733)

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1) D’A. S. Avalle fa un’analisi strutturale del rapporto amore-cor gentile nella canzone di Guinizzelli (pp. 708-9): si tratta di un ragionamento rigorosamente logico, condotto attraverso paragoni, il cui succo è il seguente: “natura” agisce sul “cuore”, rendendolo “gentile” (come il sole agisce sulla pietra preziosa, togliendole ogni impurità), e quindi disposto a ricevere “amore” (e quindi rendendo la pietra atta ad accogliere la “vertute”); è la “donna” che rende attuale questa potenzialità (per la pietra preziosa, è la stella), favorendo l’avvento di “amore” nel “cuore” dell’uomo “gentile”.

L'exemplum nella letteratura medievale


L’exemplum medievale

 

S. BATTAGLIA, La coscienza letteraria del Medioevo,
Liguori 1965, pp. 475-485
(in SALINARI-RICCI, vol. I, pp. 305-309)

 

Nella prosa delle origini (sia che si tratti di volgarizzamenti, di leggende cavalleresche o classiche; sia che si tratti di prose originali come il Novellino) è caratteristico il procedimento attraverso esempi, ovvero attraverso la narrazione di episodi e comportamenti (riferiti a personaggi noti; veri o inventati, non mette conto) cui si attribuisce un valore esemplare.

Il valore dell’exemplum (sia esso tratto dal mondo greco-romano, da quello cavalleresco o da quello religioso) discende da una concezione statica della storia; ovvero della storia non come progresso sociale, ma come ripetizione all’infinito della sorte individuale. Quindi l’esempio vale soprattutto per ciò che è capace di insegnare, generalmente ai fini della salvezza (rispetto a cui la vita non è che una transitoria parentesi), ma anche in funzione più modestamente pragmatica.

Data una simile mancanza di coscienza del divenire storico, si può dire che per il Medioevo la conoscenza storica si abbassa al livello dell’aneddotica (ma, viceversa, gli esempi diventano una forma di conoscenza storica; ovviamente sulla base di una concezione immobile ed eterna del destino umano).

Ma ecco che l’exemplum, nonostante il suo carattere astratto-paradigmatico, introduce nella letteratura elementi di realismo (laddove i tradizionali generi letterari vivono in un clima di alta idealità): per definizione, l’exemplum fa riferimento ai dati dell’esperienza, è realista anche quando narra di episodi favolosi o leggendari (in quanto, appunto, vuole essere l’esemplificazione concreta di un discorso teorico). Ed è quindi all’origine della novella.

Tempo della Chiesa e tempo del mercante


Dal tempo della Chiesa al tempo del mercante

 

J. LE GOFF, Tempo della Chiesa e tempo del mercante,
Einaudi 1977, pp. 3-31.

 

Nel canto XV del Paradiso Cacciaguida parla della campana della Badia, che suonava “terza e nona”, come simbolo di un mondo che ormai non c’è più. Con l’affermarsi della società borghese, c’è bisogno di un modo nuovo di misurare il tempo, più preciso e quindi più adatto alle condizioni di lavoro urbano: si apre quel processo che porta all’invenzione dell’orologio meccanico, attestato dal 1354 (1) (ma Dante sembra alludervi in Paradiso  X, 139-143 e XXIV, 13-15).

Precedentemente, la giornata di lavoro era intesa dal sorgere del sole al tramonto, ed era scandita dal suono delle campane, che segnavano le horae canonicae  (c’è una sorta di identificazione fra tempo della Chiesa e tempo del contadino) (2). Ma con l’affermarsi di un’economia mercantile e con l’istituzione delle prime industrie tessili c’è bisogno di misurare con precisione il lavoro operaio: ed ecco l’installazione di torri campanarie con la funzione esclusiva di segnare le ore di inizio e di fine del lavoro.

Ma, sul modo di concepire il tempo, è in gioco anche una questione etica: secondo la Chiesa, il tempo appartiene a Dio, e quindi non può essere venduto, non può essere fonte di guadagno: la condanna dell’usura si basa proprio su questo assunto: l’usuraio trae guadagno dal tempo; ma, a ben vedere, anche il mercante fa questo, in quanto compra e vende le merci, sfruttando il tempo a proprio vantaggio (3). La Chiesa non può che adattarsi, e il mercante, dal canto suo, si cautela con “opere di bene” (ricche offerte e lasciti testamentari alla Chiesa).

Marginalmente, è interessante notare che la scoperta del tempo (del valore che una merce acquisisce nel tempo) è associata alla scoperta dello spazio (il tempo fondamentale è quello dello spostamento di una merce da un luogo all’altro). Un fenomeno simile lo possiamo riscontrare nell’evoluzione delle arti visive (4). La scoperta della prospettiva, che si realizzerà pienamente nel Rinascimento,  è associata alla scoperta del tempo precisamente determinato (il trionfo del ritratto ne è il segno).
 
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1) E non a caso collocato sulla facciata del palazzo comunale, che si erge in piazza, simbolicamente di fronte alla cattedrale, con le sue campane.
2) Vedi la fantasiosa etimologia di Giovanni di Garlandia: “Campane dicuntur a rusticis qui habitant in campo, qui nesciant iudicare horas nisi per campanas.”
3) Il tempo del trasporto, quello del lavoro operaio, quello della variazione del valore, ecc.
4) “Insieme con la prospettiva, la nuova pittura scopre il tempo del quadro. I secoli precedenti hanno rappresentato i diversi elementi sullo stesso piano, conformemente alla visione libera dalle servitù del tempo e dello spazio, che esclude la profondità come la successione. Le differenze di statura non  esprimevano che la gerarchia delle condizioni sociali e delle dignità religiose. Senza rispetto per le fratture temporali, venivano giustapposti episodi successivi...” (p. 15). A dimostrazione di ciò, si possono indicare rispettivamente Nicola Pisano (rilievi del pulpito del Battistero di Pisa, rappresentanti la natività: 1260) e Donatello (formella rappresentante il convito di Erode: 1423-27).
 

venerdì 26 giugno 2015

Virgilio: la vita e l'opera


Virgilio

 

Fondamentale per la biografia è la Vita di Elio Donato (grammatico del IV sec. d. C.), che risale al De poetis di Svetonio (I-II sec. d. C.), perduto.

Nasce nel 70 a. C. ad Andes (oggi Pietole), presso Mantova da un padre figulus (vasaio), o da un bracciante che sarebbe poi divenuto proprietario terriero in seguito a un buon matrimonio. Certo è che la famiglia ebbe una discreta ricchezza, se Virgilio poté frequentare le migliori scuole (prima a Cremona e a Milano, poi retorica a Roma presso Epidio (1), quindi filosofia a Napoli (2), alla scuola dell’epicureo Sirone). Dopo Filippi (42 a. C.), per compensare i veterani, come si usava, i triumviri confiscarono terre nel cremonese e nel mantovano: anche Virgilio perse il suo podere, e non è chiaro se lo abbia riacquistato (vi si allude nelle Bucoliche I e IX). Nel 19 era andato in Grecia per raccogliere materiale utile per la revisione dell’Eneide, cui si stava dedicando da undici anni. Si ammalò nel viaggio di ritorno, morì a Brindisi e fu sepolto a Napoli. Lui stesso avrebbe dettato il seguente distico: “Mantua me genuit, Calabri rapuère, tenet nunc / Parthenope; cecini pascua, rura, duces”.

Fra il 42 e il 39 compone le Bucoliche (dal greco bukòlos, pastore), dette anche Ecloghe: si tratta di dieci carmi in esametri (quelli dispari in forma dialogica, quelli pari in forma narrativa) (3), in cui, imitando gli Idilli di Teocrito (4), viene rappresentata una campagna idealizzata (idilliaca, appunto), con i tratti convenzionali del locus amoenus (il prato, l’ombra degli alberi, il venticello, il ruscello, ecc.); i riferimenti geografici sono ora biografici (la pianura padana), ora letterari (la Sicilia del siracusano Teocrito, l’Arcadia mitica, patria di Pan e dei pastori); gli argomenti vanno dalle gare di canto fra pastori, al dolore per amori non corrisposti o (come nella I) per doversene andare dalle proprie terre, alla profezia di un mondo rigenerato (IV). La filosofia di fondo è quella epicurea (la serenità campestre è contrapposta ai turbamenti della città; anche se è vero che quella serenità è turbata dalle sofferenze d’amore, o dagli echi della politica e della guerra; talché la serenità non è mai piena, ma sempre pervasa da un alone di malinconia).

Alle Georgiche lavora dal 37 al 30. Si tratta di un poema epico-didascalico in quattro libri, in esametri. E’ dedicato a Mecenate, di cui, nel III libro, si dice di aver seguito gli haud mollia iussa (5). I quattro libri sono dedicati, nell’ordine, alla coltivazione dei cerali, alla coltura degli alberi e della vite, all’allevamento del bestiame, all’apicoltura (6). I precedenti sono da individuare prima di tutto in Esiodo (il poeta greco dell’VIII-VII sec., autore di un poema – Erga kai Emèrai, Le opere e i giorni – in cui, appunto, si danno ammaestramenti sui lavori dei campi in relazione ai diversi giorni dell’anno) (7); ma anche in poeti alessandrini come Arato di Soli (III sec., autore di un poema astronomico, Phainòmena, Fenomeni), ma anche in quel Varrone “Reatino” (116-27 a.C.) che proprio in quegli anni (nel 37 a.C.) aveva scritto un trattato sull’agricoltura, intitolato De re rustica (8). Né si può dimenticare il grande poema di Lucrezio, che Virgilio – pur senza nominarne l’autore – ha certamente in mente: nel finale del II libro si esalta la conoscenza scientifica e filosofica come alto ideale di vita (anche se il poeta riconosce che a lui è più congeniale cantare la purezza e la semplicità della vita in campagna); nel finale del III libro si introduce il cupo quadro della peste che colpì gli animali nel Norico (grosso modo, l’odierna Austria) e questo ci ricorda la rappresentazione della peste di Atene con cui si chiude il De rerum natura.

A differenza delle Bucoliche, la campagna è qui vista come luogo non dell’idillio ma del duro lavoro (la legge del lavoro, si dice subito nel I libro, fu imposta da Giove, dopo l’età dell’oro governata da Saturno, per stimolare col bisogno l’ingegnosità degli uomini); viene sottolineata la tensione agonistica fra l’uomo e la terra, tanto che si può riconoscere una presenza della filosofia stoica nell’idea che la fatica e la sofferenza facciano parte di un ordine cosmico provvidenziale e ne sia necessaria l’accettazione. D’altra parte – come si dice nel finale del II libro – la campagna compensa chi la lavora offrendo i suoi frutti e, soprattutto, quella sanità, fisica e morale, estranea alla vita turbolenta della città; quella stessa sanità che ha consentito a Roma, nei tempi antichi, di “divenire la più bella fra tutte le cose” (9).   

Memorabile il finale del IV libro, dove, per spiegare la cosiddetta “bugonìa”, si inserisce un vero e proprio epillio, ovvero la storia del pastore Aristeo sulla quale si innesta (secondo una tecnica ad incastro, tipicamente alessandrina, per cui un mito fa da cornice all’altro) la vicenda – tragica e bellissima – di Orfeo ed Euridice (10).

Lavora all’Eneide dal 30 al 19. Considerava l’opera incompiuta (ci sono infatti delle incongruenze e 58 versi incompiuti, dallo stesso chiamati tibicines, ovvero “puntelli”) tanto che in punto di morte aveva chiesto all’amico Vario (che si rifiutò di farlo) di bruciare il tutto. Nel proemio del III libro delle Georgiche aveva preannunciato un’opera celebrativa delle gesta del princeps, ma di fatto compone un poema epico in cui al centro c’è il mito di Enea che conduce i Troiani da Troia distrutta alle foci del Tevere, ed Augusto compare come punto di arrivo di un disegno provvidenziale (profetizzato da Giove a Venere nel I libro, da Anchise nel VI, nella descrizione dello scudo di Enea nell’VIII).

Il modello primo è evidentemente quello omerico: l’Odissea, per la prima metà (con il motivo dell’eroe che deve viaggiare prima di giungere alla meta), l’Iliade, per la seconda (con il motivo della guerra e del duello finale fra Turno ed Enea) (11). Ma la lezione alessandrina e neoterica è conservata sia nella brevitas – i libri sono 12 (6+6) invece che 48 (24+24) – sia nella presenza della componente psicologica, in particolare della psicologia d’amore, rilevante nella figura di Didone. Per questo aspetto (Calipso e Circe, seduttrici di Ulisse nell’Odissea, sono pressoché prive di spessore psicologico e di implicazioni sentimentali) il modello è senz’altro Apollonio Rodio (12) (Medea abbandonata da Giàsone nelle Argonautiche è il precedente della Didone virgiliana).  Come fonti per la vicenda, Virgilio aveva soprattutto il Bellum Poenicum di Nevio e le Origines di Catone.

La tipologia dell’eroe protagonista (Enea) è senz’altro diversa da quella omerica: l’eroismo, invece che manifestarsi come affermazione di una personalità eccezionale (Achille, Ulisse), risiede nella “pia” accettazione di un dovere che trascende la limitata esistenza dell’individuo. Enea è appunto pius, e la sua pietas consiste soprattutto nella  disponibilità a sacrificare le proprie esigenze personali per farsi strumento della volontà divina e compiere la missione che gli è stata affidata. La concezione stoica della vita ha decisamente preso il sopravvento su quella epicurea. Ma ciò non avviene con entusiasmo, senza conflitti interiori: Enea è un eroe tormentato, quel dovere è sentito come un dolorosa necessità (così è quando deve abbandonare Didone, quando uccide, pur commiserandolo, il giovane Lauso (13), o quando non risparmia la vita Turno che lo supplica) (14).

                                                                                        



1) Timido (lo chiamavano parthenias, il verginello) e poco abile a parlare, avrebbe trattato una sola causa (e quindi rinunciato alla carriera politica).

2) Rimarrà poi sempre la città più cara al poeta, che vi soggiornerà spesso.

3) Non è del tutto vero, perché nella VIII, dopo una introduzione narrativa, c’è una gara di canto fra due pastori.

4) Di Siracusa, poeta alessandrino (III sec. a. C.), è l’inventore del genere. Anche se rievoca la semplicità della campagna, si tratta di una poesia colta e raffinata (per riferimenti mitologici, allegorie, sapienza stilistica), secondo i modi della poesia alessandrina, e quindi neoterica. Non meraviglia che un padano come Virgilio, e di quella generazione, subisse l’influenza della moda alessandrino-neoterico.

5) Si discute se Virgilio si riferisca a sollecitazioni d tipo politico-culturale (siamo negli anni in cui Ottaviano, in contesa con Antonio, intende valorizzare la sanità dei costumi italici in opposizione alla mollezza dei costumi orientali; e forse il futuro Augusto ha già in mente la necessità di un rilancio della piccola proprietà contadina per risanare lo Stato) o se si tratti semplicemente di sollecitazioni a concludere l’ opera (Virgilio era notoriamente un perfezionista, che limava continuamente i suoi versi).

6) L’ordine degli argomenti è sintetizzato nei versi iniziali: Quid faciat laetas segetes, quo sidere terram / vertere, Maecenas, ulmisque adiungere vitis / conveniat, quae cura boum, qui cultus habendo / sit pecori, apibus quanta experientia parcis, / hinc canere incipiam.

7) “Ascraeumque cano Romana per oppida carmen”, dice V. in un verso del II libro (di Ascra, in Beozia, era appunto Esiodo).

8) Del resto Varrone si poneva nella linea di una tradizione che aveva nel De agri cultura di Catone il modello originario.

9) “Rerum facta est pulcherrima Roma” (II, 534).

10) Aristeo, perduti i suoi alveari, viene a sapere di essere stato punito perché ha provocato la morte della ninfa Euridice, morsa da un serpente mentre tentava di sfuggirgli. Il suo sposo, Orfeo, scende nell’Ade, commuove col suo canto le divinità infernali, ottiene di riportare alla luce Euridice, purché non si volti a guardarla; ma lui non resiste, si volta e la perde per sempre. Aristeo quindi placa le ninfe offese sacrificando dei tori e dalle carni di questi vede nascere miracolosamente sciami di api: si realizza così la “bugonìa” (le api, come compenso per aver nutrito con il loro miele Giove neonato, hanno il privilegio di riprodursi in questo modo, sfuggendo alla necessità dell’accoppiamento).

11) Il modello omerico è per altro riconoscibile anche nel motivo dell’intervento degli dei nelle vicende terrene e nel motivo della “catàbasi” (la discesa agli inferi di Enea riprende quella di Ulisse – anche se Ulisse non discende, ma resta sulla soglia e sono le anime che vengono a lui attirate dal sangue sacrificale).

12) 295-205 a.C. Grande poeta dell’età alessandrina (di Alessandria era nativo; si trasferì poi a Rodi, dove visse fino alla morte: di qui l’appellativo di “Rodio”).

13) Lauso è figlio dell’etrusco Mezenzio e sfida a duello Enea.

14) Enea lo risparmierebbe, ma quando scorge il balteo (una cintura) di cui Turno aveva spogliato Pallante (il giovane figlio di Evandro, alleato di Enea) dopo averlo ucciso, ricorda la promessa solenne fatta ad Evandro di vendicare il figlio e vibra il colpo mortale.