martedì 5 aprile 2016

La figura dell'inetto nella letteratura fra Ottocento e Novecento (IV parte)


Senilità: la “cena dei vitelli”

1)      Leggiamo ora un passo tratto dall’episodio della cosiddetta “cena dei vitelli” (i protagonisti la chiamano così perché in quell’occasione hanno mangiato solo vitello, in  tutte le salse). Emilio ha confidato all’amico Stefano i suoi dubbi, le sue ansietà a proposito di Angiolina e chiede un consiglio. Stefano, che vuole insegnargli come si trattano le donne, come si vive con leggerezza un’avventura, gli propone di incontrarsi in quattro (lui con la donna che sta frequentando in quel momento, una certa Margherita, Emilio con Angiolina) e cenare insieme. La cena naturalmente diventa un’occasione in cui brillano la personalità sicura, la simpatia e la chiacchiera straripante di Stefano, che trova subito corrispondenza in Angiolina, mentre Margherita (mite e sottomessa) ed Emilio sono ridotti pressoché al silenzio:

Margherita si pose fra Stefano e Emilio; Angiolina sedette l'ultima in faccia a lei e, ancora in piedi, rivolse un'occhiata strana al Balli. Ad Emilio parve di sfida, ma lo scultore l'interpretò meglio: - Cara Angiolina, - le disse senza complimenti, - ella mi guarda così sperando ch'io trovi bello anche il suo naso, ma non serve (quando si sono presentati, Balli, che è uno scultore e conosce le linee del volto, le ha detto che ha dei begli occhi ma un brutto naso, che dovrebbe essere rifatto). Il suo naso dovrebbe essere fatto così. - Segnò sul tavolo, col dito bagnato nella birra, la curva che egli voleva, una linea grossa che sarebbe stato difficile figurarsi su un naso.

Angiolina guardò quella linea come se avesse voluto apprenderla, e si toccò il naso: - Sta meglio così - disse a mezza voce come se non le fosse più importato di convincere nessuno.

- Che cattivo gusto! - esclamò il Balli non potendo però tenersi dal ridere. Si capì che da quel momento Angiolina lo divertì molto. Continuò a dirle delle cose sgradevoli ma pareva lo facesse per provocarla a difendersi. Ella stessa ci si divertiva. Nel suo occhio c'era per lo scultore la medesima benevolenza che brillava in quello di Margherita; una donna copiava l'altra, ed Emilio, dopo aver cercato invano di cacciare qualche parola nella conversazione generale, era ora intento a domandarsi perché avesse organizzata quella adunanza.

Ma il Balli non lo aveva dimenticato. Seguì il suo sistema, che pareva dovesse essere la brutalità, persino col cameriere. Lo sgridò perché non gli offriva di cena altro che vitello in tutte le salse; rassegnatosi a prenderne, gli diede i suoi ordini e quando il cameriere stava già per uscire dalla stanza, gli gridò dietro in un nuovo comico accesso d'ira ingiustificata: - Bastardo, cane! - Il cameriere si divertì a esser sgridato da lui ed eseguì tutti i suoi ordini con una premura straordinaria. Così, avendo domato tutti intorno a sé, al Balli parve d'aver dato ad Emilio una lezione in piena regola. (dunque la lezione consiste nel trattare gli altri, in particolare le donne, con brutalità, da superiore ad inferiore)

Ma a costui non riuscì d'applicare quei sistemi neppure nelle cose più piccole. Margherita non voleva mangiare: - Bada, disse il Balli, - è l'ultima sera che passiamo insieme; non posso soffrire le smorfie io! - Ella acconsentì che si facesse da cena anche per lei; tanto presto le venne l'appetito che ad Emilio sembrò di non avere avuto giammai da Angiolina un tale segno di affetto. Intanto anche questa, dopo lunga esitazione, aveva dichiarato di non volerne sapere di vitello

- Hai inteso, - le disse Emilio, - Stefano non può soffrire le smorfie. - Ella si strinse nelle spalle; non le importava di piacere a nessuno, e ad Emilio parve che il disprezzo fosse diretto piuttosto a lui che al Balli. (Emilio, un po’ comicamente, si è subito adeguato alla imposizione di Stefano; Angiolina invece, che è uno spirito libero, non ci pensa nemmeno, anzi disprezza Emilio perché ne riconosce la sudditanza nei confronti di Stefano)

- Questa cena di vitelli - disse il Balli con la bocca piena guardando in faccia gli altri tre - non è precisamente una cosa molto armonica. Voi due stonate insieme; tu nero come il carbone, ella bionda come una spiga alla fine di Giugno, sembrate messi insieme da un pittore accademico. Noi due poi si potrebbe metterci sulla tela col titolo: Granatiere con moglie ferita.

Con sentimento molto giusto, Margherita disse: - Non si va mica insieme per farsi vedere dagli altri. - Il Balli, serio e brusco anche in quell'atto affettuoso, le diede in premio un bacio sulla fronte.

Angiolina, con un pudore nuovo, s'era messa a contemplare il soffitto. - Non faccia la schizzinosa, - le disse il Balli corrucciato. - Come se voi due non faceste di peggio.

- Chi lo dice? - chiese Angiolina subito minacciosa verso Emilio

- Io no - protestò poco felicemente il Brentani.

- E che cosa fate insieme tutte le sere? Io non lo vedo mai dunque è con lei ch'egli passa le sue serate. Ha da capitargli anche l'amore, in quella verde età! Addio bigliardo, addio passeggiate. Io resto lì solo ad aspettarlo o bisogna m'accontenti del primo imbecille che mi viene per i versi. Ci eravamo trovati tanto bene insieme! Io, la persona più intelligente della città e lui la quinta, perché dopo di me vi sono tre posti vuoti e subito al prossimo c'è lui.

Margherita, che in seguito a quel bacio aveva riacquistata tutta la sua serenità, ebbe per Emilio un'occhiata affettuosa - Davvero! Mi parla continuamente di lei. Le vuole molto bene

Invece ad Angiolina parve che la quinta intelligenza della città fosse poca cosa, e conservò tutta la sua ammirazione per chi ne era la prima. - Emilio mi ha raccontato ch'ella canta tanto bene. Canti un po'. L'udrei tanto volentieri.

- Non mi mancherebbe altro. Dopo di cena io riposo. Ho la digestione difficile come quella di un serpente (i due sono simili: Stefano si rifiuta ad una richiesta di Angiolina così come poco prima lei si era rifiutata di compiacere lui; laddove da parte di Margherita ed Emilio ci sono solo sottomissione e consenso).

Margherita sola intuì lo stato d'animo di Emilio. I suoi occhi, posandosi su Angiolina, divennero serii; poi si rivolse ad Emilio, si dedicò a lui, ma per parlargli di Stefano: - Talvolta è brusco, certo, ma non sempre, e anche quando lo è non incute spavento. Si fa quello che vuole lui, perché gli si vuol bene. Poi, sempre a voce bassa, modulata dolcemente, ella disse: Un uomo che pensa è tutt'altra cosa di quelli che non pensano. - Si capiva che parlando di quegli altri, pensava a gente in cui s'era imbattuta ed egli, distratto per un istante dal suo doloroso imbarazzo, la guardò con compassione. Ella aveva ragione d'amare negli altri le qualità che le giovavano; da sola, così dolce e debole, non si sarebbe potuta difendere (Margherita è sensibile, capisce che la debolezza di Emilio è simile alla propria; chi non lo capisce è Emilio, che prova compassione per lei e invece dovrebbe provarla anche per se stesso).

Ma il Balli si ricordò di nuovo di lui: - Come sei ammutolito! - Poi, rivolto ad Angiolina, chiese: - E’ sempre così nelle lunghe sere che passate insieme?

Ella che pareva dimentica dei suoi inni d'amore, disse con malumore: - E’ un uomo serio.

Il Balli ebbe la buona intenzione di risollevarlo: ne tessé la biografia caricandola: - Come bontà è lui il primo ed io il quinto. E’ il solo maschio col quale io abbia saputo andar d'accordo. E’ il mio alter ego, il mio altro io, pensa come me, e... è sempre del mio parere quando io subito non so essere del suo. - All'ultima frase aveva dimenticato il proposito col quale aveva cominciato a parlare (ha sottolineato la debolezza di Emilio, la sua incapacità di imporsi, la sua subalternità ad una personalità più forte) e, di buon umore, schiacciava Emilio sotto il peso della propria superiorità. Quest'ultimo non seppe far altro che comporre la bocca ad un sorriso.

Poi sentì che sotto quel sorriso doveva essere ben facile d'indovinare uno sforzo e, per simulare meglio disinvoltura, volle parlare. S'era discorso, - egli non sapeva neppure da chi, - di far posare Angiolina per una figura che il Balli ideava. Egli era d'accordo: - Si tratta già di copiare la sola testa - disse ad Angiolina come se non avesse saputo che ella avrebbe accordato anche di più. Ma ella, senza interpellarlo, mentre egli era stato distratto dai discorsi di Margherita, aveva già accettato, e, bruscamente, interruppe le parole di Emilio, che, per nulla spontanee, s'erano disposte in una perorazione fuori di luogo, esclamando: - Ma se ho già accettato (di grande comicità: l’intervento di Emilio è stato ridicolizzato).

Il Balli ringraziò e disse che ne avrebbe sicuramente approfittato, ma soltanto di là a qualche mese, perché, per il momento, era troppo occupato con altri lavori (il Balli è superiore, non si concede con facilità). La guardò lungamente sognando la posa in cui l'avrebbe ritratta e Angiolina divenne rossa dal piacere. Almeno Emilio avesse avuto un compagno di sofferenza. Ma no! Margherita non era affatto gelosa, e guardava Angiolina anche lei con l'occhio d'artista. Stefano ne avrebbe fatta una cosa bella, disse, e parlò con entusiasmo delle sorprese che le aveva date l'arte, quando dall'argilla docile usciva una faccia, un'espressione, la vita.

Il Balli presto si rifece brusco. - Lei si chiama Angiolina? Un vezzeggiativo con codesta statura da granatiere? Angiolona la chiamerò io, anzi Giolona. - E da allora la chiamò sempre così con quelle vocali larghe, larghe, il disprezzo stesso fatto suono. Emilio si sorprese che il nome non dispiacesse ad Angiolina; ella non se ne adirò mai e quando il Balli glielo urlava nelle orecchie, rideva come se qualcuno le avesse fatto il solletico.

2)      E’ dunque evidente che alla “cena dei vitelli” le coppie si compongono in modo diverso: da una parte Stefano e Angiolina, accomunati da una esuberante vitalità, dalla sicurezza di sé (si sono come annusati all’inizio, con diffidenza, ma poi si sono riconosciuti simili, Angiolina si diverte, ride, non si adira quando lui la chiama Giolona con tono sprezzante); dall’altra Stefano e Margherita, accomunati dalla debolezza di carattere, dalla insicurezza, di cui Margherita sembra più consapevole di Emilio).

Senilità: le anticipazioni mentali dell’inetto

3)      Uno dei modi in cui si manifesta l’inettitudine, abbiamo detto, è quello di progettare dei discorsi che poi l’inetto non riesce a fare, anticipare mentalmente delle parole che poi non riesce a dire, ad immaginare atteggiamenti di superiorità che non riesce a tenere. C’è un bell’episodio in Senilità, ed è quando il Balli, una sera, avverte l’amico Emilio di avere appena visto Angiolina in affettuosa compagnia di un uomo (l’ombrellaio, un negoziante che vende ombrelli). Emilio finge indifferenza, dice che ci penserà nei giorni successivi, per ora ha troppo sonno e intende andare a dormire:

Si diresse verso casa per andare a coricarsi.

Ma, giunto al Chiozza, si fermò a guardare verso la stazione, la parte della città ove Angiolina faceva all'amore con l'ombrellaio. - Eppure - pensò e pensò l'idea e le parole - sarebbe bello ch'ella passasse per di qua ed io potessi subito dirle che fra di noi tutto è finito. Allora sì che tutto sarebbe finito ed io potrei andare a dormire veramente calmo. Per di qua deve passare! S'appoggiò ad un paracarro e quanto più attendeva, tanto più forte si faceva la sua speranza di vederla quella stessa notte.

Per essere pronto pensò anche le parole che le avrebbe dirette. Dolci. Perché no? - Addio Angiolina. Io volevo salvarti e tu mi hai deriso. - Deriso da lei, deriso dal Balli! Una rabbia impotente gli gonfiò il petto. Finalmente egli si destava e tutta la rabbia e la commozione non lo addoloravano tanto come l'indifferenza di poco prima, una prigionia del proprio essere impostagli dal Balli (prima, appunto, ha finto indifferenza, per mostrare a Balli la propria superiorità; ma quella indifferenza l’aveva fatto soffrire). Dolci parole ad Angiolina? Ma no! Poche e durissime e fredde. - Io sapevo già ch'eri fatta così. Non mi sorprese affatto. Domandalo al Balli. Addio.

Camminò per calmarsi perché al pensare quelle fredde parole s'era sentito bruciare. Non offendevano abbastanza! Con quelle parole non offendeva che se stesso; si sentiva venire le vertigini. - Così si uccide - pensò - non si parla. - Una grande paura di se stesso lo calmò. Sarebbe stato ugualmente ridicolo anche uccidendola, si disse, come se egli avesse avuto un'idea da assassino. Non la aveva avuta; ma, rassicuratosi, si divertì a figurarsi vendicato con la morte di Angiolina. Quella sarebbe stata la vendetta che avrebbe fatto obliare tutto il male di cui ella era stata l'origine. Dopo, egli avrebbe potuto rimpiangerla, e lo pervase una commozione che gli cacciò le lagrime agli occhi (il pensiero della morte che poi suscita il rimpianto dell’innamorato, è anche presente, seppure con rapporti diversi, nel finale di Una vita).

Pensò che con Angiolina egli avrebbe dovuto seguire lo stesso sistema adottato col Balli. Quei due suoi nemici dovevano essere trattati nello stesso modo (sente come nemico anche il Balli, che pure è il suo amico da sempre; ma da sempre da una parte ne disprezza la mediocre intelligenza, dall’altra ne invidia la facilità del vivere). A lei egli avrebbe detto che non l'abbandonava causa il tradimento ch'egli s'era atteso, ma per il sozzo individuo ch'ella aveva scelto a suo rivale. Egli non voleva più baciare dove aveva baciato l'ombrellaio. Finché s'era trattato del Balli, del Leardi e magari del Sorniani, aveva chiuso un occhio, ma l'ombrellaio! Nell'oscurità studiò la smorfia di schifo con cui avrebbe detta questa parola.

Qualunque parola egli immaginasse di dirigerle, sempre veniva colto da un convulso riso. Avrebbe continuato a parlarle così tutta la notte? Era dunque necessario di parlarle subito. Ricordò ch'era probabile che Angiolina rincasasse dalla parte di via Romagna. Col suo passo rapido egli avrebbe ancora potuto raggiungerla. Non aveva finito di pensare tutto questo e, già, lieto di poter prendere una decisione che tagliasse il dubbio che gli annebbiava la mente, si mise a correre. Il movimento dapprima gli diede un po' di sollievo. Poi rallentò il passo reso esitante da una nuova idea. Se essi rincasavano da quella parte, non sarebbe stato più sicuro, per ritrovarli, di salire alla via Fabio Severo dalla parte del Giardino Pubblico e discenderne andando loro incontro per via di Romagna? La corsa non gli faceva paura e avrebbe impreso quel giro enorme; ma in quella gli parve di veder passare dinanzi al caffè Fabris Angiolina accompagnata da Giulia e da un uomo che doveva essere l'ombrellaio. A tanta distanza riconobbe la fanciulla saltellante graziosamente come quando voleva piacere a lui. Cessò di correre perché aveva tutto il tempo per raggiungerli. Poté anche pensare senza esasperarsi le parole che le avrebbe dirette subito. Perché circondare quell'avventura di tanti particolari e pensieri strani? Era un'avventura solita, e di là a pochi minuti sarebbe stata liquidata nel modo più semplice (mente a se stesso: per lui non è certo un’avventura solita, e sta dimostrando con la miriade di pensieri che gli frullano per la testa che non è per niente semplice liquidarla).

Giunto sotto all'erta di via Romagna, non vide più le persone che dovevano averla già passata. Camminò più presto colto da un dubbio che l'affannò quanto la salita. E se non fosse stata Angiolina? Come avrebbe potuto lottare contro la propria agitazione, sempre rinascente, per tutta una notte?

Quantunque ora si trovassero a pochi passi da lui, nell'oscurità egli continuò a credere che quelle tre persone fossero quelle che egli cercava. Perciò ebbe un momento di calma. Era tanto facile di calmarsi quando poteva procedere subito ad un'azione! Quel gruppo ricordava quell'altro di cui il Balli gli aveva fatta la descrizione. In mezzo a due donne camminava un uomo grosso e tarchiato che dava il braccio a quella ch'egli aveva creduta Angiolina, e che ora però non aveva niente di caratteristico nel suo modo di muoversi. La guardò in faccia con lo sguardo calmo e ironico preparato con tanta fatica (ha preparato anche lo sguardo!). Ebbe una grande sorpresa vedendo una faccia ignota, di vecchia, asciutta asciutta.

Una delusione dolorosa. Nel desiderio di non lasciare così quel gruppo cui l'aveva attaccato tanta speranza, ebbe l'idea di chiedere a quella gente se forse non avessero visto Angiolina, e pensava già il modo con cui l'avrebbe descritta. Si vergognò! Una sola parola che avesse detta, e tutti avrebbero indovinato tutto. Continuò a camminare con passo celere che presto degenerò in corsa. Vedeva dinanzi a sé un lungo tratto di strada bianca e ricordò che, quando avrebbe girato, ne avrebbe visto un altro altrettanto lungo e poi un altro. Interminabile! Ma bisognava uscire dal dubbio e per il momento il dubbio era se Angiolina si trovasse su quella strada o altrove.

Un'altra volta pensò le frasi ch'egli le avrebbe dirette quella notte stessa o la mattina appresso. Dignitosamente (quanto più aumentava la sua agitazione, tanto più calmo egli si sognava) dignitosamente le avrebbe detto che per liberarsi di lui le sarebbe bastato di dirgli una parola, una sola parola. Non sarebbe occorso deriderlo. - Io mi sarei ritirato subito. Non mi occorreva di esser cacciato dal mio posto da un ombrellaio. - Ripeté più volte questa frase, modificandone qualche parola e cercando di perfezionare anche il suono della voce che diveniva sempre più ironico e tagliente. Cessò quando s'accorse che, per lo sforzo di trovare l'espressione, urlava.

4)       Ovviamente quella sera non incontra Angiolina. La va a cercare il giorno dopo, la trova in casa e, per quanto lei menta in vari modi (sostenuta dalla madre, che le tiene bordone), lui riesce a dirle: “Quando avrò riacquistato la mia calma potremo anche rivederci. Ma per lungo tempo è meglio che restiamo divisi.” Ma è appena uscito dalla stanza che si tormenta all’idea di non poterla rivedere, soprattutto perché gli pare di averle sentito emettere un gemito di dolore al vederlo allontanarsi. Ovviamente non sa resistere e dopo qualche tempo, incontrandola per strada, le chiede di accompagnarla e riprende la relazione, sempre tormentandosi perché non può non vedere gli indizi dei suoi tradimenti (arriva tardi agli appuntamenti, sembra conoscere l’affittacamere della casa di malaffare dove lui la conduce, usa delle espressioni che deve avere assimilato da qualche nuovo conoscente – può essere uno studente, visto che conosce delle canzoni goliardiche ed usa qualche latinismo; o un veneziano, visto che usa qualche parola in dialetto veneziano).

Senilità: l’ultimo appuntamento

5)       Mentre Amalia sta morendo, Emilio si ricorda di avere un appuntamento con Angiolina e, malgrado Balli (Emilio è andato a cercarlo per farsi aiutare, quando ha visto Amalia in quelle condizioni) cerchi di dissuaderlo, insiste dicendo che intende lasciarla definitivamente e immaginando di offrire alla sorella quella rottura come un “olocausto”. Balli lo lascia andare, facendosi promettere che non farà scenate alla ragazza:

Aveva risposto alle nuove raccomandazioni del Balli con un nuovo sorriso. L'aria rigida della sera lo scosse, lo refrigerò fino in fondo all'anima. Lui usare delle violenze ad Angiolina! Perché era lei la causa della morte d'Amalia? Ma quella colpa non poteva esserle rimproverata. Oh, il male avveniva, non veniva commesso. Un essere intelligente non poteva essere violento perché non v'era posto a odii. Per l'antica abitudine di ripiegarsi su se stesso e analizzarsi, gli venne il sospetto che forse il suo stato d'animo era risultato dal bisogno di scusarsi e di assolversi. Ne sorrise come di cosa comicissima. Come erano stati colpevoli lui e Amalia di prendere la vita tanto sul serio!

6)      Si sta giustificando: dice che il male accade senza che nessuno lo commetta, cioè a prescindere da responsabilità individuali; parla della non colpevolezza di Angiolina, in realtà vuole assolvere se stesso, perché si sente colpevole di avere trascurato la sorella al punto di non accorgersi che si stava stordendo con l’etere. Il sospetto gli viene, ma lo esorcizza sorridendone come di cosa comica e pensando che non poteva essere colpevole chi, come lui e la sorella, prendeva la vita tanto sul serio. Ma quell’ultima frase è carica di ambiguità. Emilio sembra avvertire confusamente che proprio lì sta il problema (e la colpa!), nell’aver represso, lui e la sorella, pulsioni e desideri naturali, nell’essere stati vittime della “serietà” di un moralismo piccolo-borghese, in definitiva nell’essersi negati alla vita: lì sta l’origine del male, che provoca la sofferenza di Emilio e conduce Amalia alla morte.

Alla riva, dopo di aver guardato l'orologio, si fermò. Qui il tempo appariva peggiore che non in città. Al sibilare del vento si univa imponente il clamore del mare, un urlo enorme composto dall'unione di varie voci più piccole. La notte era fonda; del mare non si vedeva che qua e là biancheggiare qualche onda che il caos aveva voluto infranta prima di giungere a terra. Sui battelli, alla riva, si era sull'attenti e si vedeva qualche figura di marinaio, in alto, su quegli alberi che facevano la solita varia danza nelle quattro direzioni, lavorare nella notte e nel pericolo.

Ad Emilio parve che quel tramestìo si confacesse al suo dolore. Vi attingeva ancora maggiore calma. L'abito letterario gli fece pensare il paragone fra quello spettacolo e quello della propria vita. Anche là, nel turbine, nelle onde di cui una trasmetteva all'altra il movimento che aveva tratto lei stessa dall'inerzia, un tentativo di sollevarsi che finiva in uno spostamento orizzontale, egli vedeva l'impassibilità del destino. Non v'era colpa, per quanto ci fosse tanto danno (a parte la sottolineatura dell’abitudine a vedere la realtà attraverso schemi letterari, Emilio ribadisce il bisogno di auto-assolversi: non c’è colpa, c’è l’ineluttabilità del destino, come un’onda è sospinta dall’altra senza che possa farci niente).

Accanto a lui un grosso marinaio piantato solidamente sulle gambe coperte di stivaloni, urlò verso il mare un nome. Poco dopo gli rispose un altro grido; egli allora si gettò su una colonna vicina, ne slegò una gomena che v'era attortigliata, l'allentò e la saldò di nuovo. Lentamente, quasi impercettibilmente, uno dei maggiori bragozzi si allontanò dalla riva ed Emilio comprese ch'era stato attaccato ad una boa vicina per salvarlo dalla terra.

Il grosso marinaio prese ora tutt'altra attitudine; s'era appoggiato alla colonna, aveva accesa la pipa e in quel diavoleto si godeva il suo riposo.

Emilio pensò che la sua sventura era formata dall'inerzia del proprio destino. Se, una volta sola nella sua vita, egli avesse avuto da slegare e riannodare in tempo una corda; se il destino di un bragozzo, per quanto piccolo, fosse stato affidato a lui, alla sua attenzione, alla sua energia; se gli fosse stato imposto di forzare con la propria voce i clamori del vento e del mare, egli sarebbe stato meno debole e meno infelice (cerca ancora di giustificare la propria inettitudine, accusando il destino, o la natura, che ha fatto di lui un intellettuale piccolo borghese e non un marinaio con compiti semplici e concreti: così si è autoassolto, io sono fatto così, non ho colpe; e sfugge alle sue responsabilità sia di fronte alla sorella, sia di fronte ad Angiolina).

Andò all'appuntamento. (…) Non c'era dolore in quell'ora in cui egli poteva fare proprio quello che la sua natura esigeva. Assaporava con voluttà quel sentimento calmo di rassegnazione e di perdono. Non pensò nessuna frase per comunicare il suo stato d'animo ad Angiolina; anzi il loro ultimo abboccamento doveva esserle assolutamente inesplicabile, ma egli avrebbe agito come se qualche essere più intelligente fosse stato presente a giudicare lui e lei.

Il tempo s'era risolto in un vento freddo e violento, ma continuo, uguale; nell'aria non c'era più alcuna lotta.

Angiolina gli venne incontro dal viale di Sant'Andrea. Vedendolo esclamò con grande stizza - una stonatura dolorosa nello stato d'animo di Emilio: - Son qui da mezz'ora. Ero in procinto di andarmene.

Egli, dolcemente, la trasse accanto ad un fanale e le fece vedere l'oriuolo che segnava precisamente l'ora stabilita per l'appuntamento.

- Allora mi sono ingannata - disse ella, non molto più dolcemente. Mentre egli andava studiando il modo con cui dirle che quello sarebbe stato l'ultimo loro incontro, ella si fermò e gli disse: - Per questa sera dovresti lasciarmi andare. Ci vedremo domani; fa freddo e poi...

Egli fu strappato all'indagine che sempre continuava su se stesso e la guardò, la osservò; comprese subito che non era il freddo che le faceva desiderare d'andarsene. Lo colpì inoltre di trovarla vestita con maggior accuratezza del solito. Un vestito bruno che non le aveva mai visto, elegantissimo, sembrava tirato fuori per qualche grande occasione; anche il cappello gli sembrò nuovo, e osservò persino delle scarpettine poco adatte per camminare a Sant'Andrea con quel tempo. - E poi? - ripeté egli fermandosele accanto e guardandola negli occhi.

- Senti, voglio dirti tutto - disse lei assumendo un aspetto di confidenza risoluta, assolutamente fuori di posto e continuò imperterrita, senz'accorgersi che lo sguardo di Emilio si faceva sempre più torvo: - Ho ricevuto un dispaccio dal Volpini con cui m'annunzia il suo arrivo. Non so che cosa egli voglia da me; ma a quest'ora, certo, si trova già a casa mia. (Volpini è il fidanzato ufficiale, il promesso sposo. E’ stato lo stesso Emilio a suggerirle di sposarsi per poi avere lui come amante, salvo poi tormentarsi di dubbi e gelosie quando la vede subito ben disposta a questa soluzione. E infatti lei si serve spesso della scusa del Volpini per andare ad altri appuntamenti)

Ella mentiva, non v'era alcun dubbio. (…) Sconvolto, rise triste: - Come? Colui che ieri ti scrisse quella lettera, oggi capita a ritirarla in persona ed anzi ti avvisa la sua venuta telegraficamente. Grandi affari! Grandi affari! Da dover ricorrere al telegrafo! E se tu ti ingannassi e in luogo del Volpini fosse un altro?

Ella sorrise ancora sicura di sé: - Ah, a te è stato raccontato dal Sorniani, che due sere fa mi ha visto a ora tarda sulla via, accompagnata da un signore? Avevo lasciata la casa dei Deluigi (sono degli amici di famiglia, dove lei dice di andare tutte le volte che ha appuntamenti con altri uomini) in quel momento, e avendo paura di camminar sola di notte, quella compagnia mi riuscì comoda. - Egli non l'udiva, ma l'ultima frase di quella ch'ella credeva fosse una giustificazione, la udì e, per la sua stranezza, la ritenne: - Quello era un Deo gratias qualunque. - Poi continuò: - Peccato che ho dimenticato a casa il dispaccio. Ma se non mi vuoi credere, tanto peggio. Non vengo forse sempre puntuale a tutti gli appuntamenti? Perché oggi avrei da inventare delle frottole per mancarvi?


- Oggi tu hai un altro appuntamento. Vattene presto! C'è qualcuno che t'attende.

- Ebbene, se credi di me questa cosa, è meglio ch'io me ne vada! - Parlava risoluta, ma non si mosse. (dunque, anche nella rottura non è lui che decide, ma lei; e lui, a dispetto di tutti i propositi di mostrare una calma superiore, non sopporta questo ultimo attestato della sua inferiorità; la sua rabbia esplode, eppure era venuto all’appuntamento col proposito di non essere violento perché lei non aveva nessuna colpa, visto che “il male accadeva, non veniva commesso”)

Le parole fecero a lui lo stesso effetto come se fossero state accompagnate dall'atto immediato. Ella voleva lasciarlo! - Aspetta prima un istante, che ci spieghiamo! - Anche nell'ira enorme che lo pervadeva tutto, egli pensò un momento se non fosse tuttavia possibile di ritornare allo stato di calma rassegnata in cui s'era trovato poco prima. Ma non sarebbe stato giusto di atterrarla e calpestarla? L'afferrò per le braccia per impedirle di andare, s'appoggiò al fanale che aveva dietro di sé e avvicinò la propria faccia sconvolta a quella di lei rosea e tranquilla. - E' l'ultima volta che ci vediamo! - urlò

- Sta bene, sta bene - disse ella occupata soltanto a liberarsi di quella stretta che le faceva male. - E sai perché? Perché tu sei una... - Esitò un istante, poi urlò quella parola che persino alla sua ira era sembrata eccessiva, la urlò vittorioso, vittorioso del suo stesso dubbio.

- Lasciami - gridò ella sconvolta dalla rabbia e dalla paura - lasciami o chiamo aiuto.

- Tu sei una... - replicò egli che finalmente, vedendola irritata, poteva rinunziare a percuoterla. - Ma credi dunque che io da lungo tempo non mi sia accorto con chi abbia avuto da fare Quando ti trovavo vestita da serva, sulle scale di casa tua -rammentò quella sera in tutti i particolari - con quello scialle grezzamente colorito sulla testa, le braccia calde di alcova, pensai subito la parola che ora t'ho detta (lei una volta si era travestita in quel modo per non farsi riconoscere, andando ad incontrare un altro uomo). Non volli dirtela e giuocherellai con te (mente: altro che gioco, noi sappiamo con che intensità e drammaticità ha vissuto quell’avventura) come facevano tutti gli altri, Leardi, Giustini, Sorniani e... e... il Balli.

- Il Balli! - rise ella urlando per farsi udire attraverso al rumore del vento e della voce d'Emilio. - Il Balli si vanta; non è vero niente.

- Perché lui non volle, quello sciocco, per riguardo a me come se a me potesse importare che t'abbia posseduta un uomo di meno, te... - e per la terza volta le disse quella parola Ella raddoppiò gli sforzi per svincolarsi, ma lo sforzo di trattenerla era ora per Emilio lo sfogo migliore; le cacciava con voluttà le dita nelle braccia morbide.

Egli sapeva che il momento in cui l'avrebbe lasciata libera, ella se ne sarebbe andata e tutto sarebbe stato finito, tutto e in modo tanto differente da quello ch'egli aveva sognato. - Ed io ti ho voluto bene - disse, forse tentando di mitigarsi, ma aggiunse subito: - Sempre però sapevo quello che tu sei. Sai quello che sei? - Oh, aveva trovata infine una soddisfazione bisognava obbligarla a confessare quello ch'ella era: - Di' su. Che cosa sei?

Ella ora, apparentemente estenuata, aveva paura; la faccia sbiancata, lo fissava con uno sguardo che chiedeva compassione. Si lasciava scuotere senza resistenza e a lui parve ch'ella stesse per cadere. Allentò la stretta e la sostenne. Tutt'ad un tratto ella si svincolò e si mise a correre disperatamente. Ella dunque aveva mentito ancora! Egli non avrebbe saputo raggiungerla; si chino, cercò un sasso, e non trovandone raccolse delle pietruzze che le scagliò dietro. Il vento le portò e qualcuna dovette colpirla perché ella gettò un grido di spavento; altre furono arrestate dai rami secchi degli alberi e produssero un rumore sproporzionatissimo all'ira che le aveva lanciate (il ridursi al gesto puerile di tirarle una manciata di sassolini è l’ultimo suggello alla sua impotenza).

Che fare ora? L'ultima soddisfazione cui aveva anelato, gli era stata negata. Ad onta di tanta sua rassegnazione tutto intorno a lui rimaneva rude, senza dolcezza; egli stesso era brutale! Le arterie gli battevano dalla sovraeccitazione; in quel freddo egli ardeva d'ira, di febbre, immobile sulle gambe paralitiche e già era rinato in lui l'osservatore calmo che lo rimproverava.

- Non la rivedrò mai più - disse come per rispondere ad un rimprovero. - Mai! Mai! - E quando poté camminare, questa parola gli risuonò nel rumore dei propri passi e nel sibilo del vento sul paesaggio sconsolato. Sorrise da solo ripassando per i luoghi per cui era venuto e ricordando le idee che lo avevano accompagnato a quell'appuntamento. Come rimaneva sorprendente la realtà!

Non andò subito a casa. Gli sarebbe stato impossibile d'atteggiarsi ad infermiere in quello stato d'animo. Il sogno lo possedeva intero, tanto che non avrebbe saputo dire per quali vie fosse poi rincasato. Oh! Se l'abboccamento con Angiolina fosse stato quale egli l'aveva voluto, avrebbe potuto andare diritto al letto d'Amalia senz'alterare neppure l'espressione della propria faccia.

Scoperse una nuova analogia fra la sua relazione con Angiolina e quella con Amalia. Da entrambe egli si distaccava senza poter dire l'ultima parola che avrebbe addolcito almeno il ricordo delle due donne. Amalia non poteva udirla; ad Angiolina egli non aveva saputo dirla.

7)      Nell’immaginazione di Emilio sono affiancate, si fondono e confondono, le due donne della sua vita: la sorella e l’amante, figura materna l’una, immagine dell’eros l’altra. Sono affiancate e accomunate dal fatto che ad entrambe Emilio non è riuscito a dire l’ultima parola. Ma quell’ultima parola mancata è l’attestazione di un fallimento complessivo, sul piano dei rapporti affettivi ed amorosi. Ha lasciato sola la sorella morente con l’intenzione di offrirle in “olocausto” la rottura con Angiolina, ma nell’ultimo incontro la rottura la subisce, non la determina. Ha progettato di mostrarsi calmo e superiore con Angiolina, ma invece di mantenere la calma si è lasciato andare ad una ridicola violenza. La verità è che non ha saputo amare né l’una né l’altra.

Senilità: la pagina finale

8)      Ma la fusione e confusione fra le due donne nella mente di Emilio ha il suo compimento nel finale del romanzo. Amalia è morta, Angiolina è fuggita col cassiere infedele di una banca. Emilio ne soffre, pensa con dolore sia all’una che all’altra. Col tempo però il dolore si affievolisce, Emilio rientra nella sua vita “senile”, ma nella sua immaginazione (di “letterato ozioso”, dice il narratore) Angiolina subisce una strana trasformazione:

Lungamente la sua avventura lo lasciò squilibrato, malcontento. Erano passati per la sua vita l'amore e il dolore e, privato di questi elementi, si trovava ora col sentimento di colui cui è stata amputata una parte importante del corpo. Il vuoto però finì coll'essere colmato.  Rinacque in lui l'affetto alla tranquillità, alla sicurezza, e la cura di se stesso gli tolse ogni altro desiderio.

Anni dopo egli s'incantò ad ammirare quel periodo della sua vita, il più importante, il più luminoso. Ne visse come un vecchio del ricordo della gioventù. Nella sua mente di letterato ozioso,  Angiolina subì una metamorfosi strana. Conservò inalterata la sua bellezza, ma acquistò anche tutte le qualità d'Amalia che morì in lei una seconda volta. Divenne triste, sconsolatamente inerte, ed ebbe l'occhio limpido ed intellettuale. Egli la vide dinanzi a sé come su un altare, la personificazione del pensiero e del dolore e l'amò sempre, se amore è ammirazione e desiderio. Ella rappresentava tutto quello di nobile ch'egli in quel periodo avesse pensato od osservato.

Quella figura divenne persino un simbolo. Ella guardava sempre dalla stessa parte, l'orizzonte, l'avvenire da cui partivano i bagliori rossi che si riverberavano sulla sua faccia rosea, gialla e bianca. Ella aspettava! L'immagine concretava il sogno ch'egli una volta aveva fatto accanto ad Angiolina e che la figlia del popolo non aveva compreso.

Quel simbolo alto, magnifico, si rianimava talvolta per ridivenire donna amante, sempre però donna triste e pensierosa. Sì! Angiolina pensa e piange! Pensa come se le fosse stato spiegato il segreto dell'universo e della propria esistenza; piange come se nel vasto mondo non avesse più trovato neppure un Deo gratias qualunque.

9)      Finalmente, nel ricordo, Emilio realizza la sua aspirazione di sempre: fonde, nell’immagine trasfigurata di Angiolina, la donna-madre e la donna-sesso. E’ quello che ha sempre cercato di fare, idealizzandola sin dall’inizio e poi chiamandola Ange. Ma ora non c’è realtà che può smentire questa sua idealizzazione (o divinizzazione, visto che Emilio la vede come “su un altare”). Angiolina non solo ha acquisito “tutte le qualità di Amalia”, ma anche “divenne triste” ed “ebbe l’occhio limpido e intellettuale”: tutte cose, lo sappiamo, assolutamente estranee al carattere di Angiolina. Di più, è diventata il simbolo del sole dell’avvenire, cioè della speranza di un futuro socialista, lei che, lo sappiamo, quando Emilio aveva cercato di spiegarle la bontà del socialismo, aveva reagito con livore nei confronti degli operai, chiamandoli “invidiosi” e “fannulloni”.

10)  Dunque Emilio continua ad auto ingannarsi. E il narratore lo smaschera, impietosamente. L’ultimo paragrafo, molto discusso dai lettori, è rivelatore. Il narratore ci ha già segnalato gli auto inganni di Emilio, chiamandolo ironicamente “letterato ozioso”, definendo “strana” la metamorfosi di Angiolina, ma poi, appunto, rappresentando come simbolo del socialismo e “personificazione del pensiero e del dolore” quella che noi conosciamo come Giolona. Ora però, nelle ultime righe (“Sì! Angiolina pensa e piange! ecc.”) è il narratore stesso che commenta sarcasticamente l’idealizzazione di Emilio, non si tratta più dei pensieri di quest’ultimo: ne è spia l’uso del tempo presente, laddove invece, se si volesse riportare il pensiero di Emilio tramite il discorso indiretto libero, si userebbe il tempo imperfetto (vedi come esempio qualche passo delle pagine iniziali). Ed è quindi l’autore che si prende gioco dell’ultima mistificazione di Emilio, fa la parodia del suo pensiero: già con gli esclamativi (“Sì! Angiolina pensa e piange!”), poi con l’idea che lei possa aver capito e riflettere “sul segreto dell’universo e della propria esistenza”, in fine con l’immagine di lei che piange “come se nel vasto mondo non avesse più trovato neppure un Deo gratias qualunque”, alludendo maliziosamente al fatto che la ragazza tuttalpiù può piangere perché non trova neppure un’avventura occasionale (così lei aveva definito un tale incontrato per strada e da cui si era fatta accompagnare).

La figura dell'inetto nella letteratura fra Ottocento e Novecento (III parte)


Ripresa della lezione precedente: l’autoinganno del suicidio di Alfonso

1)      Alfonso decide di uccidersi perché non sopporta l’ultima umiliazione che ha subito: Annetta non è venuta all’appuntamento e anzi è venuto suo fratello che l’ha sfidato a duello. Ma anche nella scelta del suicidio, che è, a ben guardare, l’ultimo suggello della sua impotenza, Alfonso si auto-inganna, illudendosi di compiere un gesto di superiorità (“era la via per divenire superiore ai sospetti e agli odii”): con sicurezza, quasi con entusiasmo (“lo accettava non rassegnato ma giocondo”, e l’aggettivo “giocondo” è ripetuto subito dopo) teorizza il suicidio come una scelta razionale, filosofica, di rinuncia alla vita, come negazione della volontà di vivere, affermazione della noluntas (il riferimento a Schopenhauer sembra evidente laddove dice: “Bisognava distruggere quell'organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo”: l’organismo di cui si parla è l’organismo vivente, determinato, secondo Schopenhauer, da una cieca e assoluta volontà di vivere, e dunque non conosce pace, è sempre impegnato nella “lotta” per la vita; il “filosofo” Alfonso vuole affermare la propria superiorità, opponendo, col suicidio, a quella forza cieca e assoluta, una non-volontà, la propria volontà di non vivere).

2)      Ma se guardiamo il passo con più attenzione vediamo che quel suicidio ha altre motivazioni: in realtà Alfonso vuole essere rimpianto da Annetta, da morto si illude di recuperare il suo affetto. Lo dice chiaramente nel paragrafo iniziale, ma anche prima, riflettendo sul fatto che lei gli aveva mandato il fratello per sfidarlo a duello, aveva concluso che solo se lui fosse morto lei si sarebbe riappacificata, l’avrebbe amato ancora (“Annetta lo voleva morto! Desiderò che le riuscisse e poi lo rimpiangesse. Sognava che l’amore per lui, senz’altra causa, un giorno le rinascesse nel cuore e che ella andasse alla sua tomba a spargervi fiori e lacrime.” – per inciso, sembra una ripresa dal Petrarca di Chiare fresche dolci acque). Dunque la teorizzazione filosofica è un auto-inganno, l’inetto mente a se stesso, o meglio, mescola verità e menzogne: la verità sta nel riconoscimento della sua incapacità di vivere, la menzogna nella copertura filosofica che cerca di dare a tale condizione.

Autoinganno e menzogna in Senilità

3)      L’auto-inganno, ovvero il mentire a se stesso per non ammettere la propria inettitudine, è una caratteristica che ritorna nei protagonisti dei romanzi successivi. In Senilità (secondo alcuni, il più bello dei romanzi di Svevo) è proprio il narratore che si incarica di svelare le menzogne di Emilio Brentani, e basta leggere la pagina iniziale per rendersene conto. Ma prima sarà opportuno ricordare brevemente la trama del romanzo. Anzitutto il titolo: non ci sono vecchi nel romanzo, di Emilio si dice che aveva trentacinque anni e che sua sorella Amalia era di qualche anno più giovane di lui. La “senilità” di cui si parla è dunque una condizione non anagrafica ma psicologica, la condizione di chi è privo di energie vitali, subisce gli eventi, è incapace di imporre la propria volontà: tale è appunto la condizione di Emilio – un modesto impiegato (in un’agenzia di assicurazioni) con la passione per la letteratura (ha scritto un romanzo con una modesta risonanza locale: si noti, ancora, il motivo autobiografico) – così come della sorella Amalia (“piccola e pallida”, più giovane di lui, ma “più vecchia per carattere, o forse per destino”, che “viveva per lui come una madre dimentica di se stessa”, insomma una casalinga che non ha mai vissuto, non ha mai conosciuto l’amore). Emilio “aggancia” una ragazza, Angiolina, e si illude di vivere con lei una facile avventura amorosa, che potrà troncare quando vorrà, come capita a tanti uomini, ad esempio al suo amico Stefano Balli, scultore, di modesto successo artistico, ma vitale, di forte personalità, brillante e simpatico nei rapporti umani, in particolare con le donne, che lui conquista con facilità. Ed ecco le pagine iniziali del romanzo:

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: - T'amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d'accordo di andare molto cauti. - La parola era tanto prudente ch'era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po' più franca avrebbe dovuto suonare così: - Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera la mia famiglia.

        La sua famiglia? Una sorella non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino. Dei due, era lui l'egoista, il giovane; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa, ma ciò non impediva a lui di parlarne come di un altro destino importante legato al suo e che pesava sul suo, e così, sentendosi le spalle gravate di tanta responsabilità, egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si trovava nell'anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l'amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza.

        La carriera di Emilio Brentani era più complicata perché intanto si componeva di due occupazioni e due scopi ben distinti. Da un impieguccio di poca importanza presso una società di assicurazioni, egli traeva giusto il denaro di cui la famigliuola abbisognava. L'altra carriera era letteraria e, all'infuori di una riputazioncella, soddisfazione di vanità più che d'ambizione - non gli rendeva nulla, ma lo affaticava ancora meno. Da molti anni, dopo di aver pubblicato un romanzo lodatissimo dalla stampa cittadina, egli non aveva fatto nulla, per inerzia non per sfiducia. Il romanzo, stampato su carta cattiva, era ingiallito nei magazzini del libraio, ma mentre alla sua pubblicazione Emilio era stato detto soltanto una grande speranza per l'avvenire, ora veniva considerato come una specie di rispettabilità letteraria che contava nel piccolo bilancio artistico della città. La prima sentenza non era stata riformata, s'era evoluta.           

        Per la chiarissima coscienza ch'egli aveva della nullità della propria opera, egli non si gloriava del passato, però, come nella vita così anche nell'arte, egli credeva di trovarsi ancora sempre nel periodo di preparazione, riguardandosi nel suo più segreto interno come una potente macchina geniale in costruzione, non ancora in attività. Viveva sempre in un'aspettativa, non paziente, di qualche cosa che doveva venirgli dal cervello, l'arte, di qualche cosa che doveva venirgli di fuori, la fortuna, il successo, come se l'età delle belle energie per lui non fosse tramontata.

4)      Proprio nell’incipit, ci scontriamo con due livelli di menzogna da parte del protagonista: uno consapevole (dice di desiderare una relazione non compromettente per amore di lei; ma il narratore ci avverte che, se fosse stato sincero, avrebbe detto: “per me non sarai che un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia”) ed uno inconsapevole (ma subito brutalmente svelato dal narratore, che ironizza sia sulla famiglia sia sulla carriera, anche attraverso diminutivi sprezzanti: impieguccio, famigliuola, riputazioncella).

5)      Nel romanzo abbiamo quindi due prospettive: quella di Emilio, che mente a se stesso, e quella del narratore, che denuncia la menzogna. A volte lo dice apertamente (egli mentiva...), a volte lo smascheramento è affidato all’ironia, a un semplice aggettivo od avverbio rivelatore (In passato egli aveva vagheggiato delle idee socialiste, naturalmente senza mai muovere dito per attuarle: quel naturalmente denuncia l’inettitudine di Emilio). Un altro procedimento usato è quello di riportare, senza commenti, il pensiero di Emilio (ad esempio, attraverso il discorso indiretto libero), lasciando che sia lo stridente contrasto con la realtà oggettiva a svelarne la ridicola inadeguatezza (In compenso dell’amore che ne riceveva, egli non poteva darle che una cosa soltanto: la conoscenza della vita, l’arte di approfittarne. Anche il suo era un dono preziosissimo, perché con quella bellezza e quella grazia, diretta da persona abile come era lui, avrebbe potuto essere vittoriosa nella lotta per la vita: la convinzione di Emilio di essere abile ed esperto della vita, si scontra con l’immagine che già abbiamo di lui, quella di un uomo, al contrario, timoroso della vita, tutt’altro che vincente). Proseguiamo nella lettura:

Angiolina, una bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte, ma snella e flessuosa, il volto illuminato dalla vita, un color giallo di ambra soffuso di rosa da una bella salute, camminava accanto a lui, la testa china da un lato come piegata dal peso del tanto oro che la fasciava, guardando il suolo ch'ella ad ogni passo toccava con l'elegante ombrellino come se avesse voluto farne scaturire un commento alle parole che udiva. Quando credette di aver compreso disse: - Strano - timidamente guardandolo sottecchi. - Nessuno mi ha mai parlato così. - Non aveva compreso e si sentiva lusingata al vederlo assumere un ufficio che a lui non spettava, di allontanare da lei il pericolo. L'affetto ch'egli le offriva ne ebbe l'aspetto di fraternamente dolce.

        Fatte quelle premesse, l'altro si sentì tranquillo e ripigliò un tono più adatto alla circostanza. Fece piovere sulla bionda testa le dichiarazioni liriche che nei lunghi anni il suo desiderio aveva maturate e affinate, ma, facendole, egli stesso le sentiva rinnovellare e ringiovanire come se fossero nate in quell'istante, al calore dell'occhio azzurro di Angiolina. Ebbe il sentimento che da tanti anni non aveva provato, di comporre, di trarre dal proprio intimo idee e parole: un sollievo che dava a quel momento della sua vita non lieta, un aspetto strano, indimenticabile, di pausa, di pace. La donna vi entrava! Raggiante di gioventù e bellezza ella doveva illuminarla tutta facendogli dimenticare il triste passato di desiderio e di solitudine e promettendogli la gioia per l'avvenire ch'ella, certo, non avrebbe compromesso (sono riportati i pensieri di Emilio tramite il discorso indiretto libero).

        Egli s'era avvicinato a lei con l'idea di trovare un'avventura facile e breve, di quelle che egli aveva sentito descrivere tanto spesso e che a lui non erano toccate mai o mai degne di essere ricordate. Questa s'era annunziata proprio facile e breve. L'ombrellino era caduto in tempo per fornirgli un pretesto di avvicinarsi ed anzi - sembrava malizia! - impigliatosi nella vita trinata della fanciulla, non se n'era voluto staccare che dopo spinte visibilissime. Ma poi, dinanzi a quel profilo sorprendentemente puro, a quella bella salute - ai rétori corruzione e salute sembrano inconciliabili (il narratore ironizza sulla sua predisposizione a deformare la realtà secondo schemi letterari)- aveva allentato il suo slancio, timoroso di sbagliare e infine s'incantò ad ammirare una faccia misteriosa dalle linee precise e dolci, già soddisfatto, già felice.

         Ella gli aveva raccontato poco di sé e per quella volta, tutto compreso del proprio sentimento, egli non udì neppure quel poco. Doveva essere povera, molto povera, ma per il momento - lo aveva dichiarato con una certa quale superbia - non aveva bisogno di lavorare per vivere. Ciò rendeva l'avventura anche più gradevole, perché la vicinanza della fame turba là dove ci si vuol divertire (ancora il discorso indiretto libero). Le indagini di Emilio non furono dunque molto profonde ma egli credette che le sue conclusioni logiche, anche poggiate su tali basi, dovessero bastare a rassicurarlo. Se la fanciulla, come si sarebbe dovuto credere dal suo occhio limpido, era onesta, certo non sarebbe stato lui che si sarebbe esposto al pericolo di depravarla; se invece il profilo e l'occhio mentivano, tanto meglio. C'era da divertirsi in ambedue i casi, da pericolare in nessuno dei due.

6)      Nella rappresentazione di Angiolina, riconosciamo ancora il punto di vista deformante di Emilio (come discorso indiretto libero); idealizza secondo schemi letterari la figura della donna (il volto illuminato dalla vita..., tanto oro..., raggiante di gioventù e bellezza..., quel profilo sorprendentemente puro..., ecc.), che certo non corrisponde a quella idealizzazione, come si preoccupa di farci capire il narratore (non solo con un giudizio secco - ai retori corruzione e salute sembrano inconciliabili - ma anche lasciandoci intravedere nell’occasione dell’incontro - l’ombrellino caduto ed impigliatosi nel suo vestito - la malizia della donna navigata).

Senilità: la trama

7)      Tornando alla trama, Angiolina è, come si è capito, una ragazza “leggera”, di facili costumi, tutt’altro che la figura idealizzata da Emilio, che la chiama Ange (laddove il Balli, che ne riconosce subito la natura non angelica ma molto carnale – mangia con voracità formaggi e salumi – la chiamerà Giolona). Ma proprio per la sua esuberanza e vitalità, Emilio, che si illudeva di dominare nel rapporto, se ne innamora, quindi da dominatore diventa dominato, soffre perché intuisce i tradimenti della donna, vuole chiudere la relazione con lei ma non ne è capace. Intanto Amalia si innamora di Stefano, che vede spesso in casa in quanto amico del fratello. Emilio se ne rende conto perché la sente di notte che invoca il nome di Stefano nel delirio di un sogno, quindi invita l’amico a non frequentare più la sua casa. Amalia ne soffre talmente che cerca di stordirsi annusando l’etere; questo la indebolisce, si ammala di polmonite e muore. Quando è moribonda, Balli dice ad Emilio che ha dovuto respingere delle avances di Angiolina. Emilio, un po’ perché non può più ingannarsi sulla reale natura di Angiolina, un po’ perché, per quanto lo neghi, avverte come una colpa nei confronti della sorella la sua relazione, decide di andare ad un ultimo appuntamento per chiudere definitivamente con Angiolina: ma con calma, da essere superiore. Senonché, quando la trova più arrogante e spavalda che mai (non ha tempo per lui, deve andare ad un altro appuntamento), svaniscono i propositi di calma superiore, la scuote tenendola per un braccio, la copre di insulti e quando lei fugge non trova di meglio che tirarle, in maniera molto infantile, una manciata di sassolini. Ma qualche tempo dopo riprende a soffrire quando viene a sapere che è fuggita con il cassiere infedele di una banca. Emilio rientra nella senilità di sempre, ma continua ad ingannarsi perché nel ricordo la idealizza. La vede con la sua bellezza, ma con le qualità di Amalia e “con l’occhio limpido e intellettuale”.[1]

Senilità: la novità rispetto a Una vita

8)      Se ci chiediamo che differenze ci siano fra questo romanzo e il precedente, sottolineerei due aspetti: innanzi tutto qui la vicenda è imperniata su quattro personaggi (Emilio, Amalia, Stefano, Angiolina) e sulle loro relazioni, laddove in Una vita i personaggi sono tanti (non ci sono solo il protagonista ed Annetta, c’è l’amico rivale Macario, c’è il banchiere Maller, c’è Francesca, governante in casa Maller e amante del banchiere, c’è Lucia Lanucci, la figlia nella famiglia presso cui Alfonso sta a pensione); in secondo luogo, mentre Una vita – pur soffermandosi sui pensieri e le immaginazioni del protagonista – ha ancora un impianto naturalistico, cioè ci sono descrizioni d’ambiente, sia di quello impiegatizio (la banca dove lavora Alfonso) sia di quello sociale (all’ambiente alto-borghese di casa Maller si contrappone quello proletario di casa Lanucci), in Senilità la vicenda è povera di eventi, diventa assolutamente centrale l’analisi dell’interiorità, ovvero dei pensieri e delle immaginazioni del protagonista (che l’autore riporta attraverso il discorso indiretto libero), tendono a scomparire le descrizioni d’ambiente (poche righe sono dedicate al lavoro di Emilio, e lo stesso può dirsi dei luoghi di Trieste, della casa di Emilio o di quella di Angiolina). Si afferma insomma la novità della narrativa sveviana, interessata più all’interiorità del personaggio, alla sua coscienza, che all’esteriorità della vicenda e dell’ambientazione.



[1] Ne ha fatto un film Bolognini nel 1962, con Anthony Franciosa (Emilio), Claudia Cardinale (Angiolina), Philippe Leroy (Balli), Betsy Blair (Amalia).

La figura dell'inetto nella letteratura fra Ottocento e Novecento (II parte)


Svevo: la vita e l’opera

1)      Ma prima di affrontare l’analisi di tali personaggi, sarà bene, per chi ne avesse una conoscenza superficiale, inquadrare l’autore nei tratti fondamentali della sua biografia e del contesto sociale in cui visse.

2)      Di Svevo si può dire innanzitutto che si tratta di uno scrittore “eccentrico”, nel senso letterale che non vive in uno dei tradizionali centri della cultura italiana, voglio dire Firenze, Roma o, senz’altro – a partire dall’età dell’illuminismo fino a tutto l’Ottocento – Milano. Svevo era di Trieste, lì era nato nel 1861, in un tempo in cui Trieste era ancora territorio dell’impero asburgico (lo sarà fino al 1918), e lì visse e scrisse, lontano quindi dai suddetti centri del dibattito culturale e della produzione letteraria italiana.

3)      Trieste era un vero e proprio crocevia, dove si incontravano tre mondi: quello slavo, quello tedesco, quello italiano. E questo spiega la specificità della formazione di Svevo, che legge autori come Schopenhauer, Nietzsche e Freud (allora non ancora tradotto) e padroneggia la lingua tedesca meglio di quella italiana (a casa parlavano triestino, l’italiano l’aveva imparato a scuola; ma proprio in questa incertezza linguistica risiede parte del fascino della sua scrittura)). Lo stesso nome, Italo Svevo, è uno pseudonimo che rivela la duplicità culturale dello scrittore, per metà italiano e per metà svevo, cioè tedesco. Il suo vero nome era Ettore Schmitz, di famiglia ebraica. Sin da ragazzo i suoi interessi erano letterari e filosofici, ma il padre – un commerciante in vetrami – volle che facesse studi commerciali, prima in un collegio della Baviera poi a Trieste.

4)      Nel 1880, in seguito ai dissesti finanziari del padre, Svevo dovette cercare lavoro e divenne impiegato di banca, un lavoro che mantenne per ben 19 anni e di cui, per sua stessa ammissione, c’è traccia nella vicenda di Alfonso Nitti, il protagonista del suo primo romanzo, Una vita. Svevo, come Alfonso, dedica il suo tempo libero alla frequentazione della biblioteca civica, dove legge i classici italiani, i romanzieri francesi e russi.

5)      Nel 1892 pubblica a proprie spese Una vita. Il romanzo non ha alcuna risonanza, se non locale, come non ne ha il secondo romanzo, Senilità, pubblicato nel 1898. Intanto però la sua vita è cambiata, ha sposato una cugina, Livia Veneziani, che appartiene a una famiglia di facoltosi industriali: i suoi possiedono una fabbrica ben avviata di vernici antiruggine per navi. Svevo lascia l’impiego in banca ed entra nella ditta dei suoceri. Diventa un manager, un dirigente d’industria, come tale viaggia in Francia e in Inghilterra, dove per un periodo dirige una filiale dell’azienda. Dichiara di aver ripudiato la letteratura (così scrive in una pagina di diario del 1902: “Io, a quest’ora e definitivamente, ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura”), di non potere più scrivere perché, come dirà nel Profilo autobiografico, “bastava un solo rigo per renderlo meno adatto al lavoro pratico cui giornalmente doveva attendere. Subentrava subito la distrazione e la cattiva disposizione”.

6)      Intanto conosce Joyce che, esule dall’Irlanda, a Trieste insegnava inglese. I due fanno amicizia e si scambiano le rispettive opere. Joyce apprezza i due romanzi di Svevo e lo esorta a riprendere l’attività letteraria.

7)      Probabilmente durante la guerra (le autorità austriache hanno requisito la fabbrica di vernici e Svevo si trova libero da impegni) compone il terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che viene pubblicato nel 1923. Ancora silenzio in Italia. L’unico che ne riconosce la grandezza è Montale, che gli dedica un saggio nel 1925. La fama arriva prima in Europa, grazie Joyce che fa leggere il romanzo a due italianisti francesi (Larbaud e Cremieux), che non solo ne promuovono la traduzione in francese ma lo sostengono con critiche elogiative.

8)      Per quanto tardiva, era la fama. Si cominciò a parlare di un “caso Svevo”, gli stranieri venivano a Trieste per vedere i luoghi dove erano ambientati i suoi romanzi. Svevo progetta un quarto romanzo, sempre con protagonista Zeno. Di questo ci rimangono solo frammenti, perché Svevo muore il 13 settembre 1928 a seguito di un incidente stradale a Motta di Livenza, in provincia di Treviso.

Svevo: la novità della tecnica narrativa e della tematica

9)      Svevo è uno scrittore straordinario, sia perché adotta una tecnica narrativa innovativa (il che è evidente particolarmente nel terzo romanzo), sia per questa tematica incentrata sulla condizione umana dell’inetto a vivere, da lui trattata in maniera costante, tanto che si è detto che nell’opera di Svevo protagonista è sempre lo stesso personaggio: è un inetto Alfonso Nitti (Una vita), è un inetto Emilio Brentani (Senilità) ed è un inetto Zeno Cosini (anche se, a differenza dei primi due, vorrà convincere il lettore di essere un vincente).

L’inetto pre-esiste ai romanzi: Una lotta e L’assassinio di via Belpoggio

10)  Non solo: anche nei suoi racconti si ritrovano esemplari figure di inetti. Prima ancora del primo romanzo ci sono due racconti – Una lotta (1888) e L’assassinio di via Belpoggio (1890) – che vale la pena di ricordare.

11)  In Una lotta Arturo Marchetti, poeta di provincia, contende una donna ad Ariodante Chigi, bello e sportivo. Naturalmente l’inetto, riflessivo e titubante, è sopraffatto dall’antagonista, con poche idee, ma determinato.  Arturo si illude di aver fatto colpo sulla donna (Rosina) con la sua intelligenza e cultura, ma scopre poi che il preferito è il muscoloso Ariodante. Si macera in pensieri di vendetta che dovrebbe consistere in parole di sprezzante superiorità nei confronti dei due (da notare il motivo, poi ricorrente, dell’anticipazione mentale del discorso che intende fare alla donna, e che invece non farà); ma, quando trova Rosina in affettuosa compagnia dell’amico-rivale, non riesce a fare altro che affrontare fisicamente Ariodante col risultato di finire a terra stordito da due pugni in testa.  Il letterato con le stimmate dell’inetto ritornerà con Mario Samigli (Una burla riuscita), Alfonso Nitti (Una vita), Emilio Brentani (Senilità).

12)  Ne L’assassinio di via Belpoggio Giorgio è il solito "inetto" (non è riuscito negli studi, ha dilapidato il patrimonio della madre), ridotto a fare il facchino; uccide un certo Antonio che, ingenuamente, gli ha mostrato una grossa somma di denaro. Il racconto comincia ad assassinio compiuto (l’inetto ha agito d’istinto, in preda ai fumi dell’alcool; se si fosse trattato di progettare il delitto, lo ammette lui stesso, non l’avrebbe mai commesso, pervaso e quindi bloccato da mille dubbi e mille paure) e si sviluppa seguendo le azioni e i pensieri del protagonista fino a che questi confessa il crimine. Va alla stazione, da dove pensa di prendere il treno per la Svizzera ma desiste, perché sembrerebbe una fuga; il giorno dopo cerca affannosamente notizie sul giornale; si precipita a comprare un cappello diverso e a progettare di tagliarsi i capelli quando un collega di lavoro (Giovanni, che vive con lui) gli dice che l'assassino aveva i capelli lunghi e un "cappello a cencio"; si prepara a difendersi adducendo motivi di alto valore morale, ovvero di aver voluto aiutare la madre in miseria (allora va a trovarla, ma scopre che è morta da una settimana). Dopo allucinazioni da colpevole, si trova effettivamente un poliziotto in casa (l'ha portato il collega Giovanni, insospettito) al quale confessa subito:[1] non certo perché sopraffatto dal rimorso e pentito, ma per liberarsi dalla tortura che si sta infliggendo con quel continuo rimuginare e arrovellarsi sulle possibilità di essere scoperto.

L’inetto di Svevo ha aspetti comici che rimandano allo schlèmiel ebraico

13)  Ma rispetto ai precedenti cui abbiamo accennato c’è una originalità dell’inetto sveviano: Silla di Malombra, i fratelli Ferramonti, lo stesso Oblomov, sono personaggi tragici che quasi sempre scontano la loro inettitudine con il suicidio. Negli inetti di Svevo c’è sì la tragicità del fallimento (Alfonso si uccide, Emilio si ritrova solo e vive di ricordi, peraltro idealizzati; diverso è il caso di Zeno, come vedremo), ma c’è un aspetto comico che li contraddistingue, talchè si è parlato, già da parte dei primi critici, di una somiglianza con Charlot e, più recentemente, con il Woody Allen prima maniera.

14)  L’uomo che questi autori rappresentano non sarebbe altro che lo schlèmiel ebraico, cioè l’uomo ridicolo e maldestro, colui che “inciampa nelle piccole cose” (lo dice Svevo parlando di Zeno), colui che Moni Ovadia, citando proverbi ebraici, definisce così: “lo schlèmiel è uno che cade di schiena e si rompe il naso”; o anche: “lo schlèmiel è uno che quando tira una corda a uno che sta annegando gli butta tutti e due i capi”. Accomunerebbe tutti e tre anche il fatto che nella loro opera rappresentano sempre lo stesso personaggio. Di più, la polemica di Chaplin contro le macchine che sovrastano l’uomo (in Tempi moderni come nel finale de Il grande dittatore) è la stessa che si ritrova nel finale de La coscienza di Zeno.

15)  In considerazione di ciò c’è chi ritiene che la figura dell’inetto non sia altro che la proiezione (inconfessata) della diversità ebraica. Lo ha fatto Giacomo Debenedetti, che ha trovato appiglio nelle tesi (decisamente antifemministe e antisemite) sostenute da Otto Weininger in Sesso e carattere. Weininger definisce infatti l'ebreo come il diseredato privo di ogni felice istinto del vivere, femminilmente passivo (e la donna, per lui, è priva di immaginazione, intelligenza creatrice e moralità). E Debenedetti trova una conferma alla sua idea in quel passo di Senilità dove si dice, a proposito del Balli: “Uomo nel vero senso della parola, il Balli non riceveva e quando si trovava accanto il Brentani, poteva avere il sentimento di essere accompagnato da una delle tante femmine a lui soggette”.

16)  Per tornare alla comicità dell’inetto sveviano, come esempio basterebbe leggere il capitolo della Coscienza intitolato La storia del mio matrimonio: la goffaggine, l’insicurezza di Zeno, il suo inciampare nelle piccole cose, lo rendono ridicolo, suscitano l’ilarità generale. E’ una vicenda  che ha il suo culmine comico nel momento in cui Zeno, rifiutato da Ada (di cui è innamorato), fa la stessa proposta di matrimonio alla giovane Alberta, quindi, rifiutato ancora una volta, e visto che non può provarci con Anna che è una bambina, si rassegna a chiedere la mano di Augusta (la più brutta delle sorelle Malfenti, ma a lui sin dall’inizio destinata dai genitori); ma l’intero capitolo è punteggiato da tanti piccoli “incidenti”. Si potrebbe ricordare di quando, al buio di una seduta spiritica, Zeno fa una dichiarazione di amore ad Augusta credendo che si tratti di Ada. Ma valga come esempio l’episodio della zia Rosina:

Capitò la zia Rosina, una sorella di Giovanni, più vecchia di lui, ma di lui molto meno intelligente. Aveva però qualche tratto della sua fisonomia morale bastevole a caratterizzarla quale sua sorella. Prima di tutto la stessa coscienza dei proprii diritti e dei doveri altrui alquanto comica, perché priva di qualsiasi arma per imporsi, eppoi anche il vizio di alzare presto la voce. Essa credeva di aver tanti diritti nella casa del fratello che - come appresi poi - per lungo tempo considerò la signora Malfenti quale un'intrusa. Era nubile e viveva con un'unica serva di cui parlava sempre come della sua più grande nemica. Quando morì raccomandò a mia moglie di sorvegliare la casa finché la serva che l'aveva assistita non se ne fosse andata[2]. Tutti in casa di Giovanni la sopportavano temendo la sua aggressività.

       Zia Rosina prediligeva Ada fra le nipoti. Mi venne il desiderio di conquistarmene l'amicizia anch'io e cercai una frase amabile a indirizzarle. Mi ricordai oscuramente che l'ultima volta in cui l'avevo vista (cioè intravvista, perché allora non avevo sentito il bisogno di guardarla) le nipoti, non appena essa se ne era andata, avevano osservato che non aveva una buona cera. Anzi una di esse aveva detto:

       - Si sarà guastato il sangue per qualche rabbia con la serva!

      Trovai quello che cercavo. Guardando affettuosamente il faccione grinzoso della vecchia signora, le dissi:

       - La trovo molto rimessa, signora.

      Non avessi mai detta quella frase. Mi guardò stupita e protestò:

      - Io sono sempre uguale. Da quando mi sarei rimessa?

      Voleva sapere quando l'avessi vista l'ultima volta. Non ricordavo esattamente quella data e dovetti ricordarle che avevamo passato un intero pomeriggio insieme, seduti in  quello stesso salotto con le tre signorine, ma non dalla parte dove eravamo allora, dall'altra. Io m'ero proposto di dimostrarle dell'interessamento, ma le spiegazioni ch'essa esigeva lo facevano durare troppo a lungo. La mia falsità mi pesava producendomi un vero dolore.

       La signora Malfenti intervenne sorridendo:

       - Ma lei non voleva mica dire che zia Rosina è ingrassata?

       Diavolo! Là stava la ragione del risentimento di zia Rosina ch'era molto grossa come il fratello e sperava tuttavia di dimagrire.

       - Ingrassata! Mai più! Io volevo parlare solo della cera migliore della signora.

       Tentavo di conservare un aspetto affettuoso e dovevo invece trattenermi per non dire un'insolenza.

       Zia Rosina non parve soddisfatta neppur allora. Essa non era mai stata male nell'ultimo tempo e non capiva perché avesse dovuto apparire malata. E la signora Malfenti le diede ragione:

       - Anzi, è una sua caratteristica di non mutare di cera - disse rivolta a me. - Non le pare?

       A me pareva. Era anzi evidente. Me ne andai subito. Porsi con grande cordialità la mano a zia Rosina sperando di rabbonirla, ma essa mi concedette la sua guardando altrove.



(In un altro momento, sempre nel salotto di casa Malfenti, e sempre con zia Rosina, Zeno suscita l’ilarità generale)



Ad un certo momento ero rimasto da una parte del salotto, solo con zia Rosina. Essa parlava ancora del tavolino. Abbastanza grassa, stava immobile sulla sua sedia e mi parlava senza guardarmi. Io trovai il modo di far capire agli altri che mi seccavo e tutti mi guardavano, senza farsi vedere dalla zia, ridendo discretamente.

       Per aumentare l'ilarità mi pensai di dirle senz'alcuna preparazione:

       - Ma Lei, signora, è molto rimessa, la trovo ringiovanita.

       Ci sarebbe stato da ridere se essa si fosse arrabbiata. Ma la signora invece di arrabbiarsi mi si dimostrò gratissima e mi raccontò che infatti s'era molto rimessa dopo di una recente malattia. Fui tanto stupito da quella risposta che la mia faccia dovette assumere un aspetto molto comico così che l'ilarità che aveva sperata non mancò. Poco dopo l'enigma mi fu spiegato. Seppi, cioè, che non era zia Rosina, ma zia Maria, una sorella della signora Malfenti. 

17)  Ma Svevo stesso era così. Sentite questo episodio che racconta in una lettera alla moglie

Passando davanti ad una baracca vidi che c’erano in vendita delle sigarette con la soprascritta: La fusée (…) Ne accesi una poco dopo e mi fermai a guardare un’automobile che passava. In quella la mia sigaretta si mette a fumare da sola e mi scoppia in bocca con un crepitio abbastanza forte. Lasciai cadere la sigaretta dallo spavento ma non ero sicuro se fosse scoppiata essa o l’automobile. Il chauffeur però rideva più di me, ciò che provava che l’automobile non era danneggiata. Io non so ancora esattamente che cosa voglia dire fusée ma ad ogni modo è cosa da cui bisogna stare alla larga e non lo dimenticherò più. Adesso ho cinque sigarette che non so dove mettere perché ho paura che prendano fuoco in valigia.



Caratteri dell’inetto sveviano: Una vita  

18)  Con ciò possiamo dire che l’inettitudine dei personaggi sveviani si caratterizza per due aspetti: 1) l’irresolutezza nell’agire, ovvero l’incapacità di decidere; 2) la mancanza di disinvoltura, ovvero la goffaggine, l’impaccio nei rapporti interpersonali.

19)  Il primo personaggio che si presenta con i suddetti crismi è Alfonso Nitti, il protagonista di Una vita. Si tratta di un giovane che dopo la morte del padre (medico condotto), lascia la madre per venire a lavorare a Trieste, dove trova impiego presso la banca Maller. Ma quel lavoro non gli piace, ha ambizioni letterarie e nel tempo libero frequenta la biblioteca comunale (in questo, rispecchia la biografia di Svevo). Stringe una relazione “letteraria” con Annetta, la figlia di Maller, che progetta di scrivere un romanzo e lo vorrebbe come collaboratore. Più che dalla donna, Alfonso è attratto dalla sua figura sociale (e infatti disprezza la sua modesta intelligenza, la sua presunzione di scrittrice). Alfonso la seduce ma, quando potrebbe fare un salto di classe sposando la ricca ereditiera, fugge spaventato da Annetta e da Trieste, adducendo la scusa di una malattia della madre. La madre è davvero morente, ma questo Alfonso lo apprende solo quando arriva: la sua è una vera e propria fuga, sebbene sia stato consigliato da Francesca (amica di Annetta, con delle mire sul di lei padre, il banchiere Maller) di rimanere, se non vuole rischiare di perdere l'amore della frivola Annetta. E infatti, in sua assenza, Annetta s'impegna col cugino (Macario), e non ne vuole più sapere di Alfonso. Questi soffre in banca l'ostilità del principale (non viene più invitato in casa Maller, in banca gli vengono affidate mansioni di scarsa importanza) e, dopo un vano tentativo di rivedere Annetta, si uccide (in maniera originale: accendendo un braciere e respirando l’ossido di carbonio).

20)   Alfonso è un piccolo borghese che subisce una inferiorità sociale e psicologica rispetto al mondo alto borghese che frequenta (il salotto di casa Maller): questa condizione è alla radice di quella insicurezza che lo rende incapace alla vita. Si risarcisce dalle frustrazioni con i sogni di gloria letteraria, con la presunzione di una superiorità spirituale datagli dalla sua cultura umanistica (come fanno gli altri inetti “letterati” che compaiono nell’opera di Svevo: Arturo Marchetti, Emilio Brentani, Mario Samigli); ma nel mondo reale, dove vigono i valori del profitto, dell’efficienza produttiva, dell’energia nella realizzazione pratica, Alfonso è irrimediabilmente uno sconfitto: per questo fugge (si sente incapace di reggere il rapporto con Annetta e il mondo che lei rappresenta) e per questo si uccide (non sopporta l’umiliazione che gli viene inflitta da quel mondo).

Una vita: le “anticipazioni mentali” e il suicidio di Alfonso

21)  Ma anche nella scelta del suicidio, che è l’ultimo suggello della sua impotenza, Alfonso si auto-inganna, illudendosi di compiere un gesto di superiorità. Lui che è stato umiliato da Annetta (l’ha cercata, ha immaginato tutte le parole che le avrebbe detto, ma lei non si è presentata all’appuntamento), che è stato sfidato a duello dal fratello di lei, giustifica il suicidio come negazione della volontà di vivere, affermazione della noluntas, seguendo, pur senza citarlo, l’impostazione filosofica di Schopenhauer (autore letto ed assai amato da Svevo). Le pagine finali sono esemplari, sia nella parte in cui Alfonso teorizza la scelta del suicidio (la presenta come una scelta razionale, un atto eroico di rinuncia alla vita; in realtà vuole essere rimpianto da Annetta, da morto si illude di recuperare il suo affetto), sia nella parte precedente in cui cerca di calmarsi immaginando il discorso che le avrebbe fatto nel colloquio che è sicuro di ottenere – e che invece non otterrà (è una condizione psicologica che ritroveremo in Emilio Brentani, il protagonista di Senilità, che anticipa mentalmente ciò che deve dire ad Angiolina, l’amante che lo tradisce, e che invece non riuscirà a dire)

     La sua prima idea era stata di attendere l'occasione per parlare con Annetta, fermarla magari sulla via, ma poi gli parve di non poter vivere in quell'agitazione e volle levarsela subito. Il giorno appresso avrebbe scritto ad Annetta pregandola di accordargli un colloquio.

        Finì col farlo subito; gli parve che quell'attività gli avrebbe ridato la calma. Saltò dal letto e accese la lampada. Da lungo tempo a quel tavolo non aveva scritto; la penna irrugginita resisteva e dovette diluire l'inchiostro che non fluiva.

        Incominciò con un "Illustrissima signorina" che gli parve dignitoso e umile, e in brevi termini chiese il colloquio dicendo che aveva a comunicarle cosa di somma importanza per lui e, credeva, anche per lei. Se accordava questo colloquio, egli non ne dubitava, la pregava di portarsi fra le otto e le nove ore della sera del giorno appresso sul primo molo, il più vicino alla via dei Forni. Ebbe poi un accento d'ingenuo rammarico: "Non so più come trattarvi, o Annetta, perché voi forse mi odiate," e poi d'ironia altrettanto ingenua: "Firmo con nome e cognome perché al nome solo forse non mi riconoscereste."

        Non dormì ma era cessato quell'avvilimento che più volte gli aveva cacciato le lagrime agli occhi. Ora l'agitazione era di tutt'altra specie e facilmente scoperse che gli era derivata da quelle due frasi più dolci, quasi da innamorato imbizzito, dirette ad Annetta. Come aggradevolmente lo molceva il pensiero che il giorno appresso l'avrebbe riveduta! (…)

        Andò immaginando le parole che le avrebbe dette. Non si sarebbe scusato di averla sedotta perché sarebbe stato poco abile. La sua passione lo aveva trascinato e non sapeva pentirsi di un atto che gli aveva procurato la maggior felicità di cui in sua vita avesse goduto. Lo sapeva per averlo letto: Le donne perdonavano sempre gli omaggi alla loro bellezza e in qualunque modo venissero fatti, magari anche fossero delitti. Poi non avrebbe speso molte parole per rassicurarla sul suo conto, renderla certa che si sarebbe piuttosto lasciato ammazzare che dire una sola parola del segreto che a lei lo univa. (…) Doveva apparire quale un innamorato che non tiene troppo rancore per essere stato abbandonato e al quale anzi del suo amore è rimasta una dolce amicizia fraterna. Si sarebbe informato con affetto se essa allora era felice e avrebbe tentato di dimostrare una grande gioia nel caso molto probabile ch'ella avesse assicurato di amare Macario. Poteva invece avvenire che ella gli confessasse di non essere felice e si confidasse a lui con abbandono. In tal caso non v'era più difficoltà e non aveva bisogno di riflettere lungamente al contegno da seguire.

        (……………..)

Il suicidio gli avrebbe forse ridato l'affetto di Annetta. Come in quell'istante non l'aveva amata giammai. Non si trattava più d'interesse né di sensi. Quanto più egli l'aveva vista allontanarsi da lui tanto più l'aveva amata; ora che definitivamente perdeva ogni speranza di riconquistare quel sorriso, quell'affettuosa parola, la vita gli sembrava incolore, nulla. Una volta scomparso, Annetta non avrebbe più avuto il ribrezzo della paura per lui, per il suo ricordo, ed era tutto quello ch'egli poteva sperare. Non voleva vivere dovendo continuare ad apparirle quale un nemico spregevole sospettato di voler danneggiarla e farle pagare a caro prezzo gli stessi favori da lei accordatigli.

       Non aveva pensato mai al suicidio che col giudizio alterato dalle idee altrui. Ora lo accettava non rassegnato ma giocondo. La liberazione! Si rammentava che fino a poco prima aveva pensato altrimenti e volle calmarsi, vedere se quel sentimento giocondo che lo trascinava alla morte non fosse un prodotto della febbre da cui poteva essere posseduto. No! Egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli argomenti contro al suicidio, da quelli morali dei predicatori a quelli dei filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti ma desideri, il desiderio di vivere.

       Egli invece si sentiva incapace alla vita. Qualche cosa, che di spesso aveva inutilmente cercato di comprendere, gliela rendeva dolorosa, insopportabile. Non sapeva amare e non godere; nelle migliori circostanze aveva sofferto più che altri nelle più dolorose. L'abbandonava senza rimpianto. Era la via per divenire superiore ai sospetti e agli odii. Quella era la rinunzia che egli aveva sognata. Bisognava distruggere quell'organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo. Non avrebbe scritto ad Annetta. Le avrebbe risparmiato persino il disturbo e il pericolo che poteva essere per lei una tal lettera.





[1] Può ricordare la struttura di Delitto e castigo, ma la differenza è abissale: qui non è implicata la questione morale (che travolge Raskolnikov), c’è solo l’ansia del colpevole di venire scoperto (tema, peraltro, interessante anche questo, ma non adeguatamente sviluppato: la crisi precipita con troppa facilità, i comportamenti di Giorgio non sono sempre psicologicamente convincenti). Certamente, è già l'inetto, determinato dagli (e non determinante gli) avvenimenti, immobilizzato da un eccesso di coscienza (di pensiero), destinato, ovviamente, a soccombere.   
[2] Si noti l’uso del “tempo misto”:  viene anticipato un evento futuro (come poco prima, quando dice “come appresi poi”)

La figura dell’inetto nella letteratura fra Ottocento e Novecento (I parte)




Premessa



1)      Chi è l’inetto? Che cos’è l’inettitudine? L’inettitudine è – lo dice la parola – una mancanza di attitudine. A che? Alla vita. Dunque si tratta di un disadattamento, o meglio, di una inadeguatezza rispetto alla vita, di una incapacità di vivere. Del resto l’etimologia di “inetto” è in-aptus, cioè “non adatto”: l’inetto è un non-adatto alla vita, dunque un perdente, uno sconfitto.

2)      E’ una figura, quella dell’inetto, che ricorre nella letteratura europea a cavallo fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. E’ una figura che compare con modalità diverse nei diversi autori, ma sempre con la caratteristica di rappresentare un uomo che non riesce a – o non vuole – realizzare se stesso, un uomo che fallisce nei suoi progetti o anche che rinuncia ad ogni progetto. Dunque si tratta di una sorta di anti-eroe, o eroe negativo.



Il contesto storico-sociale: la crisi d’identità della piccola borghesia e il mito della forza



3)      Se poi ci chiediamo come si spiega la presenza di questo personaggio letterario in questa età, siamo portati a pensare che la figura dell’inetto bene rappresenti la crisi di identità di una classe sociale, la piccola borghesia, che non riconosce più il proprio ruolo, schiacciata com’è, nell’età della seconda rivoluzione industriale, fra le elites del potere – economico e finanziario – da una parte, e l’irrompere sulla scena – sociale e politica – delle grandi masse operaie e contadine dall’altra. Non è un caso che gli inetti di cui parliamo siano quasi sempre dei piccoli impiegati, frustrati e avviliti socialmente e psicologicamente.

4)      Se poi più specificamente ci riferiamo all’Italia, la tematica dell’inettitudine sembra essere una sorta di opposizione alla ideologia dominante nell’età umbertina (e in particolare nel decennio segnato dall’egemonia di Crispi), una ideologia che predica il rafforzamento dello Stato borghese all’insegna dell’efficienza e della capacità, che prospetta il superamento delle miserie del presente attraverso la celebrazione dei miti dell’attitudine e della forza.

5)      E’ una ideologia che si ritrova tanto in De Sanctis (in suo saggio esorta a “rifare il sangue, ricostruire la fibra, rialzare le forze vitali… ritemprare i caratteri e col sentimento della forza rigenerare il coraggio morale, la sincerità, l’iniziativa, la disciplina, l’uomo virile, e perciò l’uomo libero”) quanto in D’Annunzio (scrive in una lettera a un giovane musicista di Napoli nel 1884: “Lavorate, lavorate, lavorate, voi giovani, voi pieni di fede e di forza! Ci sono ancora molte vette da conquistare. (…) Getta via lungi da te tutti i timori, tutte le timidezze, tutte le esitazioni: sii audace, sempre audace; non ti stancare mai di cercare, di tentare, di provare. (…) Non ti spaventare della lotta: è la lotta per la vita, lo struggle for life del Darwin, la lotta inevitabile e inesorabile. Guai a chi si abbatte. Guai alli umili!”); e si ritrova nei correnti manuali di psicologia: sentite cosa scrive un certo Emilio Morselli, in un trattato intitolato Psicologia moderna:



Una fra le necessità che si presentano più urgenti ai tempi nostri è il possesso di una volontà forte, perseverante, attiva, poiché appare evidentissimo che la causa di molti malanni e di molti insuccessi è la debolezza della nostra volontà, la ripugnanza per lo sforzo, specialmente per lo sforzo durevole e continuato; donde il nuovo termine di una vecchia malattia, che etimologicamente corrisponde a “mancanza di volontà”, e consiste in una specie di atonia, di orrore per la fatica intellettuale e fisica, funesta per i giovani; vediamo che moltissimi fra questi, senza energia, fiacchi, inerti, dormono parecchie ore più del necessario, si levano intorpiditi, molli, indolenti, senza vigore, e così durano tutta la giornata con qualche lampo d’energia subito spenta



Il mio percorso: Svevo fra Leopardi e Montale



6)      Io mi sono appassionato a questa tematica leggendo i romanzi di Svevo; del resto, se si guarda alla letteratura italiana del periodo, è proprio Svevo l’autore che per antonomasia ci rimanda alla figura dell’inetto (si pensi che Svevo aveva intitolato proprio Un inetto il suo primo romanzo; ma quel titolo non piaceva all’editore, che lo convinse a cambiarlo in Una vita). E dunque le mie lezioni si incentreranno soprattutto sull’analisi dei protagonisti dell’opera – non solo dei romanzi, ma anche delle novelle – dello scrittore triestino.

7)      Mi è parso poi di rintracciare un filo che parte da Leopardi, passa per Svevo e arriva fino a Montale. Parte da Leopardi perché in certe sue riflessioni si può riconoscere una sorta di diagnosi ante litteram dell’inettitudine (dell’inettitudine nella forma caratteristica che essa assume in Svevo); arriva a Montale, perché tale autore – non a caso tra i primi a leggere e valorizzare i romanzi di Svevo – sembra esprimere nella sua poesia una condizione umana molto simile a quella dell’inetto sveviano.



I precedenti italiani: i fratelli Ferramonti



8)      Ma prima di Svevo, che nomina esplicitamente questo tipo umano (Un inetto, come dicevo, doveva essere il titolo del suo primo romanzo), ci sono dei precedenti nella letteratura italiana e in quella europea della seconda metà dell’Ottocento, dunque sarà bene indicare qualche esempio, se non altro per riconoscere poi la specificità dell’inetto sveviano rispetto a tali precedenti.

9)      Mi piace ricordare, prima di tutto, un autore poco conosciuto, Carlo Gaetano Chelli, un romano, autore nel 1883 del romanzo L’eredità Ferramonti (1883). Ne ha fatto un film, nel 1978, Bolognini, con Anthony Quinn nella parte del vecchio Gregorio Ferramonti, Gigi Proietti e Fabio Testi nella parte dei due figli, Pippo e Mario, Dominique Sanda nella parte della astuta seduttrice Irene. Sono inetti Pippo e Mario Ferramonti, i protagonisti maschili del romanzo. Sono due caratteri diversi, ma entrambi incapaci di affrontare la vita, destinati al fallimento. Sono i figli del ricco fornaio Gregorio, che però non li ama, e non li vuole come eredi, perché incapaci di proseguire la sua attività: Mario è un donnaiolo che ama la bella vita e “nuota” nei debiti, che il padre deve poi saldare; Pippo è inadatto al commercio, ha fatto un cattivo affare investendo in un negozio di ferramenta che non sa gestire. Chi invece sa affrontare la vita con spregiudicatezza è una donna, Irene, astuta calcolatrice, che ha progettato di impadronirsi dell’eredità Ferramonti: si fa sposare da Pippo, quindi seduce prima il cognato Mario, poi il vecchio Gregorio, che la nominerà erede universale. Il progetto di Irene fallisce perché il tribunale non riconosce la validità del documento firmato da Gregorio. Ma lei si rifarà una nuova vita, mentre il cognato Mario – il donnaiolo che si è innamorato di lei – si uccide disperato, e il marito Pippo, abbandonato, impazzisce e muore.



I precedenti italiani: Corrado Silla e Andrea Sperelli



10)  Dunque si tratta di inetti sia nel campo sociale che in quello sentimentale. La stessa cosa si può dire di Corrado Silla, il protagonista di Malombra, il romanzo di Fogazzaro uscito nel 1881: si tratta di uno scrittore privo di successo, che riconosce se stesso come “inetto alle opere grandi che vagheggiava, alle piccole che lo premevano, a farsi amare, a vivere”. Dunque inetto non solo a realizzare i propri progetti, grandi o piccoli che fossero, ma anche “a farsi amare”, tant’è che barcamenandosi fra due donne (una, Marina, che sollecita i suoi sensi, l’altra, Edith, che sente affine spiritualmente), se le lascia sfuggire entrambe. Anche per lui, come per i fratelli Ferramonti, la conclusione sarà tragica: finirà ucciso da Marina con un colpo di pistola.

11)  Il fallimento sentimentale di Corrado Silla ricorda quello di Andrea Sperelli, l’esteta protagonista de Il piacere, il romanzo di D’Annunzio, pubblicato nel 1889. Anche Andrea, come Corrado, è attratto da due donne (la sensuale Elena Muti e la spirituale Maria Ferres) ma non riesce a trattenere nessuna delle due, entrambe lo abbandonano. Per Andrea non c’è la morte nel finale, ma c’è il riconoscimento, nella solitudine in cui si ritrova, del proprio fallimento.



I precedenti stranieri: L’ “uomo superfluo” di Turgheniev



12)  Se passiamo a qualche esempio della letteratura straniera, mi piace ricordare che Svevo, nel suo Profilo autobiografico, scrive di avere letto e amato i grandi romanzieri russi. Nomina Turgheniev, ma certamente allude anche a Lermontov (Un eroe del nostro tempo), Dostoevskij (L’idiota), Goncarov.

13)  Turgheniev ha creato il personaggio dell’ “uomo superfluo”, che ritorna nei suoi romanzi e che dà il titolo ad un racconto del 1850, il Diario di un uomo superfluo, in cui il protagonista, Cjulkaturin, così spiega la propria condizione: “La natura, si vede, non aveva contato sulla mia comparsa e di conseguenza mi ha trattato come un ospite inatteso e non invitato… Durante tutta la mia vita ho sempre trovato il mio posto occupato, forse perché cercavo il mio posto non là dove avrei dovuto cercarlo.”; e Rudin, nell’omonimo romanzo del 1856, si esprime in questi termini: “Mi manca… nemmeno io so dire che cosa mi manca… mi manca probabilmente proprio quella qualità che ci fa capaci di muovere i cuori degli uomini e di impadronirsi del cuore di una donna.”.



I precedenti stranieri: Oblomov



14)  Goncarov è autore di un romanzo che ebbe un notevole successo, Oblomov, dal nome del protagonista, pubblicato nel 1859. Su questo romanzo vorrei soffermarmi. Oblomov è un inetto, un personaggio abulico, incapace di vivere attivamente, di adoperarsi per trasformare la realtà circostante, per realizzare qualche progetto; continua a crearsi alibi (i pericoli del futuro e i relativi dolori) pur di sfuggire agli impegni del presente; si lascia vivere, pigramente, passando la giornata fra un pasto e una dormita (sembra l’esempio perfetto di quel dormiglione di cui parla lo psicologo Morselli); e per questa sua abulia, si ritrae spaventato anche dal grande amore (Olga, la donna che scuote la sua vita, che potrebbe e vorrebbe “salvarlo”) e accetta invece un amore che non gli costa fatica (per la padrona dell’appartamento in cui abita, che lo accetta così com’è e lo serve con dedizione).

15)  Ma Oblomov non è un piccolo borghese, non appartiene a quella classe sociale, la piccola borghesia, che, abbiamo detto, riversa in inettitudine la crisi di identità che patisce nell’età della seconda rivoluzione industriale. Oblomov è un proprietario terriero che vive di rendita in città (a San Pietroburgo), simbolo, quindi, con la sua inerzia, di una società arretrata, feudale, conservatrice. Il romanzo è del 1859, quindi vuole essere anche una denuncia della arretratezza della società russa rispetto al resto d’Europa, laddove ci sono popoli (tedeschi e inglesi soprattutto) e classi sociali (la borghesia) che innovano, modificano la realtà, operano per progredire. Di questa classe sociale (e di questi popoli) è espressione l’amico del cuore di Oblomov, Andrej Stolz (di madre russa e padre tedesco), pieno di iniziative, dotato di spirito pratico, del tutto antitetico rispetto all’inerte Oblomov, che lui cerca, invano, di sollevare dalla sua apatia.

16) Dunque si potrebbe concludere che l’inettitudine di Oblomov è dovuta al suo essere un “redditiero” viziato, che può permettersi di non lavorare, abituato sin dall’infanzia ad essere circondato da servi. Ma è una conclusione semplicistica. Nei continui dialoghi con Stolz emerge una sua filosofia, che diventa una denuncia dei comportamenti umani dominanti, e l’attivismo a cui Stolz lo esorta pare ad Oblomov niente altro che una lotta degli uni contro gli altri per sopraffarsi a vicenda, una lotta cui Oblomov non vuole adeguarsi:



Che cosa, in particolare, non ti piace di questa vita?" (gli chiede Stolz).

"Tutto: le continue corse, l'eterno gioco delle meschine passioni, soprattutto l'avidità, il bisogno di tagliarsi le gambe l'un l'altro, le chiacchiere, i pettegolezzi, il punzecchiarsi a vicenda, quello squadrarsi da capo a piedi; se ascolti le conversazioni, ti gira la testa, ti senti stordito. A prima vista, ti sembrano tutti intelligenti, ti par di leggere tanta dignità sui loro visi, ma appena li ascolti: "A questo hanno dato quello, questo ha ottenuto l'appalto." "Per quale ragione, di grazia?", grida qualcuno. "Quello ieri sera al club ha perso tutto al gioco: quell'altro ha guadagnato trecentomila rubli!". Che noia, che noia, che noia!... Ma dov'è l'uomo? Dove si è nascosto? come fa a perdersi in queste futilità?".

"Il mondo e la società devono pure occuparsi di qualcosa", disse Stolz, "ognuno ha i suoi interessi. È la vita...".

"Il mondo, la società! Forse tu, Andrej, mi porti in questo mondo, in questa società proprio per farmi passare la voglia di frequentarli. La vita: bella vita! Cosa c'è da cercare lì? Interessi dello spirito o del cuore? Guarda dunque dov'è il centro intorno al quale si muove tutto questo: non c'è un centro, non c'è niente di profondo, niente che arrivi al cuore. Sono tutti quanti dei cadaveri, tutti addormentati peggio di me questi individui che vivono nel mondo e nella società! Che cosa li guida nella vita? Certo, non se ne stanno sdraiati, tutto il giorno si affannano ad andare avanti e indietro come mosche, e a che pro? (…)

"Nessuno ha lo sguardo limpido, sereno", proseguì Oblomov, "tutti si trasmettono l'un l'altro preoccupazioni, angosce, pene, tutti sono alla morbosa ricerca di qualche cosa. Se almeno cercassero la verità, il bene per sé e per gli altri... no, il successo di un amico li fa impallidire. Uno ha un'altra idea fissa: domani deve passare in un ufficio pubblico, dove si trascina una pratica da cinque anni; la parte avversa continua a spuntarla, e lui per cinque anni si porta quel chiodo nella testa, con un solo desiderio: dare lo sgambetto all'altro e sulla sua caduta costruire l'edificio della propria fortuna. Fare anticamera sospirando per cinque anni: questo sarebbe il suo ideale, lo scopo della sua vita! Un altro si tormenta perché è condannato ad andare ogni giorno in ufficio e a starci fino alle cinque; ma un altro ancora sospira con tristezza perché lui non ha questa fortuna...".

17)  Se lo guardiamo da questo punto di vista, Oblomov appare come un idealista deluso che si ritira consapevolmente da un mondo che lui non accetta. Sottolineo questo aspetto perché dimostra come l’inettitudine possa essere vista come una forma di critica ai valori dominanti nella società: un aspetto che certamente ritroveremo in Svevo.

I precedenti stranieri: L’idiota di Dostoevskij

18) Quanto a Dostoevskij, il protagonista de L’idiota (1869), il principe Myskin, è inetto in un modo particolare: non è un abulico come Oblomov, è un disadattato, un estraneo rispetto alla società in cui si trova (ma, direi, lo sarebbe rispetto a qualsiasi società), semplicemente perché è come un fanciullo innocente, totalmente ispirato ad una ingenua sincerità e bontà d’animo, sempre un po’ impacciato e ridicolo nel mondo degli adulti. E infatti coi fanciulli trova immediata corrispondenza, come emerge da un episodio del suo soggiorno in Svizzera, che lui stesso racconta:

“Laggiù, laggiù non c’erano che bambini e io stavo tutto il tempo coi bambini, solo con loro. Erano i bambini del villaggio, tutta una banda che frequentava la scuola. Io non è che insegnassi loro, no, per questo c’era il maestro di scuola Jules Thibault; io forse insegnavo anche, ma soprattutto stavo con loro, e i miei quattro anni trascorsero tutti così. Non avevo bisogno di nient’altro. Dicevo loro tutto, senza nascondere nulla… Mi ha sempre colpito il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i bambini, i padri e le madri conoscono poco addirittura i propri figli. Ai bambini non bisogna nascondere nulla, col pretesto che sono piccoli e che per loro è troppo presto sapere. Che idea triste e disgraziata! I bambini poi si accorgono benissimo che i loro padri li ritengono troppo piccoli e credono che non capiscano nulla, mentre invece loro capiscono tutto alla perfezione. I grandi non sanno che un bambino può dare un consiglio straordinariamente importante anche in un caso di maggior merito. Oh mio Dio! Quando vi guarda uno di quei graziosi uccellini, pieno di fiducia e di felicità, dovreste aver vergogna di ingannarlo! Io li chiamo uccellini perché al mondo non c’è niente di meglio di un uccellino. (…) Thibault mi invidiava e basta; all’inizio continuava a scuotere la testa e a meravigliarsi che i bambini con me capissero tutto  mentre con lui non capivano quasi nulla, poi prese a burlarsi di me quando gli dissi che noi due non insegnavamo loro quasi nulla, anzi erano loro che insegnavano a noi.  Ma come poteva invidiarmi e calunniarmi, quando egli stesso viveva con i bambini? Attraverso i bambini l’ani ma guarisce. (…) Quanto a Schneider, parlò e discusse molto con me del dannoso “sistema” da me tenuto con i bambini. Alla fine mi espresse un suo pensiero molto strano, mi disse di essersi pienamente convinto che ero anch’io un perfetto bambino, un vero e proprio bambino, che solo per la statura e il viso somigliavo a un adulto, ma che quanto a sviluppo, anima, carattere, e forse anche intelligenza, non ero un adulto, e che così sarei rimasto, anche se fossi vissuto fino a sessant’anni. Io ne risi molto: certo, non aveva ragione: infatti che bambino son io? Una cosa soltanto è vera: è una fatto che non mi piace stare con gli adulti, con la gente, coi grandi – e l’ho notato da un pezzo – non mi piace, perché non ci so stare. Qualunque cosa mi dicano, per quanto siano buoni verso di me, con loro, non so perché, mi sento sempre a disagio…”

19)  Del resto lo stesso Dostoevskij dichiara di aver voluto “raffigurare un uomo assolutamente buono”. Dunque Myskin è un Cristo del XIX secolo (sono ricorrenti nel romanzo riferimenti a Cristo, in particolare al quadro di Hans Holbein il giovane che raffigura il Cristo deposto), assolutamente privo di malizia, mosso soltanto da pietà e assoluta fiducia nel prossimo. E il mondo degli “adulti”, fatto di convenzioni, formalismi, malizia e menzogne, ride della diversità del principe fanciullo, ma ogni volta resta abbagliato di fronte alle verità da lui svelate con semplicità ed immediatezza. Se allora vogliamo azzardare un confronto con l’inetto sveviano, potremmo dire che l’ “idiota” è come un alieno, un marziano che arriva da un altro mondo (e del resto, il principe Myskin nel romanzo arriva in mezzo alla bella società russa da un altro mondo, precisamente da una clinica svizzera dove è stato in cura per lungo tempo e dove nel finale ritornerà, con la mente ottenebrata dall’epilessia), non appartiene al nuovo mondo in cui è “atterrato”, e quel mondo lo guarda stupito e chiama idiozia la sua diversità. L’inetto di Svevo invece appartiene a quel mondo, a quella società; si sente diverso, ma vorrebbe essere uguale agli altri, invidia i vincenti; è inetto proprio perché fallisce nel tentativo di essere come gli altri, e fallisce non perché lui sia l’assolutamente buono in un mondo di malizia, ma perché c’è in lui un eccesso di riflessione (un’ipertrofia della coscienza) che blocca, inibisce la naturalezza del vivere.

I precedenti stranieri: Amiel

20) Ma se c’è un autore che più di altri, a fine Ottocento, ha comunicato questa idea della inettitudine come condizione esistenziale, questi è lo scrittore ginevrino Henri Frederic Amiel, autore di un poderoso, quasi maniacale, diario (Frammenti di un giornale intimo, di oltre 17000 pagine, pubblicato postumo nel 1884) in cui si descrive come un inetto, reso incapace di vivere da un eccesso di autoanalisi. Di Amiel si è detto che sembra uscito da un romanzo di Svevo. Ed Amiel è un autore letto e particolarmente amato da Montale. Ecco qualcuna delle sue riflessioni:

Ho l’epidermide del cuore troppo sottile… Ciò che potrebbe essere mi guasta ciò che è, ciò che dovrebbe essere mi rode di tristezza. Perciò la realtà, il presente, la necessità, l’irreparabile mi ripugnano, o anche mi spaventano. Ho troppa immaginazione, coscienza e penetrazione, e non abbastanza carattere. Solo la vita teorica ha sufficiente elasticità, immensità, riparabilità; la vita pratica mi fa arretrare. (6/4/51)

L’energica soggettività che s’afferma con la fede in se stessa mi è estranea… Io sono essenzialmente oggettivo e la specialità che mi distingue è quella di potermi porre da tutti i punti di vista, di vedere con tutti gli occhi… Di qui l’attitudine alla teoria e l’irresolutezza nella pratica; di qui il talento critico e la difficoltà nella produzione spontanea; di qui anche la lunga incertezza delle convinzioni e delle opinioni. (18/11/51)

L’uomo volgare non dubita di nulla e non sospetta nulla. Il filosofo è più circospetto. Inoltre è inadatto all’azione perché, pur vedendo la meta meglio degli altri, misura troppo bene la propria debolezza e non si illude sulle sue probabilità. (30/8/72)

Ho scoperto per tempo che era più facile rinunciare a un progetto che realizzarlo… e non potendo ottenere tutto ciò che sarebbe stato nel voto della mia natura, vi ho rinunciato in blocco… Ho anticipato in spirito tutti i disinganni. (18/8/73)[1]

Ho il terrore dell’azione e mi sento a mio agio solo nella vita impersonale, disinteressata, oggettiva del pensiero. Perché ciò? Per timidezza… Da dove deriva questa timidezza? Dallo sviluppo eccessivo della riflessione, che ha ridotto quasi a niente la spontaneità, lo slancio, l’istinto e con ciò stesso l’audacia e la fiducia. Quando bisogna agire io vedo dappertutto solo cause di errore e di pentimento, minacce nascoste e dispiaceri mancati.

21)  Sottolineo questa associazione fra inettitudine, incapacità di agire e eccesso di riflessione, di analisi e auto-analisi, perché questo è un tratto distintivo dei personaggi sveviani. A questa tipologia umana, con le differenze che riscontreremo, sono riconducibili i protagonisti dei romanzi, ed anche delle novelle, di Svevo.



[1] Dice Svevo nel Profilo autobiografico: “E’ il destino di tutti gli uomini d’ingannare se stessi sulla natura delle proprie preferenze per attenuare il dolore dei disinganni che la vita apporta a tutti”.