mercoledì 28 ottobre 2015

La nostalgia della campagna nell'ecloga I di Virgilio

                     Meliboeus

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui Musam meditaris avena;
nos patriae fines et dulcia linquimus arva.
nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra
formosam resonare doces Amaryllida silvas.               5

                         Tityrus

O Meliboee, deus nobis haec otia fecit.
namque erit ille mihi semper deus, illius aram
saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus.
ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum
ludere quae vellem calamo permisit agresti.               10

                         Meliboeus

Non equidem invideo, miror magis; undique totis
usque adeo turbatur agris. en ipse capellas
protenus aeger ago; hanc etiam vix, Tityre, duco.
hic inter densas corylos modo namque gemellos,
spem gregis, a, silice in nuda conixa reliquit.               15
saepe malum hoc nobis, si mens non laeva fuisset,
de caelo tactas memini praedicere quercus.
sed tamen iste deus qui sit da, Tityre,nobis.

                         Tityrus

Urbem quam dicunt Romam, Meliboee, putavi
stultus ego huic nostrae similem, cui saepe solemus               20
pastores ovium teneros depellere fetus.
sic canibus catulos similes, sic matribus haedos
noram, sic parvis componere magna solebam.
verum haec tantum alias inter caput extulit urbes
quantum lenta solent inter viburna cupressi.               25

                         Meliboeus

Et quae tanta fuit Romam tibi causa videndi?

                         Tityrus

Libertas, quae sera tamen respexit inertem,
candidior postquam tondenti barba cadebat,
respexit tamen et longo post tempore venit,
postquam nos Amaryllis habet, Galatea reliquit.               30
namque - fatebor enim - dum me Galatea tenebat,
nec spes libertatis erat nec cura peculi.
quamvis multa meis exiret victima saeptis
pinguis et ingratae premeretur caseus urbi,
non umquam gravis aere domum mihi dextra redibat.               35

                         Meliboeus

Mirabar quid maesta deos, Amarylli, vocares,
cui pendere sua patereris in arbore poma.
Tityrus hinc aberat. ipsae te, Tityre, pinus,
ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant.

                         Tityrus

Quid facerem? neque servitio me exire licebat               40
nec tam praesentis alibi cognoscere divos.
hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quot annis
bis senos cui nostra dies altaria fumant,
hic mihi responsum primus dedit ille petenti:
'pascite ut ante boves, pueri, submittite tauros.'               45

                         Meliboeus

Fortunate senex, ergo tua rura manebunt
et tibi magna satis, quamvis lapis omnia nudus
limosoque palus obducat pascua iunco.
non insueta gravis temptabunt pabula fetas
nec mala vicini pecoris contagia laedent.               50
fortunate senex, hic inter flumina nota
et fontis sacros frigus captabis opacum;
hinc tibi, quae semper, vicino ab limite saepes
Hyblaeis apibus florem depasta salicti
saepe levi somnum suadebit inire susurro;               55
hinc alta sub rupe canet frondator ad auras,
nec tamen interea raucae, tua cura, palumbes
nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo.

                         Tityrus

Ante leves ergo pascentur in aethere cervi
et freta destituent nudos in litore pisces,               60
ante pererratis amborum finibus exsul
aut Ararim Parthus bibet aut Germania Tigrim,
quam nostro illius labatur pectore vultus.

                         Meliboeus

At nos hinc alii sitientis ibimus Afros,
pars Scythiam et rapidum cretae veniemus Oaxen               65
et penitus toto divisos orbe Britannos.
en umquam patrios longo post tempore finis
pauperis et tuguri congestum caespite culmen,
post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas?
impius haec tam culta novalia miles habebit,               70
barbarus has segetes. en quo discordia civis
produxit miseros; his nos consevimus agros!
insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites.
ite meae, felix quondam pecus, ite capellae.
non ego vos posthac viridi proiectus in antro               75
dumosa pendere procul de rupe videbo;
carmina nulla canam; non me pascente, capellae,
florentem cytisum et salices carpetis amaras.

                         Tityrus

Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem
fronde super viridi. sunt nobis mitia poma,               80
castaneae molles et pressi copia lactis,
et iam summa procul villarum culmina fumant
maioresque cadunt altis de montibus umbrae.

Traduzione
 
Melibeo: O Titiro, tu, disteso sotto la volta di un ampio faggio, moduli una silvestre melodia su sottile zampogna; noi lasciamo le terre dei padri e i dolci campi; noi abbandoniamo la patria; tu, Titiro, adagiato nell’ombra, insegni alle selve a ripetere il nome d’Amarillide bella.
Titiro: O Melibeo, un Dio mi ha donato questa pace (lett.: ha fatto per me quest’ozio): e per me almeno, egli sarà sempre un Dio; spesso un tenero agnello (uscito) dai miei ovili (lett.: dai nostri ovili) intriderà (del suo sangue) l’altare di lui; egli permise che le mie giovenche continuassero a pascolare, come vedi, e che anch’io potessi cantare quel che volevo su agreste zampogna.
Melibeo: Non (ti) invidio di certo, piuttosto sono stupito: a tal punto vi è ovunque scompiglio per tutti i campi. Ecco, anch’io, afflitto, spingo innanzi le caprette; e anche questa, o Titiro, (la) trascino a stento; infatti, poco fa, fra i folti noccioli, ha partorito ed ha abbandonato (lett.: ha lasciato dopo essersi sgravata), ahi! sulla nuda pietra due capretti, speranza del gregge. Spesso questa sventura, mi ricordo che le querce colpite dal fulmine ce la predissero, se solo la mente non fosse stata sciocca. Ma, tuttavia, o Titiro, dicci  quale sia questo Dio.
Titiro: La città che chiamano Roma, o Melibeo, io stolto credetti che fosse simile a questa nostra, dove spesso noi pastori siamo soliti portare i teneri agnelli (lett.: i teneri parti delle pecore). Così io sapevo che i cuccioli sono simili ai cani, così i capretti alle madri, così ero solito paragonare le cose grandi alle piccole. Questa città, invece, di tanto ha innalzato il capo tra le altre, di quanto sono soliti (innalzarsi) i cipressi fra i flessuosi viburni.
Melibeo: E quale ragione così grave avesti per (lett.: di) vedere Roma? [oppure: E quale fu per te il motivo così importante di vedere Roma?].
Titiro: La libertà che, pur tardiva, tuttavia mi guardò, mentre non me ne curavo (lett.: guardò me inerte), dopo che nel raderla (lett.: a me che la radevo), la barba mi cadeva più bianca; mi guardò tuttavia e dopo lungo tempo venne, da quando mi tiene Amarillide (e) Galatea mi ha lasciato. Infatti, devo pur confessarlo (lett.: lo confesserò), finché mi teneva Galatea, non c’era né speranza di libertà, né cura del risparmio. Sebbene molte bestie da macello uscissero dai miei recinti, e grasso formaggio fosse pressato per l’ingrata città, mai la mia destra ritornava a casa colma di denaro.
Melibeo: Mi chiedevo perché mesta invocassi gli Dei, o Amarillide, per chi tu lasciassi pendere sugli alberi i frutti; Titiro era lontano da qui; perfino i pini, Titiro, perfino le sorgenti, perfino questi arbusti ti chiamavano.
Titiro: Che avrei dovuto fare? Altrove non mi era possibile liberarmi della schiavitù, né conoscere dèi così propizi. Lì ho visto quel giovane, o Melibeo, per il quale i miei altari fumano dodici giorni ogni anno. Là egli, per primo, diede (questa) risposta a me che (la) chiedevo: ”Pascolate come prima i buoi, ragazzi, aggiogate i tori”.
Melibeo: O fortunato vecchio, allora i campi resteranno tuoi. E per te grandi abbastanza, anche se la nuda pietra e la palude con il limaccioso giunco invadano tutti i pascoli; non insidieranno le pecore pregne inconsueti pascoli, né faranno loro del male i pericolosi contagi del vicino bestiame; fortunato vecchio, qui fra noti torrenti e sacre fonti godrai l’ombrosa frescura; da una parte la siepe di sempre dal vicino confine, succhiata dalle api Iblee nel fiore del salice spesso t’inviterà ad entrare nel sonno con il lieve sussurro: dall’altra il potatore canterà ai venti sotto un’alta rupe, né tuttavia nel frattempo le rauche colombe, tua cura, né la tortora, cesseranno di gemere dalla cima dell’olmo.
Titiro: Dunque i cervi pascoleranno leggeri nell’aria e i flutti abbandoneranno i pesci nudi sulla spiaggia, il Parto esule berrà l’Arar e la Germania il Tigri, dopo aver percorso i territori di entrambi, prima che il volto di lui si dilegui dal mio (lett.: nostro) cuore.
Melibeo: Noi, invece, da qui andremo alcuni dagli assetati Africani, parte (andremo) in Scizia e all’Oasse vorticoso di Creta e dai Britanni completamente separati da tutto il mondo. Oh, ammirerò mai rivedendoli [umquamvidens mirabor], dopo lungo tempo [longo post tempore], i confini della patria (oppure: i patri territori) e il tetto della mia povera capanna fatto di zolle, mio regno, dopo qualche anno [post aliquot aristas = dopo qualche raccolto]? Un empio soldato avrà questi maggesi così ben coltivati, un barbaro, queste messi. Ecco dove la discordia ha condotto i miseri cittadini: per questi noi abbiamo seminato i campi! Innesta ora, o Melibeo, i peri, disponi in filari le viti. Andate mie caprette, andate, gregge un tempo felice. Io non vi vedrò, d’ora in poi, pendere di lontano da una rupe piena di cespugli, sdraiato in un verde antro; non canterò nessun carme; o caprette, non brucherete sotto la mia guida di pastore (lett.: portandovi io al pascolo) il citiso in fiore e i salici amari.
Titiro: Tuttavia avresti potuto riposarti qui con me questa notte sopra un verde giaciglio di fronde (lett.: verde fogliame); abbiamo frutti maturi, tenere castagne e abbondanza di latte rappreso e già i comignoli delle case fumano di lontano e le ombre scendono più lunghe giù dagli alti monti [oppure: dalle cime dei monti].
 
      N.B. : dei versi 67-69 sono state proposte altre interpretazioni:
      En umquam patrios longo post tempore finis
      pauperis et tuguri congestum caespite culmen,
      post aliquot mea regna videns mirabor aristas?
 
1.      Oh, ammirerò mai rivedendoli [umquamvidens mirabor], dopo lungo tempo [longo post tempore], i confini della patria (oppure: i patri territori)  e il tetto della mia povera capanna fatto di zolle, mio regno, (spiandoli di nascosto) dietro qualche spiga [post aliquot aristas]?
2.      Oh, ammirerò mai [umquam mirabor], dopo lungo tempo [longo post tempore], i confini della patria (oppure: i patri territori) e il tetto della mia povera capanna fatto di zolle, (ammirerò mai) delle spighe [aristas], vedendo dopo qualche tempo [post aliquotvidens] il mio regno?
3.      Oh, ammirerò mai in futuro [umquam miraborpost] un pugno di spighe [aliquot aristas], vedendo dopo lungo tempo [longo post tempore videns] i confini della patria (oppure: i patri territori) e (vedendo) il tetto della mia povera capanna fatto di zolle, (vedendo) il mio regno?
4.      Oh, ammirerò mai in futuro [umquam miraborpost] un pugno di spighe [aliquot aristas],  vedendo dopo lungo tempo [longo post tempore videns] i confini della patria (oppure: i patri territori) e il tetto della mia povera capanna fatto di zolle, mio regno?
 
 

Il mito dell'età dell'oro nell'ecloga IV di Virgilio

Sicelides Musae, paulo maiora canamus.
non omnis arbusta iuvant humilesque myricae;
si canimus silvas, silvae sint consule dignae.
Ultima Cumaei venit iam carminis aetas;
magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.               5
iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna,
iam nova progenies caelo demittitur alto.
tu modo nascenti puero, quo ferrea primum
desinet ac toto surget gens aurea mundo,
casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo.               10
Teque adeo decus hoc aevi, te consule, inibit,
Pollio, et incipient magni procedere menses;
te duce, si qua manent sceleris vestigia nostri,
inrita perpetua solvent formidine terras.
ille deum vitam accipiet divisque videbit               15
permixtos heroas et ipse videbitur illis
pacatumque reget patriis virtutibus orbem.
At tibi prima, puer, nullo munuscula cultu
errantis hederas passim cum baccare tellus
mixtaque ridenti colocasia fundet acantho.               20
ipsae lacte domum referent distenta capellae
ubera nec magnos metuent armenta leones;
ipsa tibi blandos fundent cunabula flores.
occidet et serpens et fallax herba veneni
occidet; Assyrium vulgo nascetur amomum.               25
At simul heroum laudes et facta parentis
iam legere et quae sit poteris cognoscere virtus,
molli paulatim flavescet campus arista
incultisque rubens pendebit sentibus uva
et durae quercus sudabunt roscida mella.               30
Pauca tamen suberunt priscae vestigia fraudis,
quae temptare Thetin ratibus, quae cingere muris
oppida, quae iubeant telluri infindere sulcos.
alter erit tum Tiphys et altera quae vehat Argo
delectos heroas; erunt etiam altera bella               35
atque iterum ad Troiam magnus mittetur Achilles.
Hinc, ubi iam firmata virum te fecerit aetas,
cedet et ipse mari vector nec nautica pinus
mutabit merces; omnis feret omnia tellus.
non rastros patietur humus, non vinea falcem,               40
robustus quoque iam tauris iuga solvet arator;
nec varios discet mentiri lana colores,
ipse sed in pratis aries iam suave rubenti
murice, iam croceo mutabit vellera luto,
sponte sua sandyx pascentis vestiet agnos.               45
'Talia saecla' suis dixerunt 'currite' fusis
concordes stabili fatorum numine Parcae.
Adgredere o magnos—aderit iam tempus—honores,
cara deum suboles, magnum Iovis incrementum.
aspice convexo nutantem pondere mundum,               50
terrasque tractusque maris caelumque profundum;
aspice, venturo laetantur ut omnia saeclo.
O mihi tum longae maneat pars ultima vitae,
spiritus et quantum sat erit tua dicere facta:
non me carminibus vincat nec Thracius Orpheus               55
nec Linus, huic mater quamvis atque huic pater adsit,
Orphei Calliopea, Lino formosus Apollo.
Pan etiam, Arcadia mecum si iudice certet,
Pan etiam Arcadia dicat se iudice victum.
Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem;               60
matri longa decem tulerunt fastidia menses.
incipe, parve puer. qui non risere parenti,
nec deus hunc mensa dea nec dignata cubili est.

Traduzione
 
              Muse siciliane, cantiamo argomenti un po’ più elevati:  
non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici;
se cantiamo le selve, le selve siano degne di un console.
È giunta ormai l’ultima età del carme cumano,
v. 5 nasce da capo un grande ciclo di secoli;
già torna la Vergine (e) ritornano i regni di Saturno,
già una nuova progenie viene mandata dall’alto del cielo.
Tu, o casta Lucina, sii favorevole al bambino che ora nasce
con cui per la prima volta cesserà la generazione del ferro
 v. 10 e in tutto il mondo nascerà quella (lett.: la generazione) dell’oro: già regna il tuo Apollo.
Proprio sotto il tuo consolato incomincerà questa età gloriosa (lett.: questa gloria di età),
o Pollione, e incominceranno a trascorrere i grandi mesi;
sotto la tua guida, se rimangono alcune tracce della nostra scelleratezza,
rese vane, libereranno le terre dalla continua paura.
v. 15 Egli riceverà la vita degli dei e vedrà gli eroi mescolati agli dei,
ed egli stesso sarà visto con loro
e reggerà il mondo pacato dalle virtù paterne (oppure: reggerà con le virtù paterne).
Intanto la terra, senza esere coltivata, effonderà per te, o fanciullo,
(quali) primi piccoli doni (oppure: i primi piccoli doni),
edere erranti qua e là col baccare  
v. 20 e la colocasia mista al ridente acanto.
Le caprette da sole riporteranno a casa le mammelle gonfie di latte
e gli armenti non temeranno i grandi leoni.
La culla stessa effonderà per te deliziosi fiori.
Morirà anche il serpente e la ingannevole erba del veleno
v. 25 morirà; dovunque nascerà l’amomo assiro.
Ma non appena potrai leggere le lodi degli eroi e le imprese del padre
e potrai conoscere che cosa (lett.: quale) sia la virtù,
a poco a poco la pianura biondeggerà di flessuose spighe,
dai rovi selvatici penderà la rosseggiante uva
v. 30 e le dure querce trasuderanno rugiadosi mieli.
Rimarranno tuttavia poche tracce dell’antica colpa
che spingeranno (lett.: spingano) a tentare Teti con le navi, a cingere di mura
le città, a tracciare solchi nella terra.
Ci sarà allora un secondo Tifi e una seconda Argo per portare (lett.: che porti)
v. 35 eroi scelti; ci saranno anche altre guerre
e di nuovo il grande Achille sarà mandato a Troia.
Quindi, quando l’età ormai matura ti avrà reso uomo,
si ritirerà anche il navigante spontaneamente né le navi
scambieranno (lett.: il pino nautico scambierà) le merci, ogni terra produrrà tutto.
v. 40 La terra non patirà i rastrelli, la vigna non (patirà) la falce,
anche il robusto aratore toglierà ormai il giogo ai tori;
  e la lana non imparerà a fingere i vari colori,
  ma da solo sui prati l’ariete cambierà il (colore del) vello
  ora con la porpora che rosseggia soave ora con il giallo zafferano;
  v. 45 spontaneamente il sandice rivestirà gli agnelli che pascolano.
  “Filate in fretta tali secoli!” dissero ai loro fusi
  le Parche concordi nello stabile volere dei fati.
  Assurgi ai grandi onori (sarà tempo ormai)
  o cara prole degli dei, grande progenie di Giove,.
  v. 50 Guarda il mondo che annuisce nella (lett.: che si inclina con la)    sua mole convessa
  E le terre e le distese del mare e il cielo profondo;
  guarda come tutte le cose si allietino per il secolo che sta per venire.
  Oh, possa rimanermi l’ultima parte di una lunga vita
  E tanta ispirazione quanta mi sarà sufficiente a cantare le tue imprese!
  v. 55 Non mi vinceranno nel canto  (lett.: nei canti)  né il tracio Orfeo,
  né Lino; sebbene all’uno sia di aiuto la madre, all’altro il padre,
  ad Orfeo Calliope, a Lino il bell’Apollo.
  Anche Pan, se gareggiasse con me, giudice l’Arcadia,
  anche Pan, giudice l’Arcadia, si dichiarerebbe vinto.
  v. 60 Incomincia, piccolo bambino, a riconoscere la madre dal sorriso [oppure: col sorriso]:
  alla madre nove (lett.: dieci) mesi arrecarono lunghe sofferenze.
  Incomincia, piccolo mambino: (colui) al quale non sorrisero i genitori
  né un dio lo degna della (sua) mensa, né una dea del (suo) letto.
 

martedì 27 ottobre 2015

Lucrezio: la ragione vince la paura della morte


De rerum natura, III, vv. 830-869

L’osservazione scientifica della natura ci insegna a vincere la madre di tutte le paure:  la paura della morte

Nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum,
quandoquidem natura animi mortalis habetur.
et vel ut ante acto nihil tempore sensimus aegri,
ad confligendum venientibus undique Poenis,
omnia cum belli trepido concussa tumultu
horrida contremuere sub altis aetheris oris,
in dubioque fuere utrorum ad regna cadendum
omnibus humanis esset terraque marique,
sic, ubi non erimus, cum corporis atque animai
discidium fuerit, quibus e sumus uniter apti,
scilicet haud nobis quicquam, qui non erimus tum,
accidere omnino poterit sensumque movere,
non si terra mari miscebitur et mare caelo.
Et si iam nostro sentit de corpore postquam
distractast animi natura animaeque potestas,
nil tamen est ad nos, qui comptu coniugioque
corporis atque animae consistimus uniter apti.
Nec, si materiem nostram collegerit aetas
post obitum rursumque redegerit ut sita nunc est,
atque iterum nobis fuerint data lumina vitae,
pertineat quicquam tamen ad nos id quoque factum,
interrupta semel cum sit repetentia nostri.
Et nunc nil ad nos de nobis attinet, ante
qui fuimus, [neque] iam de illis nos adficit angor.
Nam cum respicias inmensi temporis omne
praeteritum spatium, tum motus materiai
multimodi quam sint, facile hoc adcredere possis,
semina saepe in eodem, ut nunc sunt, ordine posta
haec eadem, quibus e nunc nos sumus, ante fuisse.
Nec memori tamen id quimus reprehendere mente;
inter enim iectast vitai pausa vageque
deerrarunt passim motus ab sensibus omnes.
Debet enim, misere si forte aegreque futurumst,
ipse quoque esse in eo tum tempore, cui male possit
accidere. Id quoniam mors eximit, esseque prohibet
illum cui possint incommoda conciliari,
scire licet nobis nihil esse in morte timendum
nec miserum fieri qui non est posse, neque hilum
differre an nullo fuerit iam tempore natus,
mortalem vitam mors cum inmortalis ademit.

Traduzione

Nulla dunque la morte è per noi, e non ci riguarda per niente, dal momento che la natura dell'animo va considerata mortale. E come nel tempo passato non sentimmo alcun dolore, mentre i Cartaginesi da ogni parte venivano a combattere, quando il mondo, scosso dal trepido tumulto della guerra, tremò tutto d'orrore sotto le alte volte dell'etere, e fu dubbio sotto il dominio di quale dei due popoli dovessero cadere tutti gli uomini sulla terra e sul mare, così quando noi non saremo più, quando sarà avvenuto il distacco del corpo e dell'anima, che uniti compongono il nostro essere, certo a noi, che allora non saremo più, non potrà affatto accadere alcunché, nulla potrà colpire i nostri sensi, neppure se la terra si confonderà col mare e il mare col cielo. E anche se, dopo il distacco dal nostro corpo, la natura dell'animo e il potere dell'anima serbano il senso, questo tuttavia non importa a noi, che dall'unione e dal connubio del corpo e dell'anima siamo costituiti e unitamente composti. E quand'anche il tempo raccogliesse la nostra materia dopo la morte e di nuovo la disponesse nell'assetto in cui si trova ora e a noi fosse ridata la luce della vita, tuttavia neppure questo evento ci riguarderebbe minimamente, una volta che fosse interrotta la continuità della nostra coscienza. Così ora a noi non importa nulla di noi, quali fummo in precedenza, ‹né› ormai per quel nostro essere ci affligge angoscia. E invero, se volgi lo sguardo verso tutto lo spazio trascorso del tempo illimitato, e consideri quanto siano molteplici i movimenti della materia, facilmente puoi indurti a credere che questi stessi atomi, di cui siamo composti ora, già prima siano stati spesso disposti nel medesimo ordine in cui sono ora. Eppure non possiamo riafferrare con la memoria quell'esistenza; s'è interposta infatti una pausa della vita e tutti i moti si sviarono spargendosi per ogni dove, lontano dai sensi. Infatti, se sventura e affanno devono colpire qualcuno, occorre che allora, in quel medesimo tempo, esista quella stessa persona cui il male possa accadere. Ma, poiché la morte toglie ciò e impedisce
che esista colui a cui le disgrazie possano capitare, è chiaro che niente noi dobbiamo temere nella morte, e che non può divenire infelice chi non esiste, né fa per niente
differenza se egli sia nato o non sia nato in alcun tempo, quando la vita mortale gli è stata tolta dalla morte immortale

giovedì 24 settembre 2015

D'Annunzio: La pioggia nel pineto

Lettura de La pioggia nel pineto
                       

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
5parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
10Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
15divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
20piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
25leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
30che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
35verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
40Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
45né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
50diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
55d’arborea vita viventi;
e il tuo vólto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
60auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

65Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
70che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
75Più sordo, e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
80Non s’ode voce dal mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
85il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
90è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
95E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
100ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
105intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
110E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
115chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
120su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
125su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.                                        
 
La poesia intende sia proporre il motivo panico dell’identificazione del soggetto umano con la vita vegetale, sia riprodurre verbalmente la musicalità della pioggia.
Il panismo è attuato in un crescendo che ha il suo culmine nell’ultima strofa (la donna è “quasi... virente”, il cuore è “come pèsca intatta”, gli occhi “come polle tra l’erbe”, i denti “come mandorle acerbe”), ma che è anticipato già nelle strofe precedenti (vv. 20-21, “volti / silvani”, con significativo isolamento dell’aggettivo; poi nei versi finali, 55-61, della seconda strofa).(1)
Quanto alla ricercata musicalità del componimento (2), si vuole comunicare la grande sinfonia prodotta sia dal battere della pioggia sulle diverse piante (vv. 49-51, stromenti / diversi / sotto innumerevoli dita”) sia dal verso prima delle cicale, poi della rana (strumenti solisti). E tale “traduzione” è realizzata con diversi artifici, metrici e retorici.
Il metro è libero, non soggetto ad alcuno schema (campeggiano parole isolate, come in una poesia ungarettiana); libera è anche la rima: ora baciata, ora interna al verso (37, “e varia nell’aria”; 41, “al pianto il canto”; ma interne sono anche assonanze e consonanze: 11, “salmastre ed arse”; 17, “di fiori accolti” ; 38, “secondo le fronde” ) ora al mezzo (3-7, “parole che dici / umane.../ lontane” ; 97-99, “Piove su le tue ciglia nere / sì che par tu pianga / ma di piacere...”). Ricercata è anche la modulazione fonica: la mimesi della varietà di suono delle gocce sulle foglie è resa con la variazione tra i toni chiari della a e i toni cupi della o in posizione tonica (37-39, “e varia nell’aria / secondo le fronde / più rade men rade”); parimenti, il canto limpido delle cicale è reso con la predominanza della vocale tonica a (41-43, “al pianto il canto / delle cicale / che il pianto australe”), quello roco della rana con il predominio delle più oscure vocali o e u (74, “dall’umida ombra remota”; 93, “nell’ombra più fonda”); e il tremolio del canto delle cicale in diminuendo è reso con la frequenza della vibrante r (78-79, “ancor trema... risorge, trema...” ).
Scaltriti anche i procedimenti retorici: anafore (la serie insistita dei “piove” nella prima strofa), epifore (la triplice ripetizione della clausola “si spegne”, a proposito del canto delle cicale, 76-79), allitterazioni (“ciel cinerino”, spirto silvestre”, “vita viventi”, ecc.), ripetizione a distanza di clausole con minime variazioni (38-39, “secondo le fronde / più rade, meno rade” ; 86-87, “secondo la fronda / più folta, men folta” ).
 
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(1)  Ma è anche riconoscibile la umanizzazione della natura, laddove, nei versi iniziali, si invita ad ascoltare “parole più nuove” parlate dalle gocce di pioggia e dalle foglie.
(2)  Coerentemente con i dettami delle poetiche decadenti (v. Verlaine, Arte poetica: “Della musica innanzi ad ogni cosa...”).

domenica 20 settembre 2015

Paradiso: la visione di Dio

La visione di Dio nel XXXIII del Paradiso
 
BOSCO-REGGIO, commento al Paradiso;
introduzione al canto XXXIII.
 
Giunto nell’Empireo, Dante vede una fiumana di luce fra due rive di fiori; dalla fiumana escono scintille che si posano sui fiori e poi ritornano nel gorgo. Quindi la luce assume forma circolare (più grande del sole), i fiori appaiono come beati e le scintille come angeli; i beati li vede disposti nella Candida Rosa (in più di mille ordini di seggi, digradanti come petali), la quale si specchia nel cerchio di luce come un colle in un lago; gli angeli sembrano api che volano da un fiore all’altro.
Beatrice conduce Dante al centro dell’“anfiteatro”, poi scompare tornando al suo seggio. Dante si trova al fianco S. Bernardo[20], il quale gli indica che la Rosa è divisa in due settori (credenti in Cristo venturo e venuto)[21] e in due parti (inferiore per i bambini, superiore per gli adulti).
Perché Dante possa contemplare Dio, è necessaria la mediazione della Vergine (che risiede in un seggio nel giro più alto della Rosa), alla quale Bernardo rivolge la sua “orazione”[22]. Mentre tutti i beati congiungono le mani verso di lei in una “figurazione giottesca ” (Croce), la Vergine, immobile, consente, senza parlare, con gli occhi (che, quindi, rivolge a Dio).
Ora comincia il dramma di Dante che vuole raccontare l’esperienza della visione: ed è, anzitutto, un problema teologico, perché non si può vedere ciò che si può solamente pensare (Tommaso: “non est possibile quod per aliquam similitudinem creatam divina substantia intelligatur”). Ma Dante vuole dare una conclusione “visibile” ad un racconto che è stato tutto “visibile”: e ha l’idea dei tre cerchi e dell’immagine umana “adattata” al cerchio (per rendere sensibilmente i due misteri fondamentali della Trinità e dell’Incarnazione). Tutto lo sforzo è inteso a dimostrare la difficoltà di (1) capire (intelligere) ciò che si vede (non c’è il mistico che si abbandona, ma il razionalista che vuole comprendere con la ragione); e poi di (2) ricordare quel che si è capito; e infine di (3) trovare parole adeguate per esprimere quel barlume che si ricorda.
Suggestivo il momento in cui dice di “vedere” l’ordine dell’universo[23] (le relazioni fra sostanze e accidenti: ciò che ha sempre cercato di capire e dimostrare: in tutta la Commedia, ma in particolare in Pd . I e II).
 
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[20]di Chiaravalle (1091-1153), mistico, restauratore del culto mariano, forse scelto per questo come ultima guida.
 
[21]la divisione è segnata da una linea di donne ebree (che parte da Maria e comprende Eva, Rachele - con a fianco Beatrice - Sara, Rebecca, ecc.) e da una corrispondente linea “maschile” (che presenta Giovanni battista, Francesco d’Assisi, Benedetto, Agostino, ecc.).
 
[22]E’ divisa in due parti: elogio di Maria (notevole l’incipit, articolato in tre fortissime antitesi) e richiesta di intercessione. In essa c’è “l’eloquenza di un’iscrizione in un monumento della vittoria e la dolcezza di un poema d’amore” (Auerbach).
 
[23]Ricorda l’Aleph  di Borges.
 

Paradiso: i canti di Francesco e Domenico

Francesco e Domenico nel Paradiso
 
BOSCO-REGGIO, commento al Paradiso,
introduzione ai canti XI e XII.
 
Due canti concepiti unitariamente, con l’intento di celebrare i due campioni (proprio mentre i rispettivi ordini sono separati da un’accesa rivalità) che hanno combattuto contro i nemici della Chiesa: Francesco contro quelli interni (il clero avido di ricchezze), Domenico contro quelli esterni (gli eretici). E Dante ha senz’altro in mente la profezia di Gioacchino da Fiore, che aveva parlato di duo viri che avrebbero sostenuto la Chiesa pericolante. Di qui l’accurato parallelismo simmetrico della costruzione: un domenicano (Tommaso) fa l’elogio di Francesco (e denuncia il traviamento del proprio ordine), un francescano (Bonaventura) fa l’elogio di Domenico (e denuncia il traviamento del proprio ordine); per entrambi, dodici versi ad indicare, con ampia perifrasi letteraria, il luogo di nascita (Assisi-Oriente per Francesco, l’occidentale Calaroga per Domenico: a sottolineare che il loro campo di battaglia è il mondo intero); per entrambi, nomina sunt consequentia rerum (Assisi, Domenico, Felice, Giovanna).
Ma la biografia di Domenico è meno articolata di quella di Francesco: perché la vita di quest’ultimo era già in un alone di leggenda (e Dante segue, molto da vicino, la Legenda maior di Bonaventura). I due sono visti soprattutto come combattenti (parole e perifrasi che alludono alla guerra sono ricorrenti).
Di Francesco, Dante sottolinea il matrimonio con la povertà (per questo è alter Christus); ma nella Legenda maior c’era altro (c’erano visioni, miracoli, estasi); vuol dire che Dante vuole polemizzare, implicitamente, con i conventuali e la curia romana; è vero che, per bocca di Bonaventura, prende una posizione intermedia (contro l’eccessivo rigorismo degli spirituali e contro il lassismo dei conventuali); ma, sul possesso di beni da parte della Chiesa, già conosciamo (dal Monarchia) la posizione di Dante: la Chiesa può ricevere, come in deposito, beni di proprietà dell’Impero (che restano sempre tali), ma solo per distribuirne i frutti ai poveri di Cristo (le decime sunt pauperum dei); è altresì evidente la simpatia di Dante per la posizione degli spirituali: in Pd. XXI presenta Pietro e Paolo come francescani ante litteram (e non c’è dubbio che abbia in mente quel passo del vangelo di Matteo in cui Cristo prescrive agli apostoli di seguirlo seminudi e scalzi). E questo ha vieppiù valore se si pensa che ci sono due condanne (la prima del 1318, la seconda, definitiva, del 1323) da parte del papa Giovanni XXII nei confronti degli spirituali.

Paradiso: il canto di Giustiniano

Il canto VI del Paradiso
 
BOSCO-REGGIO, commento al Paradiso;
introduzione al canto VI.
 
La simmetria dei “sesti” canti nelle tre cantiche si può accettare, con l’avvertenza che l’accento batte sempre (che ci si riferisca alle condizioni di Firenze, dell’Italia o dell’Impero) sul male della lotta tra fazioni.
Qui il discorso si amplia con l’esaltazione della funzione provvidenziale dell’Impero: la storia tende verso quel punto (la plenitudo temporis di cui parla S. Paolo) in cui si attua la redenzione (il peccato universale è punito da un potere universale); dopodiché l’Impero mantiene quella funzione di guida del mondo (in concordia con la Chiesa) ereditata, senza soluzione di continuità, dal Sacro Romano Impero.
Ma perché a celebrare l’aquila è scelto Giustiniano, la cui sede non era stata Roma? Senz’altro perché autore di quel Corpus Iuris che fa sì che sopravviva l’unità giuridica, quando si spezza l’unità politica: e del resto l’aquila è simbolo non solo dell’Impero, ma anche della giustizia (e il valore del diritto romano è affermato anche in Pg. VI, quando si dice: “che val che Giustinian ti racconciasse il freno se la sella è vota?”).
Altra questione è se nel dire che l’aquila fu portata “contro al corso del ciel ” sia implicito un giudizio negativo (“contro natura”) verso Costantino. Certo, negativo fu l’andare a Bisanzio lasciando Roma al Pontefice (la “donazione” è ritenuta autentica); ma Costantino è fra i giusti che formano l’occhio dell’aquila nel cielo di Giove, e qui il ritorno nella Troade (da dove l’aquila era partita) sembra visto piuttosto come il compimento di un ciclo, come segno dell’universalità dell’Impero che spazia da est a ovest.
Con stacco narrativo (dal tono esaltato a quello dolente) viene poi evocata la figura di Romeo[18]: un piccolo personaggio (e una piccola storia) accanto a uno grande (la giustizia di Dio uguaglia tutti). Ammenda di Giustiniano per il suo atteggiamento nei confronti di Belisario[19], analogo a quello che, secondo la leggenda, Raimondo di Provenza avrebbe avuto nei confronti di Romeo? O, semplicemente, altro personaggio in cui Dante commisera il suo stesso destino di esule? Destino simile, peraltro, a quello di Pier della Vigna, che, come Romeo e come Dante, non aveva accettato l’umiliazione di dover rendere conto del suo operato. I provenzali sono stati puniti; e così lo saranno i fiorentini.
 
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[18]Il personaggio era storico (ministro di Raimondo Berengario IV, conte di Provenza, fino alla sua morte, nel 1250); ma Dante dà credito alla leggenda di un umile pellegrino (“romeo”), accolto nella corte, divenuto ministro, calunniato dai cortigiani, ripartito com’era arrivato.
 
[19]A un certo punto era stato emarginato dall’imperatore, perché troppo potente, e poi riabilitato; ma non si sa se Dante fosse a conoscenza della leggenda secondo cui sarebbe stato fatto accecare e ridotto a morire in completa miseria.