mercoledì 11 novembre 2015

Manzoni: i princìpi della poetica

Dal Carme in morte di Carlo Imbonati  (vv. 168-215)
Sorrise alquanto, e rispondea: « Qualunque
Di chiaro esempio, o di veraci carte
Giovasse altrui, fu da me sempre avuto
In onor sommo. E venerando il nome
Fummi di lui, che ne le reggie primo
l'orma stampò de l'italo coturno:
E l'aureo manto lacerato ai grandi,
Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili;
E di quel, che sul plettro immacolato
Cantò per me: Torna a fiorir la rosa.
Cui, di maestro a me poi fatto amico,
Con reverente affetto ammirai sempre
Scola e palestra di virtù. Ma sdegno
Mi fero i mille, che tu vedi un tanto
Nome usurparsi, e portar seco in Pindo
L'immondizia del trivio e l'arroganza
E i vizj lor; che di perduta fama
Vedi, e di morto ingegno, un vergognoso
Far di lodi mercato e di strapazzi.
Stolti! Non ombra di possente amico,
lodator comprati avea quel sommo
D'occhi cieco, e divin raggio di mente,
Che per la Grecia mendicò cantando.
Solo d'Ascra venian le fide amiche
Esulando con esso, e la mal certa
Con le destre vocali orma reggendo:
Cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene,
E Rodi a Smirna cittadin contende:
E patria ei non conosce altra che il cielo.
Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli
Sopravissuti, oscura e disonesta
Canizie attende. » E tacque; e scosso il capo,
E sporto il labbro, amaramente il torse,
Com'uom cui cosa appare ond'egli ha schifo.
Gioja il suo dir mi porse, e non ignota
Bile destommi; e replicai: « Deh! vogli
La via segnarmi, onde toccar la cima
Io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta,
Dicasi almen: su l'orma propria ei giace. »
« Sentir », riprese, « e meditar: di poco
Esser contento: da la meta mai
Non torcer gli occhi: conservar la mano
Pura e la mente: de le umane cose
Tanto sperimentar, quanto ti basti
Per non curarle: non ti far mai servo:
Non far tregua coi vili: il santo Vero
Mai non tradir: né proferir mai verbo,
Che plauda al vizio, o la virtù derida. »

La lapide sulla "colonna infame"

La “colonna infame” era stata fatta abbattere nel 1778 dall'imperatrice Maria Teresa d’Austria, dopo che la stessa aveva voluto l’abolizione della tortura nei territori del suo regno. La lapide è conservata nel Castello Sforzesco.
TESTO  DELLA  LAPIDE:
 
Hic . vbi . hæc . area . patens . est
svrgebat . olim . tonstrina
 io . iacobi . moræ
qvi . facta . cvm . gvglielmo. platea pvbl . sanit . commissario
et . cvm . aliis . conspiratione
dvm . pestis . atrox . sæviret
lethiferis . vngventis . hvc . et . illvc . aspersis
plvres . ad . diram . mortem . compvlit
Hos . igitvr . ambos . hostes . patriæ . ivdicatos
excelso . in . plavstro
candenti . privs . vellicatos . forcipe
et . dextera . mvlctatos . manv
rota . infringi
rotæqve . intextos . post . horas . sex . ivgvlari
combvri . deinde
ac . ne . qvid . tam . scelestorvm . hominvm reliqvi . sit
pvblicatis . bonis
cineres . in . flvmen . pro iici
senatvs . ivssit
cv ivs . rei . memoria . æterna . vt . sit
hanc . domvm . sceleris . officinam
solo . æqvari
ac . nvnqvam . in postervm . refici
et . erigi . colvmnam
qvæ . vocetvr . infamis
idem ordo mandavit
Procvl . hinc . procvl . ergo
boni . cives
ne . vos . inpoelix . infame . solvm
commacvlet
mdcxxx . kal . avgvsti
 
TRADUZIONE:
 
QUI, OVE S'APRE QUESTO SPIAZZO,
SORGEVA UN TEMPO LA BOTTEGA DEL BARBIERE
GIAN GIACOMO MORA
CHE, ORDITA CON IL COMMISSARIO DELLA PUBBLICA SANITA' GUGLIELMO PIAZZA
E CON ALTRI UNA COSPIRAZIONE,
MENTRE UN'ATROCE PESTILENZA INFURIAVA,
COSPARGENDO DIVERSI LUOGHI DI LETALI UNGUENTI
MOLTI CONDUSSE AD UN'ORRENDA MORTE.
GIUDICATI ENTRAMBI TRADITORI DELLA PATRIA,
IL SENATO DECRETO'
CHE, COLLOCATI BENE IN VISTA SU UN ALTO CARRO,
PRIMA FOSSERO MORSI CON TENAGLIE ROVENTI,
MUTILATI DELLA MANO DESTRA,
SPEZZATE L'OSSA DEGLI ARTI,
INTRECCIATI ALLA RUOTA, DOPO SEI ORE SGOZZATI,
BRUCIATI E POI,
PERCHE' DI UOMINI TANTO SCELLERATI NULLA RESTASSE,
CONFISCATI I BENI,
LE LORO CENERI GETTATE NEL FIUME.
PARIMENTI DIEDE ORDINE CHE
AD IMPERITURO RICORDO
LA FABBRICA OVE IL MISFATTO FU TRAMATO
FOSSE RASA AL SUOLO
NE' MAI PIU' RICOSTRUITA;
SULLE MACERIE ERETTA UNA COLONNA
DA CHIAMARE INFAME.
LUNGI ADUNQUE DA QUI, ALLA LARGA,
PROBI CITTADINI,
CHE UN ESECRANDO SUOLO
NON ABBIA A CONTAMINARVI!
ADDI' I AGOSTO 1630

Lo scambio di epigrammi fra Foscolo e Monti

Siccome Monti aveva tradotto l’Iliade senza conoscere il greco (e quindi servendosi di traduzioni già esistenti), Foscolo gli dedicò il seguente epigramma:
 
Questi è Vincenzo Monti cavaliero,
gran traduttor dei traduttor d’Omero.
 
Ma Monti, abilissimo versificatore, rispose con un epigramma altrettanto ironico e se vogliamo ancor più cattivo:
 
"Questi è il rosso di pel Foscolo detto
Sì falso che cangiò fino se stesso
Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto;
Guarda la borsa se ti vien dappresso"
 
A parte il riferimento ai capelli rossi (che comunque nella credenza popolare sono associati alla perfidia), Monti accusa Foscolo di essere falso (si chiamava Nicolò e aveva cambiato il proprio nome in Ugo) e, soprattutto, di essere sempre alla ricerca di danaro (è un fatto che Foscolo fosse spendaccione e dedito al gioco d’azzardo).

mercoledì 4 novembre 2015

Leopardi: contro il suicidio

dal Dialogo di Plotino e Porfirio
PLOTINO – Sia ragionevole l'uccidersi; sia contro ragione l'accomodar l'animo alla vita: certamente quello è un atto fiero e inumano. E non dee piacer più, né vuolsi elegger piuttosto di essere secondo ragione un mostro, che secondo natura uomo. E perché anche non vorremo noi avere alcuna considerazione degli amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone familiari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo, bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore alcuno di questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi, e per la perdita di persona cara o consueta, e per l'atrocità del caso? Io so bene che non dee l'animo del sapiente essere troppo molle; né lasciarsi vincere dalla pietà e dal cordoglio in guisa, che egli ne sia perturbato, che cada a terra, che ceda e che venga meno come vile, che si trascorra a lagrime smoderate, ad atti non degni della stabilità di colui che ha pieno e chiaro conoscimento della condizione umana. Ma questa fortezza d'animo si vuole usare in quegli accidenti tristi che vengono dalla fortuna, e che non si possono evitare; non abusarla in privarci spontaneamente, per sempre, della vista, del colloquio, della consuetudine dei nostri cari. Aver per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti, degl'intrinsechi, dei compagni; o non essere atto a sentire di sì fatta cosa dolore alcuno; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far niuna stima di addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici; è di non curante d'altrui, e di troppo curante di se medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo, che si trovi al mondo.
In ultimo, Porfirio mio, le molestie e i mali della vita, benché molti e continui, pur quando, come in te oggi si verifica, non hanno luogo infortuni e calamità straordinarie, o dolori acerbi del corpo; non sono malagevoli da tollerare; massime ad uomo saggio e forte, come tu sei. E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l'uomo, in quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovria ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perché non avrebbe a compiacergliene? Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l'amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non volere esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l'anima; a me, che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che così, senza altro pensiero di noi, metterci in abbandono. Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Si bene attendiamo a tenerci compagnia l'un l'altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell'ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora.

Leopardi: il coraggio della verità

dal Dialogo di Tristano e un amico
 
TRISTANO – …. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. Nessun filosofo che insegnasse l'una di queste tre cose, avrebbe fortuna né farebbe setta, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono coraggio e fortezza d'animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita… Io per me, come l'Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl'inganni non dell'immaginazione, ma dell'intelletto. Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano.

Leopardi: affrontate il mio pensiero invece di "accusare i miei malanni"

“Quali che siano le mie sventure, che si è creduto giusto sbandierare e forse un po’ esagerare..., io ho avuto abbastanza coraggio per non cercare di diminuirne il peso, né con frivole speranze di una pretesa felicità futura, né con una vile rassegnazione... Ed è proprio per questo coraggio che, essendo stato condotto dalle mie vicende ad una filosofia disperata, non ho esitato ad abbracciarla tutta intera; mentre, d’altro canto, è stato solo per effetto della debolezza degli uomini, che hanno bisogno d’essere persuasi del valore dell’esistenza, che si è voluto vedere le mie opinioni filosofiche come il risultato delle mie sofferenze individuali e che ci si ostina ad attribuire alle mie circostanze materiali, ciò che si deve solo al mio intelletto. Prima di morire, io voglio protestare contro queste invenzioni della debolezza e della volgarità, e pregherò i miei lettori di cercare di demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti, piuttosto che accusare i miei malanni. (dalla lettera al De Sinner del 24/5/1832)

Leopardi: il pessimismo e la noia

Il pessimismo “cosmico”
Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.  (Zibaldone, 22. Apr. 1826)
La noia
La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali. (Pensieri, LXVIII)

Leopardi: riflessioni sulla poesia

 
La poesia sentimentale
Nella carriera poetica il mio spirito ha percorso lo stesso stadio che lo spirito umano in generale. Da principio il mio forte era la fantasia, e i miei versi erano pieni d'immagini, e delle mie letture poetiche io cercava sempre di profittare riguardo alla immaginazione. Io era bensì sensibilissimo anche agli affetti, ma esprimerli in poesia non sapeva… In somma il mio stato era allora in tutto e per tutto come quello degli antichi. Ben è vero che anche allora, quando le sventure mi stringevano e mi travagliavano assai, io diveniva capace anche di certi affetti in poesia...  La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire dentro un anno, cioè nel 1819, dove privato dell'uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso, cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose…, a divenir filosofo di professione (di poeta ch'io era), a sentire l'infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla, e questo anche per uno stato di languore corporale, che tanto più mi allontanava dagli antichi e mi avvicinava ai moderni. Allora l'immaginazione in me fu sommamente infiacchita, e quantunque la facoltà dell'invenzione allora appunto crescesse in me grandemente, anzi quasi cominciasse, verteva però principalmente, o sopra affari di prosa, o sopra poesie sentimentali. E s'io mi metteva a far versi, le immagini mi venivano a sommo stento, anzi la fantasia era quasi disseccata (anche astraendo dalla poesia, cioè nella contemplazione delle belle scene naturali ec. come ora ch'io ci resto duro come una pietra); bensì quei versi traboccavano di sentimento. Così si può ben dire che in rigor di termini, poeti non erano se non gli antichi, e non sono ora se non i fanciulli o giovanetti, e i moderni che hanno questo nome, non sono altro che filosofi. Ed io infatti non divenni sentimentale, se non quando perduta la fantasia divenni insensibile alla natura, e tutto dedito alla ragione e al vero, in somma filosofo. (1° Luglio 1820.).
La poesia sentimentale è unicamente ed esclusivamente propria di questo secolo, come la vera e semplice (voglio dire non mista) poesia immaginativa fu unicamente ed esclusivamente propria de' secoli Omerici, o simili a quelli in altre nazioni. Dal che si può ben concludere che la poesia non è quasi propria de' nostri tempi, e non farsi maraviglia, s'ella ora langue come vediamo, e se è così raro non dico un vero poeta, ma una vera poesia. Giacchè il sentimentale è fondato e sgorga dalla filosofia, dall'esperienza, dalla cognizione dell'uomo e delle cose, in somma dal vero, laddove era della primitiva essenza della poesia l'essere ispirata dal falso. E considerando la poesia in quel senso nel quale da prima si usurpava, appena si può dire che la sentimentale sia poesia, ma piuttosto una filosofia, un'eloquenza, se non quanto è più splendida, più ornata della filosofia ed eloquenza della prosa. Può anche esser più sublime e più bella, ma non per altro mezzo che d'illusioni, alle quali non è dubbio che anche in questo genere di poesia si potrebbe molto concedere, e più di quello che facciano gli stranieri. (8. Marzo 1821).
La poetica dell’indefinito
È cosa osservata degli antichi poeti ed artefici, massimamente greci, che solevano lasciar da pensare allo spettatore o uditore più di quello ch’esprimessero. E quanto alla cagione di ciò, non è altra che la loro semplicità e naturalezza, per cui non andavano come i moderni dietro alle minuzie della cosa, dimostrando evidentemente lo studio dello scrittore, che non parla o descrive la cosa come la natura stessa la presenta, ma va sottilizzando, notando le circostanze, sminuzzando e allungando la descrizione per desiderio di fare effetto, cosa che scuopre il proposito, distrugge la naturale disinvoltura e negligenza, manifesta l’arte e l’affettazione, ed introduce nella poesia a parlare più il poeta che la cosa... Ma tra gli effetti di questo costume, dico effetti e non cagioni, giacchè gli antichi non pensavano certamente a questo effetto, e non erano portati se non dalla causa che ho detto, è notabilissimo quello del rendere l’impressione della poesia o dell’arte bella, infinita, laddove quella de’ moderni è finita. Perchè descrivendo con pochi colpi, e mostrando poche parti dell’oggetto, lasciavano l’immaginazione errare nel vago e indeterminato di quelle idee fanciullesche, che nascono dall’ignoranza dell’intiero. Ed una scena campestre per esempio dipinta dal poeta antico in pochi tratti, e senza dirò così, il suo orizzonte, destava nella fantasia quel divino ondeggiamento d’idee confuse, e brillanti di un indefinibile romanzesco, e di quella eccessivamente cara e soave stravaganza e maraviglia, che ci solea rendere estatici nella nostra fanciullezza. Dove che i moderni, determinando ogni oggetto, e mostrandone tutti i confini, son privi quasi affatto di questa emozione infinita, e invece non destano se non quella finita e circoscritta, che nasce dalla cognizione dell’oggetto intiero, e non ha nulla di stravagante, ma è propria dell’età matura, che è priva di quegl’inesprimibili diletti della vaga immaginazione provati nella fanciullezza. (8. Gennaio 1820.)
Le parole
Le parole come osserva il Beccaria (Trattato dello stile) non presentano la sola idea dell'oggetto significato, ma quando più quando meno [110] immagini accessorie. Ed è pregio sommo della lingua l'aver di queste parole. Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini perchè determinano e definiscono la cosa da tutte le parti. Quanto più una lingua abbonda di parole, tanto più è adattata alla letteratura e alla bellezza ec. ec. e per lo contrario quanto più abbonda di termini, dico quando questa abbondanza noccia a quella delle parole, perchè l'abbondanza di tutte due le cose non fa pregiudizio. Giacchè sono cose ben diverse la proprietà delle parole e la nudità o secchezza, e se quella dà efficacia ed evidenza al discorso, questa non gli dà altro che aridità. Il pericolo grande che corre ora la lingua francese è di diventar lingua al tutto matematica e scientifica, per troppa abbondanza di termini in ogni sorta di cose, e dimenticanza delle antiche parole. Benchè questo la rende facile e comune, perch'è la lingua più artifiziale e geometricamente nuda ch'esista oramai. (30 Aprile 1820)
Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perchè destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse. (25. Sett. 1821.)
Le parole notte notturno ec. le descrizioni della notte ec. sono poeticissime, perchè la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta, sì di essa, che quanto ella contiene. Così oscurità, profondo. ec. ec. (28. Sett. 1821.)
Le parole che indicano moltitudine, copia, grandezza, lunghezza, larghezza, altezza, vastità ec. ec. sia in estensione, o in forza, intensità ec. ec. sono pure poeticissime, e così le immagini corrispondenti. Come nel Petrarca
Te solo aspetto, e quel che tanto amasti,
E laggiuso è rimaso, il mio bel velo.
E in Ippolito Pindemonte
Fermossi alfine il cor che balzò tanto.
Dove notate che il tanto essendo indefinito, fa maggiore effetto che non farebbe molto, moltissimo eccessivamente, sommamente. Così pure le parole e le idee ultimo, mai più, l’ultima volta ec. ec. sono di grand’effetto poetico, per l’infinità. ecc. (3. Ott. 1821.)
Antichi, antico, antichità; posteri, posterità sono parole poeticissime ec. perchè contengono un'idea 1. vasta, 2. indefinita ed incerta, massime posterità della quale non sappiamo nulla, ed antichità similmente è cosa oscurissima per noi. Del resto tutte le parole che esprimono generalità, o una cosa in generale, appartengono a queste considerazioni. (20 Dic. 1821).
I suoni
Quello che altrove ho detto sugli effetti della luce, o degli oggetti visibili, in riguardo all’idea dell’infinito, si deve applicare parimente al suono, al canto, a tutto ciò che spetta all’udito. È piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per un’idea vaga ed indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito da lungi, o che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco allontanando, e divenendo insensibile; o anche viceversa (ma meno), o che sia così lontano, in apparenza o in verità, che l’orecchio e l’idea quasi lo perda nella vastità degli spazi; un suono qualunque confuso, massime se ciò è per la lontananza; un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte; un canto che risuoni per le volte di una stanza ec. dove voi non vi troviate però dentro; il canto degli agricoltori che nella campagna s’ode suonare per le valli, senza però vederli, e così il muggito degli armenti ec. Stando in casa, e udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perchè nè l’udito nè gli altri sensi non arrivano a determinare nè circoscrivere la sensazione, e le sue concomitanze. È piacevole qualunque suono (anche vilissimo) che largamente e vastamente si diffonda, come in taluno dei detti casi, massime se non si vede l’oggetto da cui parte. A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà (quando non sia vinto dalla paura) il fragore del tuono, massime quand’è più sordo, quando è udito in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta, o tra i vari oggetti di una campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec. Perocchè oltre la vastità, e l’incertezza e confusione del suono, non si vede l’oggetto che lo produce, giacchè il tuono e il vento non si vedono. È piacevole un luogo echeggiante, un appartamento ec. che ripeta il calpestio de’ piedi, o la voce ec. Perocchè l’eco non si vede ec. E tanto più quanto il luogo e l’eco è più vasto, quanto più l’eco vien da lontano, quanto più si diffonde; e molto più ancora se vi si aggiunge l’oscurità del luogo che non lasci determinare la vastità del suono, nè i punti da cui esso parte ec. ec. E tutte queste immagini in poesia ec. sono sempre bellissime... (16. Ott. 1821.)
Una voce o un suono lontano, o decrescente e allontanantesi appoco appoco, o eccheggiante con un’apparenza di vastità ec. ec. è piacevole per il vago dell’idea ec. Però è piacevole il tuono, un colpo di cannone, e simili, udito in piena campagna, in una gran valle ec. il canto degli agricoltori, degli uccelli, il muggito de’ buoi ec. nelle medesime circostanze. (21. Sett. 1827.)
La rimembranza
Osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, si riferiscono a lei, dipendono e derivano da lei, sono come un influsso e una conseguenza di lei; o in genere, o anche in ispecie; vale a dire, proviamo quella tal sensazione, idea, piacere, ec. perchè ci ricordiamo e ci si rappresenta alla fantasia quella stessa sensazione immagine ec. provata da fanciulli, e come la provammo in quelle stesse circostanze. Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un'immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica. E ciò accade frequentissimamente. (Così io, nel rivedere quelle stampe piaciutemi vagamente da fanciullo, quei luoghi, spettacoli, incontri, ec. nel ripensare a quei racconti, favole, letture, sogni ec. nel risentire quelle cantilene udite nella fanciullezza o nella prima gioventù ec.) In maniera che, se non fossimo stati fanciulli, tali quali siamo ora, saremmo privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano, giacchè la proviamo se non rispetto e in virtù della fanciullezza. E osservate che anche i sogni piacevoli nell'età nostra, sebbene ci dilettano assai più del reale, tuttavia non ci rappresentano più quel bello e quel piacevole indefinito come nell'età prima spessissimo. (16. Gennaio 1821.).
Un oggetto qualunque, p. e. un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in se, sarà poeticissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perchè il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago. (Recanati. 14. Dic. Domenica. 1828.)
La doppia visione
All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione. (30. Nov. 1828.).
 

sabato 31 ottobre 2015

Virgilio: la profezia sul destino di Roma

Eneide (VI, vv. 752-759, 788-800, 847-853)
 
Dixerat Anchises natumque unaque Sibyllam
conventus trahit in medios turbamque sonantem,
et tumulum capit unde omnis longo ordine posset
adversos legere et venientum discere vultus.
Nunc age, Dardaniam prolem quae deinde sequatur
gloria, qui maneant Itala de gente nepotes,
inlustris animas nostrumque in nomen ituras,
expediam dictis, et te tua fata docebo.
(……………………………………..)
Huc geminas nunc flecte acies, hanc aspice gentem
Romanosque tuos.
Hic Caesar et omnis Iuli
progenies magnum caeli ventura sub axem.
Hic vir, hic est, tibi quem promitti saepius audis,
Augustus Caesar, divi genus, aurea condet
saecula qui rursus Latio regnata per arva
Saturno quondam, super et Garamantas et Indos
proferet imperium; iacet extra sidera tellus,
extra anni solisque vias, ubi caelifer Atlas
axem umero torquet stellis ardentibus aptum.
Huius in adventum iam nunc et Caspia regna
responsis horrent divum et Maeotia tellus,
et septemgemini turbant trepida ostia Nili.
(……………………………………….)
Excudent alii spirantia mollius aera
credo equidem, vivos ducent de marmore vultus,
orabunt causas melius, caelique meatus
describent radio et surgentia sidera dicent:
tu regere imperio populos, Romane, memento
hae tibi erunt artes, pacique imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos.”
 
Traduzione
 
Dopo aver detto queste cose, Anchise conduce il figlio insieme alla Sibilla in mezzo ai gruppi ed alla rumorosa folla di anime e raggiunge un'altura donde potesse passare in rassegna tutti coloro che in lungo ordine gli stavano di fronte e riconoscere il volto delle anime che venivano. “Ecco, ora ti spiegherò con le parole quale gloria raggiungerà in futuro la prole di Dardano, quali discendenti rimarranno della gente italica, anime illustri destinate a portare il nostro nome e ti ammaestrerò sui tuoi destini.
(………………………………………………………..)
Ora volgi qua i tuoi occhi, guarda questa gente e i tuoi Romani. Qui Cesare e tutta la discendenza di Iulo che verrà sotto l'ampia volta del cielo; questo è l'uomo. Questo è colui che molto spesso ti senti promettere, Cesare Augusto, figlio del Divo, che di nuovo riporterà nel Lazio il secolo d'oro per i campi un tempo dominati da Saturno ed estenderà il suo dominio sui Garamanti (1) e sugli Indi, sulle terre che si estendono oltre le vie dell'anno e del sole, fin dove Atlante (2) reggitore del cielo regge sulle spalle la volta celeste cosparsa di stelle ardenti. Già ora per il suo arrivo rabbrividiscono i regni del Caspio e la terra Meotica (3) per i responsi degli dèi e si turbano le trepide foci del Nilo dalle sette ramificazioni.
(………………………………………………………)
Altri foggeranno più elegantemente statue di bronzo che sembrano vive (lo credo davvero) scolpiranno nel marmo volti che sembrano vivi, patrocineranno meglio le cause e descriveranno col compasso le vie del cielo e prediranno il corso degli astri: tu, o Romano, ricordati di governare col tuo imperio i popoli (queste saranno le tue arti) e di dettare le condizioni di pace, risparmiare chi si sottomette e debellare i superbi.
_________________
 
(1) Popolazione nomade del deserto libico.
(2) Uno dei giganti, figlio di Giove. In quanto ribelle, fu condannato a sostenere la volta celeste. Dà il nome alla catena di monti del nord-Africa.
(3) Indica la attuale regione del mar d’Azov, presso la Crimea.
 
 
 
 

Virgilio: l'elogio della vita campestre

dalle Georgiche (II, 458-535)

O fortunatos nimium, sua si bona norint,
agricolas! quibus ipsa procul discordibus armis
fundit humo facilem victum iustissima tellus.              
Si non ingentem foribus domus alta superbis
mane salutantum totis vomit aedibus undam,
nec varios inhiant pulchra testudine postis
inlusasque auro vestis Ephyreiaque aera,
alba neque Assyrio fucatur lana veneno,              
nec casia liquidi corrumpitur usus olivi;
at secura quies et nescia fallere vita,
dives opum variarum, at latis otia fundis,
speluncae vivique lacus, at frigida tempe
mugitusque boum mollesque sub arbore somni              
non absunt; illic saltus ac lustra ferarum
et patiens operum exiguoque adsueta iuventus,
sacra deum sanctique patres; extrema per illos
Iustitia excedens terris vestigia fecit.
     Me vero primum dulces ante omnia Musae,              
quarum sacra fero ingenti percussus amore,
accipiant caelique vias et sidera monstrent,
defectus solis varios lunaeque labores;
unde tremor terris, qua vi maria alta tumescant
obicibus ruptis rursusque in se ipsa residant,              
quid tantum Oceano properent se tingere soles
hiberni, vel quae tardis mora noctibus obstet.
Sin has ne possim naturae accedere partis
frigidus obstiterit circum praecordia sanguis,
rura mihi et rigui placeant in vallibus amnes,              
flumina amem silvasque inglorius. O ubi campi
Spercheosque et virginibus bacchata Lacaenis
Taygeta! O qui me gelidis convallibus Haemi
sistat, et ingenti ramorum protegat umbra!
Felix qui potuit rerum cognoscere causas              
atque metus omnis et inexorabile fatum
subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari:
fortunatus et ille deos qui novit agrestis
Panaque Silvanumque senem Nymphasque sorores.
illum non populi fasces, non purpura regum              
flexit et infidos agitans discordia fratres,
aut coniurato descendens Dacus ab Histro,
non res Romanae perituraque regna; neque ille
aut doluit miserans inopem aut invidit habenti.
Quos rami fructus, quos ipsa volentia rura              
sponte tulere sua, carpsit, nec ferrea iura
insanumque forum aut populi tabularia vidit.
Sollicitant alii remis freta caeca, ruuntque
in ferrum, penetrant aulas et limina regum;
hic petit excidiis urbem miserosque penatis,              
ut gemma bibat et Sarrano dormiat ostro;
condit opes alius defossoque incubat auro;
hic stupet attonitus rostris, hunc plausus hiantem
per cuneos geminatus enim plebisque patrumque
corripuit; gaudent perfusi sanguine fratrum,              
exsilioque domos et dulcia limina mutant
atque alio patriam quaerunt sub sole iacentem.
Agricola incurvo terram dimovit aratro:
hic anni labor, hinc patriam parvosque nepotes
sustinet, hinc armenta boum meritosque iuvencos.              
nec requies, quin aut pomis exuberet annus
aut fetu pecorum aut Cerealis mergite culmi,
proventuque oneret sulcos atque horrea vincat.
Venit hiems: teritur Sicyonia baca trapetis,
glande sues laeti redeunt, dant arbuta silvae;              
et varios ponit fetus autumnus, et alte
mitis in apricis coquitur vindemia saxis.
Interea dulces pendent circum oscula nati,
casta pudicitiam servat domus, ubera vaccae
lactea demittunt, pinguesque in gramine laeto             
inter se adversis luctantur cornibus haedi.
Ipse dies agitat festos fususque per herbam,
ignis ubi in medio et socii cratera coronant,
te libans, Lenaee, vocat pecorisque magistris
velocis iaculi certamina ponit in ulmo,              
corporaque agresti nudant praedura palaestra.
Hanc olim veteres vitam coluere Sabini,
hanc Remus et frater; sic fortis Etruria crevit
scilicet et rerum facta est pulcherrima Roma,
septemque una sibi muro circumdedit arces


Traduzione

O agricoltori anche troppo fortunati se solo conoscessero i loro beni! Per loro spontaneamente, lontano dalla discordia delle armi, la terra giustissima offre dal suolo facile sostentamento. Se l'alto palazzo dalle superbe porte non versa uno stuolo immenso di salutatori mattutini da tutte le sue porte, se (gli agricoltori) non bramano a bocca aperta, battenti variamente intarsiati di bella tartaruga, vesti ricamate in oro e bronzi di Corinto, se la bianca lana non è colorata con la porpora assira e l'uso dell'olio limpido non è guastato dalla cannella, ma invece non mancano una pace sicura e una vita che non conosce inganni, ricca di beni diversi, non mancano il riposo nei poderi, spelonche e laghi naturali e fresche vallate amene, e muggiti di buoi e molli sonni al riparo di un albero. Lì vi sono balze e tane di animali selvatici, una gioventù operosa e abituata al poco, non manca il culto per gli dei e la venerazione per i genitori: fra loro la Giustizia segnò le sue ultime impronte quando abbandonò la terra. Invero, in primo luogo, le Muse dolci più di tutto, di cui io porto le sacre insegne colpito d'amore immenso, mi accolgano mostrandomi le vie del cielo e le stelle, le eclissi diverse del sole e le fasi della luna, l'origine dei terremoti, quale forza rigonfi i mari profondi spezzando gli argini e poi tornando in se stessi, perché tanto si affrettino a bagnarsi nell'Oceano i soli invernali, o quale indugio pesi sulle notti lenti a trascorrere. Se invece il sangue, freddo intorno al mio cuore, impedirà che io possa avvicinarmi a questi aspetti della natura, piacciano a me le campagne e i fiumi che irrigano le vallate, possa io amare anche senza gloria le selve ed i corsi d'acqua. Oh, dove sono le pianure e lo Sperchèo e le cime del Taigeto percorse in riti bacchici dalle vergini spartane! Oh, chi mi porterà tra le gelidi valli dell'Emo e mi riparerà con l'enorme ombra dei rami! Felice chi ha potuto investigare le cause delle cose e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile, lo strepito dell'avido Acheronte. Fortunato anche colui che conosce gli dei agricoli, Pan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle. Quell'uomo non possono turbare i fasci popolari, né la porpora dei re né la discordia che inquieta i fratelli che si tradiscono o i Daci che calano dal Danubio una volta fatta un'alleanza, non le vicende di Roma e i regni condannati a morire; e quello non si duole avendo pietà per il povero né invidia il ricco. Coglie i frutti che i rami, i campi generosi spontaneamente producono e ignora le leggi severe, le insanie del foro, i pubblici archivi. Ma c'è chi tormenta coi remi mari ignoti e con le armi in pugno penetra nelle corti, nelle stanze dei re; fa strage nelle città e nelle povere case, per bere in una tazza preziosa, dormire sulla porpora di Tiro; o accumula ricchezze vegliando sull'oro sepolto; o si stupisce attonito davanti ai rostri, s'incanta rapito dall'applauso comune di popolo e patrizi che si leva a teatro; e chi cosparso di sangue fraterno si rallegra e muta la casa, la dolce terra con l'esilio cercando nuova patria sotto un altro sole. Curvo sull'aratro l'agricoltore smuove la terra: questa la sua fatica; e così nutre la casa, i figli, gli armenti di buoi, i giovenchi. Non vi è mai riposo: ogni giorno dell'anno trabocca di frutti, di nati del bestiame, di covoni di frumento e nei solchi si accumula il raccolto, al suo peso cedono i granai. Viene l'inverno: l'oliva si rompe nei frantoi, sazi di ghiande tornano i maiali, le selve si riempiono di bacche e l'autunno depone tutti i suoi frutti: al sole dolce matura l'uva sulle rocce. Pendono teneri i figli intorno ai baci e la casa conserva puro il suo pudore; seni gonfi di latte porgono le vacche e capretti robusti sull'erba folta lottano tra loro con le corna. Nei giorni di festa il contadino riposa e sdraiato sul prato intorno al fuoco, dove i compagni incoronano il cratere, alzando il bicchiere t'invoca, Leneo; pone ai pastori per la gara delle frecce il bersaglio su un olmo, e i corpi induriti si spogliano per una lotta rusticana. Questa vita condussero un tempo gli antichi Sabini e  Remo e il fratello, così crebbe forte l'Etruria e Roma divenne la più bella città del mondo, e sola circondò con un muro i suoi sette colli.

Virgilio: la fine dell'età dell'oro

dalle Georgiche (I, 118-146)
 
Nec tamen, haec cum sint hominumque boumque labores
versando terram experti, nihil improbus anser
Strymoniaeque grues et amaris intiba fibris             
officiunt aut umbra nocet. Pater ipse colendi
haud facilem esse viam voluit, primusque per artem
movit agros, curis acuens mortalia corda
nec torpere gravi passus sua regna veterno.
Ante Iovem nulli subigebant arva coloni:            
ne signare quidem aut partiri limite campum
fas erat; in medium quaerebant, ipsaque tellus
omnia liberius nullo poscente ferebat.
Ille malum virus serpentibus addidit atris
praedarique lupos iussit pontumque moveri,             
mellaque decussit foliis ignemque removit
et passim rivis currentia vina repressit,
ut varias usus meditando extunderet artis
paulatim, et sulcis frumenti quaereret herbam,
ut silicis venis abstrusum excuderet ignem.            
Tunc alnos primum fluvii sensere cavatas;
navita tum stellis numeros et nomina fecit
Pleiadas, Hyadas, claramque Lycaonis Arcton.
Tum laqueis captare feras et fallere visco
inventum et magnos canibus circumdare saltus;      
atque alius latum funda iam verberat amnem
alta petens, pelagoque alius trahit umida lina.
tum ferri rigor atque argutae lammina serrae
(nam primi cuneis scindebant fissile lignum),
tum variae venere artes.
Labor omnia vicit             
improbus et duris urgens in rebus egestas.
 
Traduzione
 
E tuttavia, nonostante la fatica di uomini e buoi nel voltare e rivoltare la terra, bastano a procurarle danno un'oca ingorda o le gru della Tracia, le radici amare della cicoria o (l'ingiuria del)l'ombra. Volle lo stesso padre degli dei che non fosse facile la via all'agricoltura e per primo impose di dissodare ad arte i campi, aguzzando con queste preoccupazioni l'ingegno dei mortali, per impedire che il suo regno intorpidisse in un letargo insopportabile. Prima di Giove non v'erano contadini che coltivassero la terra, né era lecito delimitare i campi tracciando confini: tutto era in comune e la terra, senza che le fosse richiesto, produceva spontaneamente e con generosità ogni cosa. Fu Giove che fornì alla malignità dei serpenti il veleno per nuocere, che indusse i lupi a vivere di preda, il mare ad agitarsi, che spogliò del miele le foglie, nascose il fuoco e seccò i ruscelli di vino che scorrevano ovunque, perché l'esperienza, con la riflessione, facesse nascere le diverse arti, ottenesse coi solchi gli steli del frumento e dalle vene della selce facesse sprizzare il fuoco nascosto. Allora per la prima volta chiglie d'ontano solcarono i fiumi; allora il navigante annoverò e nominò le stelle, le Pleiadi, le Íadi e l'Orsa di Licàone che risplende in cielo; allora si inventò il modo di catturare coi lacci la selvaggina, d'ingannarla col vischio e di accerchiare coi cani grandi radure. Ormai v'è chi frusta il fiume col giacchio, scandagliandone il fondale, e chi dal mare ritira gocciolanti le reti. Si affermarono allora la durezza del ferro, la lama stridula della sega (prima gli uomini spaccavano il legno fendendolo con cunei) e le diverse arti. La fatica ostinata e le necessità, che urgono in circostanze difficili, vinsero tutto.