martedì 31 marzo 2026

DELMASTRO E LA "LEGGEREZZA"


Delmastro è stato “leggero” ?


La presidente del consiglio Meloni, non solo prima ma anche dopo il referendum, quando ha invitato il sottosegretario alla giustizia Delmastro a dare le dimissioni, ha detto che si era comportato con “leggerezza associandosi in un’impresa commerciale con la figlia appena maggiorenne di un noto prestanome di un altrettanto noto clan camorristico. Il dimissionario Delmastro si è giustificato dicendo che non sapeva che la ragazza appena maggiorenne con cui si era associato fosse figlia del suddetto prestanome (e come tale condannato in via definitiva), quindi ha ammesso di essere stato “leggero”, ben felice di concordare con la premier su un termine che, in tutta evidenza, sminuiva la sua colpa. Non ha detto sono stato superficiale, avventato, incauto, sprovveduto. No, ha detto sono stato leggero.

Ebbene, se Delmastro conoscesse le Lezioni americane di Calvino, saprebbe che ce n’è una dedicata proprio alla “leggerezza”. Ma la leggerezza di cui parla Calvino è una condizione privilegiata, una virtù, un obiettivo non alla portata di tutti: è quella di Cavalcanti che, “come colui che leggerissimo era”, con un salto sopra una pietra tombale si libera di una brigata che lo stava importunando; è la leggerezza di Emily Dickinson che si sente lei stessa quella rosa che descrive con un linguaggio di rarefatta consistenza ed è la leggerezza di Leopardi che, ogni volta che descrive l’apparizione della luna, “toglie al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare”.

No, Delmastro non è stato leggero. E’ stato pesante, in questa occasione come in altre precedenti. E’ una pesantezza che appartiene alla sua natura e che non ha niente a che vedere con la leggerezza – comunque la si voglia interpretare. 



giovedì 26 febbraio 2026

SUL REFERENDUM DEL 22 E 23 MARZO

 

“Sì” o “no” al referendum?

Alcuni amici chiedono il mio parere sul voto al referendum che si terrà il 22 e 23 marzo prossimi. Per quanto io non sia un esperto della materia oggetto del referendum, mi sono informato e dunque prima di tutto cercherò di spiegare, nella maniera più chiara e sintetica possibile, i termini della questione e il punto di vista degli opposti schieramenti. Quindi non tacerò la mia opinione e la mia scelta di voto.

Si tratta del voto sulla cosiddetta “separazione delle carrierefra magistratura giudicante (i giudici) e magistratura requirente (i pubblici ministeri). In verità  non solo su questo si dirà sì o no nello stesso referendum, ma anche sulla istituzione di due CSM (Consigli Superiori della Magistratura: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri) al posto dell’unico a tutt’oggi esistente, nonché sulla istituzione di una Alta Corte, con la funzione di valutare i magistrati sotto l’aspetto disciplinare (funzione finora esercitata dal CSM). Non è tutto. I componenti dei due CSM e dell’Alta Corte disciplinare non saranno eletti, ma sorteggiati: precisamente, i due terzi dei componenti dei due CSM  saranno estratti a sorte fra tutti i magistrati giudicanti e requirenti (sono i cosiddetti “togati”), mentre un terzo sarà estratto a sorte da un elenco composto da avvocati c on almeno quindici anni di esercizio e professori universitari in materie giuridiche, scelti dal Parlamento in seduta comune (sono i cosiddetti “laici”). Quanto all’Alta Corte, a parte i tre componenti nominati dal Presidente della Repubblica, per i nove “togati” (sei "giudicanti" e tre "requirenti") e per i tre “laici” vale lo stesso metodo di sorteggio descritto sopra.

I sostenitori del “sì” (si tratta ovviamente della maggioranza governativa, ma ci sono anche esponenti dell’opposizione che hanno dichiarato il loro voto per il “sì”) ritengono che la separazione delle carriere garantisca la “terzietà” (cioè, la imparzialità) del giudice fra accusa e difesa. Se il giudice e il PM (il pubblico ministero), che rappresenta l’accusa, hanno la stessa formazione, appartengono allo stesso mondo, addirittura possono passare da una funzione all’altra (dalla giudicante alla requirente e viceversa, tanto che si è parlato di “porte girevoli” e conflitti di interesse), è conseguente che nel processo ci sia un vantaggio per l’accusa e uno svantaggio per la difesa. Quanto al sorteggio, invece dell’elezione, dei componenti dei due CSM e dell’Alta Corte, si tratta di una soluzione che si è resa necessaria, visto che le precedenti elezioni erano caratterizzate dalla lotta fra le diverse correnti interne alla magistratura, una lotta che portava alla elezione non dei più capaci, ma dei più fedeli alla linea della corrente. E’ infine infondata l’accusa da parte degli oppositori che con questa riforma si mini l’autonomia del potere giudiziario e l’azione del PM finisca per essere indirizzata dal potere esecutivo (cioè, dal governo); accusa infondata, perché niente nella riforma modifica i principi costituzionali che sanciscono l’autonomia della magistratura.

I sostenitori del “no” obiettano anzitutto, a proposito della separazione delle carriere, che gli esiti dei processi (dove le richieste della accusa e della difesa vengono accolte o respinte in maniera paritaria) dimostrano ampiamente la “terzietà” del giudice, che dunque non è per niente schiacciato sulla posizione del PM. Va inoltre ricordato che, mentre l’avvocato difende in tutti i modi (come è giusto) l’imputato, il PM, a norma dell’articolo 358 del codice di procedura penale, è tenuto a cercare anche le prove a favore dell’imputato e, nel caso, a chiederne l’archiviazione o l’assoluzione. Quanto al passaggio da una funzione all’altra, a seguito della riforma Cartabia del 2022, esso è consentito una sola volta, entro i primi dieci anni della carriera, e per di più cambiando regione (dunque non ci sarebbero quelle “porte girevoli” di cui parlano i sostenitori del “sì”). Sul metodo del sorteggio per la nomina dei componenti dei due CSM e dell’Alta Corte si fanno le seguenti osservazioni: anche se è vero che la lotta fra le correnti ha portato a riprovevoli pratiche spartitorie (ad esempio, per quanto riguarda le nomine dei dirigenti nei diversi uffici giudiziari), non è per niente detto che con il sorteggio tali pratiche vengano eliminate; e certamente il sorteggio non garantisce che siano i più competenti e capaci a far parte dei suddetti organismi; al contrario, i componenti “laici” sono sì sorteggiati, ma all’interno di un ristretto elenco predisposto dal Parlamento (dove ovviamente si farà valere la maggioranza politica esistente); e dunque tale componente, anche se minoritaria, non potrà non incidere in maniera significativa in organismi in cui i “togati” sono scelti in maniera assolutamente casuale. Infine, per quanto i sostenitori del “sì” lo neghino, la riforma sembra orientata a limitare l’autonomia della magistratura e, in prospettiva,  a fare del PM, tramite leggi ordinarie, un esecutore dell’indirizzo politico della maggioranza governativa.  

Credo di avere elencato i punti più importanti, anche se altre argomentazioni si potrebbero portare a sostegno dell’una e dell’altra posizione. Aggiungo solo che il voto al referendum avrà inevitabilmente anche un valore politico, poiché la vittoria del “sì” rafforzerà il governo in carica, autore della riforma, la vittoria del “no” smentirà il governo e dunque rafforzerà l’opposizione.

Io non sono neutrale, una mia idea me la sono fatta, ho già deciso quale sarà il mio voto e lo dico chiaramente: voterò “no”. Faccio alcune osservazioni. Sul principio della separazione delle carriere mi trovo pienamente d’accordo con quanto sostengono gli oppositori. Non sono per niente convinto che nella situazione attuale sia a rischio la “terzietà” del giudice; temo invece che la separazione delle carriere punti a sottoporre il PM al potere dell’esecutivo. Nemmeno mi piace il metodo del sorteggio per un organismo costituzionale quale il CSM; non mi è mai piaciuto il principio dell’uno vale uno di grillina memoria; fatto salvo il diritto di ognuno ad aspirare alle più alte cariche, in ogni campo ci sono i più capaci e competenti e i meno capaci e competenti. Altre osservazioni si potrebbero fare ma mi limito a dire che trovo deprecabile sostenere, in maniera più o meno esplicita, che con questa riforma si porrà fine ai mali atavici della giustizia italiana, come la sua lentezza o certe sue disfunzioni messe in evidenza da casi mediaticamente famosi (il caso Tortora, il caso Garlasco…). La riforma in questione non incide per niente su questi aspetti e sostenere, o lasciare intendere, il contrario è un modo di ingannare gli elettori. Infine, a nome di coloro che ritengono che con questa riforma si voglia limitare il potere della magistratura e far valere il potere della politica, vorrei chiedere al ministro della giustizia Nordio: mi spieghi che cosa intendeva dire quando ha detto che “la riforma fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale”, ed anche quando ha detto, rivolgendosi alla segretaria del PD, Schlein, che dovrebbe essere contenta della riforma perché gioverà anche al centrosinistra quando un domani sarà al governo. Che cosa intendeva dire se non che con questa riforma la maggioranza governativa si può proteggere da eventuali indagini della magistratura? Non vedo altra risposta diversa da questa. E non mi piace.

mercoledì 7 gennaio 2026

TRUMP, TUCIDIDE E IL MARCHESE DEL GRILLO

Sul diritto internazionale (Trump, Tucidide e il Marchese del Grillo)

Il candidato al premio Nobel per la pace, D. Trump, dimostrando disprezzo per il diritto internazionale, per la Carta delle Nazioni Unite e per ogni altra conquista del progresso civile, non solo ha ordinato il rapimento del presidente di uno Stato straniero, ma ha anche minacciato simili interventi in altri paesi (Colombia, Messico, per ora…), come se l’intera America latina fosse il cortile di casa sua. E non si è fatto scrupolo di dirlo chiaramente: le Americhe sono sotto il controllo degli USA, che sono lo Stato militarmente più forte non solo dell’occidente, ma dell’intero pianeta. A dimostrazione di questa verità ora pretende l’annessione della Groenlandia, poi, immagino, toccherà al Canada. Come non riconoscere in tutto ciò la volontà spudorata, senza veli, di far valere la legge del più forte? Si tratta dello stesso atteggiamento del Marchese del Grillo, quando rispondeva, con parole rozze ma ben comprensibili, a chi gli chiedeva il perché di una prepotenza: “Perché io so’ io, e voi non siete un cazzo”.

Ma queste parole non sono che la versione popolare e comica di una tragica realtà, riconosciuta agli albori della nostra civiltà da Tucidide, quando riporta, nella sua opera sulla guerra del Peloponneso, il “dialogo terribile” (così lo chiama Nietzsche) fra gli ambasciatori ateniesi e i governanti dell’isola di Melo. Questi ultimi vorrebbero restare neutrali in quella guerra che vede lo scontro micidiale fra Atene e Sparta. Gli ambasciatori ateniesi invece pretendono la sottomissione dell’isola, e lo dicono senza giri di parole, senza alcuna giustificazione di ordine giuridico, politico, militare, economico e tanto meno morale; dicono semplicemente e chiaramente che giustizia e diritto valgono fra uguali che dispongono di pari forze, altrimenti chi è più forte esige quanto è possibile e chi è più debole acconsente”; e nemmeno serve ai Melii appellarsi alla giustizia divina, giacché gli dei stessi avallano la legge del più forte, una legge – concludono gli Ateniesi -  “di cui ci serviamo senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza”. I Melii non vollero cedere e subirono una punizione durissima: l’isola fu messa a ferro e fuoco, gli uomini trucidati, donne e bambini venduti come schiavi.

Torniamo a noi. Oggi i rapporti fra uguali, che dispongono di pari forze, è fra USA, Cina e Russia. Su tutti gli altri, che non si rassegnino a sottomettersi, incombe la minaccia del destino dei Melii.